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Da Damasco al Cairo: l’Inverno arabo

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Simbolo dei “Fratelli Musulmani”

Il 25 Gennaio 2016 al Cairo non è un giorno come gli altri. Esattamente cinque anni prima era scoppiata la rivolta contro il trentennale Governo di Hosni Mubarak poi costretto, di lì a poco, a dimettersi. A quell’evento seguì un periodo di transizione che con alti e bassi portò, sotto la supervisione dell’esercito, ad elezioni libere tra il Maggio e il Giugno del 2012. Gli obiettivi della rivoluzione, perlomeno quelli dell’autodeterminazione democratica, erano stati raggiunti. Il popolo aveva scelto il suo Governo, ma un’ombra aleggiava ancora sul Paese.

Il risultato elettorale aveva visto, infatti, la vittoria della famigerata Fratellanza Musulmana. Il nuovo Presidente dell’Egitto era uno dei suoi leader: Mohamed Morsi. Pur marginalizzati dalla dittatura Mubarak, i Fratelli Musulmani avevano mantenuto un’organizzazione eccellente. E così, nel vuoto politico che i trent’anni di dittatura avevano lasciato, non ebbero difficoltà a prevalere su una concorrenza evanescente e spezzettata. Il tutto, però, lasciava l’amaro in bocca a quella gioventù progressista e liberale che dapprima aveva ispirato la rivolta, ma che poi si era mostrata incapace di tutelarne i principi.

Di fatto, i timori di quella gioventù idealista e progressista sembrarono giustificati dalle politiche accentratrici del primo anno di governo Morsi. Anche se, a rigor del vero, una valutazione critica ed imparziale di quell’anno di Governo meriterebbe ben più di un approfondimento. Fatto sta che, a un anno dalla sua elezione, Mohamed Morsi viene arrestato (il 3 Luglio 2013) su mandato del Comandante in capo delle Forze Armate egiziane, Abd al-Fattah al-Sisi. Le accuse sono quelle di istigazione alla violenza e di spionaggio.

Proteste a Piazza Tahrir, 25 Gennaio 2011 – Il Cairo, Egitto

Il popolo egiziano, nel frattempo, era già sceso in piazza, da pochi giorni, contro il Governo dei Fratelli Musulmani, accusandolo di autoritarismo e confessionalismo. La folla aveva anche attaccato ed incendiato le sedi del partito dei Fratelli Musulmani, il Partito Libertà e Giustizia. Ma, al tempo stesso, non mancavano i sostenitori del Presidente destituito che, appena un anno prima, aveva raccolto il 51% dei consensi.

Tuttavia ogni forma di opposizione venne sanguinosamente repressa. I Fratelli Musulmani messi al bando e dichiarati illegali, in massa uccisi o fatti sparire. E con il più importante partito egiziano del post-Mubarak fuori dai giochi, si arrivava alle Elezioni Presidenziali del 26-27 Maggio 2014. Elezioni libere? Non è dato saperlo. Ma, con il 97% delle preferenze, il principale responsabile della repressione della Fratellanza Musulmana in Egitto, Abd al-Fattah al-Sisi, diveniva il nuovo Presidente egiziano. Quanto fosse rimasto, a quel punto, dell’originario spirito della rivoluzione del 2011 può essere oggetto di dibattito. Ma fuori questione è quanto nell’Egitto di oggi sia rimasto dello spirito del 2011: molto ma molto poco, se non nulla.

Pur dovendo riconoscere al Governo al-Sisi l’indiscutibile merito di aver riportato l’ordine in un Paese che – per tre anni – era rimasto bloccato dal caos, alcuni dubbi sul suo operato restano. A prescindere dalle continue accuse, peraltro sempre respinte, di violazione dei diritti umani, con decine di migliaia di oppositori politici imprigionati, torturati o uccisi, è indicativo il fatto che il 25 Gennaio 2016 a Piazza Tahrir, al centro del Cairo, non ci fosse nessuna commemorazione della rivoluzione del 2011. E questo non per dimenticanza, ma perché il Governo aveva vietato, per motivi di “sicurezza”, gli assembramenti.

