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Democrazia diretta: realtà o utopia?

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«La democrazia rappresentativa ha fallito. Gli eletti dal popolo non mantengono gli impegni e fanno solo i propri interessi. Deve essere la popolazione intera ad esprimersi sulle questioni più importanti e a dettare l’agenda politica, non si può più delegare».

È questa, in estrema sintesi, la tesi di chi teorizza un cambio di governo verso una forma di democrazia partecipativa, nella quale il popolo non ricopra più il ruolo di elettore, ma quello di legislatore e amministratore. Intendiamoci, forme di democrazia diretta – come i referendum o le leggi di iniziativa popolare – sono previste da quasi tutte le Costituzioni delle democrazie moderne, ma ciò che i sostenitori della democrazia partecipativa vogliono è sostituire del tutto la forma di governo.
Detto così, sembra impossibile da attuare in una società complessa come la nostra, dove lo Stato si fonda sulla separazione dei poteri e dove gran parte della popolazione non partecipa attivamente alla politica. Eppure, con l’avvento del Web 2.0, cioè da quando internet è diventato un luogo di incontro e partecipazione grazie ai contenuti user-generated, queste teorie sono ritornate in auge, e non sembrano più nemmeno così utopistiche.

La nascita del Partito Pirata (Piratpartiet) svedese nel 2006 e del movimento Occupy Wall Street nel 2011 hanno portato al centro del dibattito pubblico le istanze della democrazia diretta, e in particolare della e-democracy, che vede la Rete come strumento fondamentale di partecipazione politica, per superare un sistema visto come corrotto e lontano dalle esigenze del popolo. Ma è così facile stabilire quali siano le esigenze di un’intera popolazione? Chi stabilisce le priorità? Inoltre, sembra che si dia per scontato una cosa che scontata non è, ovvero che tutti i cittadini siano interessati alla vita politica e – soprattutto – che siano tutti egualmente e correttamente informati (e informatizzati) su tutto. La Rete abbatte barriere e confini ed è un contenitore immenso di conoscenza, ma non viene utilizzato da tutti allo stesso modo: c’è chi sceglie di informarsi solamente da un’unica fonte, quando basterebbe una semplice ricerca incrociata per formarsi un’opinione più completa, e chi addirittura crede ciecamente a qualsiasi cosa venga condivisa nella propria bacheca di Facebook, senza nemmeno preoccuparsi delle fonti.
Ecco, già è difficile accettare che il voto di chi crede ai post del fake Siamo la gente, il potere ci temono valga quanto il tuo, immaginate se questa stessa persona avesse il potere di legiferare e amministrare la cosa pubblica.

Comunque, alcuni sostenitori della democrazia diretta hanno deciso di “ridimensionarsi”, pensare un po’ più in piccolo e di proporre soluzioni concrete. Ad esempio, degli esponenti del Partito Pirata tedesco hanno creato LiquidFeedback, una piattaforma che permette agli utenti – iscritti a un partito, membri di un’associazione o più in generale di una comunità – di proporre le proprie iniziative, promuoverle e votare quelle degli altri, in modo ordinato e senza gerarchie: è la democrazia liquida, una sorta di compromesso fra democrazia diretta e rappresentativa. La piattaforma – nonostante qualche difetto – ha riscosso largo successo ed è stata utilizzata anche in Italia da diversi partiti e movimenti politici.

 

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E così arriviamo alla nostra situazione. In Italia, le tesi della democrazia diretta e della e-democracy sono notoriamente cavallo di battaglia del MoVimento 5 Stelle, ed è proprio dall’uso che ne fanno Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio che si palesano le debolezze già insite nel modello originale. Il problema non è solo quello dei dilettanti al potere (certo, questo parlamento ha il primato di incompetenza fra gli eletti, ma non è solo colpa dei pentastellati), ma soprattutto quello di stabilire cosa s’intenda davvero per partecipazione diretta. Finora, gli iscritti del M5S sono stati chiamati a votare perlopiù dei semplici questionari a risposta multipla, a volte determinanti come quello sull’abolizione del reato di clandestinità, altre semplicemente ininfluenti, come il voto sulle consultazioni con Renzi.

L’esempio emblematico, però, è quello della votazione di ieri sull’alleanza al Parlamento europeo.
L’incontro con Nigel Farage aveva sollevato molti malumori all’interno del MoVimento ma – secondo regolamento – ad avere l’ultima parola sulle alleanze sarebbero stati gli iscritti, dei quali Grillo è solo un megafono. Peccato che, al di là della campagna a favore dell’Ukip – legittima per un leader che vuole imporre la sua visione ma non per un “semplice megafono” – la votazione sia stata limitata a tre opzioni: la EFD (il gruppo di Farage), la ECR (i Conservatori di Cameron), e una sorta di gruppo misto, dove gli eletti hanno facoltà limitate rispetto ai membri iscritti ad un gruppo parlamentare, e quindi contano di meno. I Verdi, quelli che venivano considerati come alleati naturali del M5S sia dagli osservatori esterni che all’interno del partito, sono stati esclusi dalla votazione semplicemente perché durante la campagna elettorale per le europee – dovendo conquistare la stessa fetta di elettorato – si sono posti come alternativa al MoVimento. Inoltre, per essere certi che il risultato ottenuto fosse quello auspicato, Grillo si è premurato di aggiungere un post scriptum nel quale afferma che, nel caso la soluzione più votata non sia praticabile, sarà perseguita la successiva più votata.

Nonostante le dubbie premesse, 29.584 iscritti hanno votato, e 23.121 (il 78,1%) ha scelto l’alleanza con Farage. Ciò che infastidisce di più è che questa verrà acclamata come una scelta del popolo e un passo in avanti verso la democrazia diretta, quando ciò che gli iscritti hanno fatto – volontariamente e senza costrizioni, ovviamente – è paragonabile più ad un televoto di un talent show piuttosto che ad una forma di partecipazione democratica.

Senza voler fare retorica spicciola o nominare invano solo perché “è di moda” (Casaleggio docet), sembrano attuali le parole di Enrico Berlinguer sulla “democrazia elettronica”, pronunciate trent’anni fa:

<<La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell’uomo può anche essere presa in considerazione. Ma non si può accettare che sostituisca tutte le forme della vita democratica. Anzi credo che bisogna preoccuparsi di essere pronti ad affrontare questo pericolo anche sul terreno legislativo. Ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternativa alle assemblee elettive. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. Ad ogni modo lo ripeto: io credo che nessuno mai riuscirà a reprimere la naturale tendenza dell’uomo a discutere, a riunirsi, ad associarsi>>.

Di certo, Berlinguer non poteva immaginare che la Rete stessa sarebbe diventata luogo di incontro e discussione, ma è importante saper distinguere fra una vera partecipazione e una semplice “votazione” (più o meno trasparente che sia).

Alla fine, è sempre meglio mettere una croce dentro una cabina per un candidato del quale si condivide una visione o un programma, che lasciare decidere questioni fondamentali ad un popolo che per sua natura non può essere pienamente informato su tutto, o peggio, scegliere qualcuno che fa coincidere il “decidono tutti” con il “decido io”.

About Marta La Ferla

COLLABORATRICE | Classe 1993, siciliana, viaggiatrice ossessivo-compulsiva. Studia Lingue e Comunicazione presso l’Università degli Studi di Catania. Appassionata di musica, letteratura, cinema, serie tv e, suo malgrado, anche di politica.

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