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«Di che lagrime grondi e di che sangue»: recensione del film “La verità sta in cielo”

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Riccardo Scamarcio (1979) e Maya Sansa (1975), rispettivamente nei panni di Enrico De Pedis e Maria

Il film lo aspettavano da anni, quegli happy few che fermamente credono che La verità sul caso Orlandi di Vito Bruschini sia uno dei romanzi più importanti degli ultimi decenni. E quel romanzo lo amano, quei pochi fanatici, non solo per la sua machine poderosa e per le sue atmosfere ammorbate, ma anche perché si tratta della più spietata analisi delle dinamiche e dei linguaggi del potere.

Roberto Faenza ce l’ha fatta, finalmente, dopo un decennio di progetti, trattative e delusioni. Un romanzo decisamente scomodo, La verità sul caso Orlandi: troppo impervia la sua struttura narrativa, con la sua ricca polifonia e i suoi contrappunti stridenti, con le sue ossessive monocromie e le sue deformazioni espressionistiche; e troppo critiche, anzi ferocemente polemiche, la sua lettura del caso di Emanuela Orlandi (la ragazza sparita a Roma il 22 Giugno 1983), la sua rappresentazione dell’universo del potere (Chiesa Cattolica in primis) come galleria di mostri e covo di faccendieri.

Ogni transito, si sa, da un’arte all’altra, da uno a un altro linguaggio, comporta una radicale ricodificazione: ovvero una interpretazione originale, paragonabile a quella del critico, una riscrittura “d’autore”, che inevitabilmente vi riversa convinzioni e visioni maturate in proprio. Tanto più quando anche il nuovo autore possiede un profilo intellettuale e una cifra stilistica originali e, come nel caso di Faenza, attestati da una ricca filmografia e da un altrettanto ricco commercio con la letteratura: da Dacia Maraini ad Elena Ferrante, da Antonio Tabucchi ad Abraham Yehoshua. Uno degli errori di fondo del nuovo film di Faenza è stato di non aver saputo penetrare a fondo negli avvenimenti, cogliendovi il tratto apparente, superficiale, aneddotico dei fatti, trascurando circostanze, coincidenze, contiguità e cause determinanti degli accadimenti stessi. Al di là delle evidenti buone intenzioni del regista, La verità sta in cielo (2016) ha l’effetto di uno tsunami di informazioni che travolge lo spettatore senza offrirgli una chiave di lettura utile a ritornare a galla. Certa critica ha rimproverato a Faenza un eccesso di attualizzazione, come se anziché il romanzo di Bruschini avesse trasferito sullo schermo gli odierni pamphlet sulla “casta”. D’altra parte gli attori si sforzano di iniettare un po’ di spontaneità in questi scambi di informazioni innaturali senza riuscire a ribellarsi ad uno schema narrativo che finisce per occultare la verità dietro un eccesso di retorica. La recitazione è asciutta, gli attori non recitano ma sono impassibili, quasi modelli bressoniani.

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Paul Randall sul set del film “La verità sta in cielo” (2016), diretto dal regista italiano Roberto Faenza (1943)

La verità sta in cielo in apparenza risulta coraggioso e attualissimo ma forse l’obiettivo del regista e degli sceneggiatori non è convincere ma educare alla visione, munire il pubblico di tutte le informazioni necessarie affinché ciascuno sia in grado di elaborare una sua personale chiave di lettura e formulare la sua ipotesi: un cinema quasi socratico, dunque, volto a un dialogo intimo e profondo con gli spettatori, conscio della loro intelligenza e della possibilità di “tirarla fuori”, di risvegliarla dalla pericolosa atrofia iper-moderna che anestetizza ragione e sentimento. È probabile che non è la realtà che qui si vuole mostrare ma un’ipotesi, un ragionamento, una ricerca. Faenza non vuole dire «la verità è questa», ma «la verità non c’è ancora ed è tutta da scoprire». È un film sulle lacrime e sul sangue che porta con sé un obiettivo perseguito con tutte le proprie forze, strumenti, debolezze e volontà.

Non è, tuttavia, un film politico di denuncia. La politica è morta. Restano isolati personaggi che combattono la loro piccola guerra di sopravvivenza personale. Uomini e donne soli, lasciati a se stessi. Senza neanche la fantasia di cambiare le cose. Tutti dentro, chiusi, affogati, appestati. I fatti narrati hanno in sé mille sfumature, come tasselli di un puzzle che appare impossibile, nella sua infinita difficoltà, ma che pure deve avere una soluzione. E invece c’è qualche segno di redenzione, ma senza soluzione.

Nella costruzione della sceneggiatura sembra essere evitata la psicologia come antefatto che dovrebbe spiegare i comportamenti dei personaggi. La psicologia viene semmai determinata dagli accadimenti e dalla loro concatenazione.

E così la fedeltà infedele di Roberto Faenza si conferma la via maestra tra illustrazione inerte e grossolano fraintendimento, insomma tra le due vie più praticate dai nostri cineasti alle prese con la letteratura, come a dire tra le stucchevoli operazioni calligrafiche alla Franco Zeffirelli e le riduzioni filmiche piccanti e ammiccanti dei grandi romanzi di Vitaliano Brancati ridotti a volgare pochade.

 

 


 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema". Nel 2017 pubblica il suo secondo libro dal titolo "Birdman o (Le imprevedibili relazioni tra cinema e teatro)". Tale lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea, ha come oggetto lo studio dei rapporti tra cinema e teatro, un argomento che attiene a diversi aspetti e che suscita più di una problematica e molteplici connessioni.

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