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Cyberbullismo: piccola analisi di un pericolo non tanto virtuale

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scena_di_cyberbullismo (1)La rete è un mondo talmente vasto che, assieme alle grandi opportunità che fornisce (come la conoscenza, la musica e la lettura) presenta anche diversi rischi. Tra questi ultimi, uno che ha riscontrato – soprattutto negli ultimi anni – l’interesse dei media e degli educatori è il bullismo elettronico, ovvero il cyberbullismo. Con questo termine si indica una forma di bullismo che non avviene nel “consueto” scenario frontale tra bullo e vittima, ma su internet. Più precisamente, il termine indica un attacco continuo, ripetuto e sistematico attuato mediante la rete.

Anche se si usa dileggiare le vittime attraverso il web, e anche se queste umiliazioni avvengono su un terreno virtuale, le conseguenze che ne scaturiscono sono reali. Portando nei casi più estremi a reazioni fatali, come il suicidio per la vergogna.

Ma quali sono le motivazioni che spingono al bullismo elettronico? Secondo la ricerca condotta da IPSOS per Save The Children, diffusa durante il Safer Internet Day Study nel 2013 (la giornata promossa dalla Commissione Europea al fine di promuovere un uso consapevole dei new media tra i giovani), le motivazioni che portano al bullismo online non differirebbero di molto e, anzi, sarebbero proprio le stesse che portano al bullismo nella vita reale. Le caratteristiche fisiche, un supposto orientamento sessuale o una bellezza che spicca troppo all’interno del gruppo possono essere motivi che portano ad azioni di bullismo nelle relazioni reali e che possono ripercuotersi anche in quello virtuale. Non pare, inoltre, che la disabilità funzioni come deterrente. Ben il 31% dei casi di bullismo avviene contro diversamente abili. Il luogo dove si costruisce il terreno per questi eventi è la scuola (80% dei casi), seguita dalla piazzetta (67%). Al contrario, lo sport e i suoi luoghi sono meno soggetti a questi fenomeni (solo il 31%). I dispositivi elettronici, quali pc e smartphone, danno rinforzo al bullismo che viene iniziato nei luoghi reali e con essi i bulli possono compiere le loro azioni negli scenari virtuali dei social network, come Facebook e Twitter.

CyberbullyingE’ proprio attraverso alcuni di questi dispositivi che le vittime vengono maggiormente attaccate, soprattutto con la diffusione di foto denigratorie. Tanti sono i casi che i media rappresentano come esempio, come quello di Flora che ne 2013 ha vinto un concerto come premio e, per questo, fu fatta oggetto di cyberbullismo su Twitter – anche se è giusto sottolineare come, sullo stesso network, vi siano stati molti messaggi di solidarietà nei suoi confronti. O ancora il caso di Amanda Tood, ragazzina quindicenne canadese vittima di cyberbullismo e per questo suicida (cfr. Il Fatto Quotidiano del 09/01/13, Cyberbullismo e social network: Flora è l’ennesima vittima). Un altro caso emblematico è quello di Carolina, suicida a quattordici anni dopo che sui social network (su Facebook e Twitter erano stati pubblicati video ed immagini della giovane molestata e violentata da altri cinque ragazzi ad una festa e che, successivamente, avevano postato il materiale in rete (Cfr. Corriere della Sera del 25/05/15, “Carolina fu violentata in gruppo”: in sei sotto accusa per il suicidio di Novara). La gravità del fatto fa gettare luce anche sullo scarso controllo che viene esercitato dai social sul materiale che viene inserito. Infatti, la Procura di Novara ha aperto un’indagine su Facebook per la mancanza di controlli sulle foto postate, ma anche Twitter ha avuto il suo ruolo, con ben 2.600 messaggi in ventiquattro ore che prendevano in giro la ragazza. Tutto questo getta molte ombre su chi ha il compito di controllare il materiale che viene postato sui social, permettendo la diffusione di contenuti offensivi e denigratori. Ci fanno riflettere, inoltre, sulla grande quantità di dispositivi elettronici che permettono, in un attimo, di metterti in contatto col resto del mondo.

A livello legislativo, è stato approvato il ddl n. 1261:<<Disposizione a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo>>. Questa normativa definisce il cyberbullismo come una situazione in cui si possono verificare casi di stalking, minacce, diffamazioni e molestie, tutti reati che sono perseguibili penalmente. E’ prevista, inoltre, la rimozione dei contenuti ritenuti offensivi (le segnalazioni potranno arrivare dagli utenti dai quattordici anni in su). L’aspetto che ritengo più significativo, a riguardo, è la formazione continua che viene fatta sull’argomento non solo ai docenti, ma anche a genitori ed alunni, che evidenzia quindi come il fenomeno del bullismo virtuale sia un problema sempre attuale che necessita di una continua vigilanza e conoscenza da parte di tutti i soggetti che possono essere coinvolti in un modo (i ragazzi come possibili vittime) o in un altro (le figure educative come punti di riferimento e di aiuto possibile per le vittime). L’intento, quindi, mira a promuovere l’uso responsabile della rete.

