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Christine de Pizan e la lotta alla misoginia

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Un dipinto raffigurante Christine de Pizan
Un dipinto raffigurante Christine de Pizan (1345-1430 circa)

Essendo stata celebrata ieri la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, ho pensato di dover offrire un piccolo contributo e presentandovi una donna di cui, probabilmente, in pochi hanno sentito parlare, ma non per questo meno illustre di tante altre: Christine de Pizan, conosciuta da me poiché trattata in un libro del Prof. Alessandro Barbero, da cui attingerò importanti informazioni sulle sue vicende.

L’importanza di questa donna giunge dal fatto che viene riconosciuta come la prima scrittrice europea di professione. E’ considerata, infatti, un’antesignana della lotta contro la misoginia. In un suo libretto, intitolato La città delle dame, fa esclamare alla sua protagonista frasi del tipo: <<Ahimè, mio Dio, perché non mi hai fatto nascere maschio? Tutte le mie capacità sarebbero state al tuo servizio, non mi sbaglierei in nulla e sarei perfetta in tutto, come gli uomini dicono di essere>>.

Cristina fu un’italiana, nata nel 1365 a Venezia, figlia di Tommaso da Pizzano, celebre docente di medicina e astrologia. Grazie a suo padre, che fu nominato medico e astrologo ufficiale del Re di Francia, Cristina iniziò la sua vita d’Oltralpe già da bambina. Il padre, importante uomo di cultura, non fece mancare nulla alla sua istruzione. Tanto che sua figlia, già da ragazzina, era in grado di leggere e scrivere. Erano davvero poche le persone che potevano avere questa fortuna, ancor meno le donne del Medioevo. Cristina si dimostrò, fin da subito, amante dei libri. La ben fornita biblioteca paterna le offriva un inesauribile bacino di cultura, di cui lei faceva un importante dono. Il padre si dimostrò estremamente felice per la passione della figlia, mentre la madre era un po’ scettica poiché, secondo lei, la figlia avrebbe dovuto imparare ad essere una brava donna di casa, ovvero saper filare la lana, gestire una famiglia e tutte quelle faccende che si chiedevano ad una ragazza del suo tempo, affinché diventasse una buona moglie.

La particolarità di Cristina è quella di essere una ragazza “normale”. Come fa notare il prof. Barbero, molte altre donne illustri medievali lo furono poiché santificate, come accadde a Caterina da SienaGiovanna d’Arco. Per esempio, queste due donne erano legate alla religione e al misticismo in modo indissolubile. Tutte e due sentivano le voci nella loro testa, parlavano con Dio o con i santi e giurarono castità, poiché il loro amore era nell’alto dei cieli. Cristina non fu nulla di tutto questo. A quindici anni si sposò con il marito scelto dalla famiglia. Una vita, dunque, più che normale e perfettamente inserita nei canoni del tempo. Il marito era più grande di nove anni e ben piazzato nella corte del sovrano, essendo il Segretario personale di sua Maestà.

Dopo dieci anni di matrimonio, Cristina divenne vedova ed essendo stata molto innamorata del marito, decise di non risposarsi più (cosa che invece era piuttosto comune per le vedove del tempo). Non rimase veramente sola, poiché la sua famiglia facoltosa le restò vicino, permettendole una vita decisamente meno difficoltosa rispetto ad altre donne, rimaste sole ancora giovani. Si ritrovò comunque costretta a farsi carico anche dei compiti, previsti in una famiglia, del marito (trattare, per esempio, con creditori e debitori). Dovette pensare alla prole e a come gestire l’amministrazione di casa. Ella stessa, in un’opera, ci spiega come percepì questo fardello, e lo fece tramite un sogno. Nel sogno, Cristina si ritrova su una nave colpita dalla tempesta, dove il capitano è morto e lei è sgomenta. Nel sogno si addormenta e, grazie alla Fortuna (che nel Medioevo non sempre è buona, anzi, spesso è considerata come un’entità che ostacola la vita dei mortali), si risveglia uomo. Questa trasformazione, oltre alle descrizioni più ovvie, come la voce che diventa profonda e le membra più robuste, non è del tutto scontata, poiché dice di sentirsi anche più leggera. Evidentemente, per Cristina, l’essere donna ha una pesantezza nella vita del tempo che un uomo non ha: gravidanze continue, fardelli immani da portare dopo la morte del marito, continui ostacoli da dover superare per andare avanti.