Di quella gioventù idealista, liberale e progressista che aveva guidato la rivoluzione del 2011, inoltre, si sembrano perse le tracce. La paura di essere perseguitati perché critici verso il Governo è molta. E le condanne per partecipazioni a manifestazioni non autorizzate fioccano. Il 25 Gennaio scorso, quindi, a Piazza Tahrir e per le vie del centro non ci sono manifestanti, ma soltanto un enorme dispiegamento di forze armate.

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Il 28enne Giulio Regeni, originario di Fiumicello (Provincia di Udine) e dottorando presso l’Università di Cambridge. Il suo corpo è stato rinvenuto alla periferia del Cairo, il 3 Febbraio 2016

Ed è in questo contesto che Giulio Regeni, lo studente italiano al Cairo per una tesi di dottorato, viene rapito. Come purtroppo ben sappiamo, verrà ritrovato alcuni giorni dopo, il 3 Febbraio, alla periferia della città. La morte, come certificato dai rilievi medico-legali, sarebbe avvenuta tre-quattro giorni prima, e dopo giorni di inumane torture. Ma perché? E chi sarebbero i responsabili? Secondo gli inquirenti italiani il ragazzo sarebbe stato catturato, e poi ucciso, per la rete di contatti che aveva costruito, per la sua tesi, nel mondo del sindacalismo indipendente egiziano. I responsabili, dunque, sarebbero da ricercare tra le forze di sicurezza egiziane. Supposizioni fermamente respinte ed escluse, ovviamente, dalle autorità egiziane. Un episodio triste e tragico che si inserisce, secondo persone vicine alla vittima, in un contesto di sistematica repressione ed intimidazione dei dissidenti. Una tragedia che, al di là della sua intrinseca inaccettabilità e spietatezza, apre gli occhi a un Occidente che per troppo tempo ha guardato con superficialità e distacco all’evolversi delle Primavere arabe. Dalla Tunisia all’Egitto, passando per la Libia e la Siria, a cinque anni dallo scoppio delle rivolte l’ottimismo ha lasciato posto ai dubbi e alle perplessità.

Fatta eccezione per la Tunisia, dove il sistema democratico messo in piedi sembra avere una certa stabilità, in nessuno degli altri Paesi si è instaurato un processo positivo. Anzi. In Libia, dopo l’esecuzione di Mu’ammar Gheddafi, si assiste a una sanguinosa guerra civile tra fazioni nemiche in lotta per il potere. In Egitto si vivono le contraddizioni di cui sopra. In Siria, dove l’Occidente aveva finanziato in prima persona i sedicenti ribelli anti-Assad, si è assistito inermi all’ascesa dei terroristi del Daesh, che si sono addirittura dotati di un’organizzazione statuale. Ad oggi è forse proprio la Siria la più temibile bomba ad orologeria. Turchia, Iran, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti, Russia, Unione Europea: tutti, chi più chi meno, hanno interessi da difendere in questa regione e lo fanno, in molti casi, col piombo e con le bombe. A patirne, come in tutti i conflitti, la popolazione civile. I civili della Siria e dell’Iraq, in particolare, vivono sofferenze enormi; e la comunità internazionale, rappresentata dall’ONU, si dimostra nuovamente inadeguata a garantire i diritti dei più deboli.

E’ indubbio che una Rivoluzione, in quanto tale, è un processo lungo, che passa attraverso fasi di ottimismo e di buio. Ma è altrettanto vero che la Primavera araba appare oggi lontanissima. La dicitura di Inverno arabo risulta, invece, più che mai indicata.

 

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About Fabrizio Giovanni Vaccaro

COLLABORATORE | Classe 1991, è nato e cresciuto ad Augusta (SR). Diplomatosi al Liceo Classico "Megara" della sua città nel 2010, ha scelto poi di emigrare a Roma, dove studia Medicina e Chirurgia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Nutre essenzialmente tre passioni: l'attualità, la politica, l'Islam ed il Medio Oriente.

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