Il dato più allarmante, sulla diffusione e la pericolosità del fenomeno, ce lo dà sempre la ricerca condotta da IPSOS. Da questa, infatti, si evince che tale fenomeno è avvertito come il pericolo maggiore per la nostra era dal 72% degli intervistati, anche rispetto a pericoli come la droga, le molestie sessuali da adulti o il ricevere malattie sessualmente trasmissibili.

Questi dati, assieme ai fatti di cronaca sopra esposti, impongono di certo una riflessione attenta da parte degli enti educativi e creano anche un certo timore verso il mondo della rete. A questo proposito, vi potrebbe essere la tentazione da parte del lettore di voler mettere al bando ed abolire la tecnologia e i computer (quindi anche internet) per sempre. A mio avviso, sarebbe troppo facile dare la colpa di quanto avviene alla tecnologia e ai nuovi dispositivi. E ciò sarebbe sbagliato per almeno due ragioni:

 

Polizia-internet-650x4391- La tecnologia è e resta solo un mezzo al servizio della persona, e come tale è e resta neutro. Ciò che si deve criticare e condannare è l’uso che l’uomo ne fa: se al ragazzo viene insegnato un uso consapevole della rete (il che vuol dire conoscerne i rischi ed i pregi, oltre all’enorme potenzialità che porta con sé) e ad esercitare quel giudizio di azione che le agenzie educative tradizionali come la scuola e la famiglia dovrebbero avergli dato, allora casi di cyberbullismo non dovrebbero essercene. Il compito delle agenzie educative non è per nulla facile, soprattutto perché il web è per loro una realtà relativamente nuova con cui confrontarsi, e con la quale non hanno la stessa padronanza che i figli (nativi digitali) hanno ;

2- Non sarebbe attuabile perché ormai la tecnologia è una parte integrante della nostra vita, che non si può evitare ed eliminare. Che lo vogliamo oppure no, a maggior ragione oggigiorno che le tecnologie sono sempre più un prolungamento del nostro corpo e, spesso e volentieri, necessario. Basti solo pensare, per fare un esempio, alla praticità delle e-mail per comunicare in campo lavorativo .

 

Tutto questo pone una sfida educativa alla nostra società e in primis alla famiglia, che è la prima e la principale agenzia educativa con la quale il/la ragazzo/a viene a contatto e nella quale apprende a relazionarsi. Sempre la ricerca di IPSOS mette in luce, inoltre, come i ragazzi chiedano ai genitori una maggiore sorveglianza (41% dei casi) evidenziando quindi come la famiglia sia ancora il primo ente a cui i ragazzi chiedono aiuto nei momenti difficili, reali o virtuali, dimostrandone così il ruolo di prima agenzia educativa. Sempre secondo la ricerca condotta per Save the Children, una maggiore richiesta di sorveglianza viene dai genitori e dagli studenti coinvolti, o anche ai gestori dei social che vorrebbero una maggiore sorveglianza su quello che avviene nelle loro creazioni e richiamando anche loro ad una responsabilità di controllo.

Un’altra soluzione, che viene proposta dalla ricerca di Save the Children, è di organizzare incontri formativi sull’argomento. Il 57% chiede di farli con i ragazzi, mentre il 41% lo propone con i genitori e il 37% con gli insegnanti. Sempre la stessa ricerca, poi, mette in luce come i giovani non solo chiedono aiuto alle agenzie educative per affrontare il cyberbullismo, ma chiedono anche di aggiornarsi e formarsi consistentemente per affrontare queste dinamiche relazionali problematiche nel migliore dei modi e nei diversi ambiti, cioè non solo in famiglia o a scuola ma anche, per esempio, nelle associazioni sportive, negli oratori e così via.

Il cyberbullismo sta sempre più lanciando, agli educatori, la sfida di insegnare come utilizzare in modo consapevole e responsabile tutte le enormi potenzialità del web, senza trascurare il giusto rispetto che si deve portare in ogni frangente alle persone. Ed internet, dove corrono spesso molte relazioni tra individui, non costituisce un’eccezione ma al contrario deve essere un nuovo terreno su cui concentrare l’opera educativa.

Serve uno sforzo educativo importante da parte di tutti gli enti preposti, famiglia in primis: affinché la rete che i giovani frequentano abitualmente diventi un luogo sicuro, ove possano ampliare le loro conoscenze, e non uno strumento dove poter essere danneggiati o danneggiare.

 

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About Francesco Tamburini

COLLABORATORE | Classe 1984, laureato in Scienze dell'Educazione presso l'Università Cattolica di Brescia. E' appassionato di storia, di tematiche formative, di bullismo, dell'uso delle tecnologie in ambito educativo e del loro influsso sulle relazioni umane. Amante sportivo, è un gran milanista. Crede che si debba sempre fare della propria vita un piccolo capolavoro, svolgendo sempre il proprio dovere al meglio.

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