Christine de Pizan offre una copia dei suoi lavori alla regina Isabella di Baviera, moglie del re Carlo VI
Christine de Pizan offre una copia dei suoi lavori alla Regina Isabella di Baviera, moglie di Re Carlo VI di Francia

Dopo la morte del marito, nonostante i mille problemi accorsi, si accorse di avere molto più tempo libero. Ed ecco che la passione di un tempo torna in tutta la sua importanza, e Cristina riscopre il piacere per la lettura. Lesse moltissimo e, come spesso accade, scoprì un piacere pure nello scrivere. Nei primi anni di questa nuova passione, scrisse per se stessa. Scrisse molte ballate, alcune dedicate al marito, altre alla solitudine, altre ancora ai cambiamenti repentini che possono colpirti senza dare il minimo preavviso. Insomma, Cristina, trovò l’ispirazione proprio nei suoi fatti personali e non verso argomenti più astratti o distanti, come poteva essere la religione o la mitologia.

La sua vita, però, era destinata a mutare ancora. Non scordiamoci che la sua famiglia era molto importante e, grazie a questo, svariate ballate furono lette da persone molto influenti. Le sue opere riscossero molto successo e si iniziò a consigliare di scrivere libri su questi argomenti, per esempio sulla Fortuna. Anche questi vennero apprezzati e, in Francia, moltissime figure di spicco volevano accaparrarsi una copia dei suoi scritti. La svolta definitiva giunse con l’interesse del Duca di Borgogna, uno dei tanti principi del Regno. Il Duca era a conoscenza dell’infanzia di Cristina, la quale conobbe Carlo V denominato Il Saggio. Le chiese di scrivere su di lui (non lo fece propriamente per il piacere di leggerlo, ma più per un gioco politico, una stoccata da rifilare agli altri principi). Cristina andò ad intervistare le persone che ebbero esperienze dirette con il Re e, infine, scrisse Il libro dei fatti e dei buoni costumi del saggio Re Carlo V. Con questo libro, Cristina consacrò un altro personale primato, ossia quello di essere stata la prima donna al mondo a scrivere un libro di storia.

Nel giro di pochi anni, divenne celeberrima. La sua fama era data dalla sua unicità, otlre che dalla sua bravura. Tutti sapevano che, se le si chiedeva di scrivere di un argomento qualsiasi, lo avrebbe fatto in maniera sublime. La donna-scrittrice si era ormai consacrata e le committenze fioccarono, oltrepassando i confini francesi. La scrittrice, però, ammise in una sua opera che tale fama era data dalla sua particolarità. Ai principi piacciono le cose bizzarre ed è conscia del fatto che lei vada di moda solamente perché donna e non per la qualità (nonostante la sua autocritica, possiamo ancora oggi, invece, apprezzare l’altissimo valore di quelle opere).

Cristina, comunque sia, prese molto sul serio questa sua nuova vita e si dimostrò estremamente professionale e versatile. Scrisse di trattati filosofici, storici, politici, sull’arte militare e sull’araldica, nonché delle analisi sulla situazione del regno e sulla tassazione. In soli sette anni scrisse ben quindici opere, senza contare le poesie d’occasione. Questa mole di lavoro era gestita quasi in termini aziendali, poiché Cristina assunse una squadra di miniatori, tra cui una donna.

Christine de Pizan dovette assistere alla Guerra dei Cent’anni. Dopo la deposizione di Carlo VI detto Il Pazzo (incapace di governare) e l’assassinio del principe erede al trono, la Francia cadde nella guerra civile e gli inglesi li colpirono duramente. La schiera dei principi all’opposizione (ossia quelli che volevano scalzare il reggente, per legittimarsi) proposero spesso e volentieri programmi politici non troppo lontani da quelli a cui assistiamo ancora oggi: soppressione delle imposte, riduzione dei funzionari pubblici ed impiccagione dei finanzieri corrotti. Cristina si inserì nel dibattito politico, particolarmente sulla questione delle imposte. Ella fu l’unica – o quantomeno una delle poche – ad avere il coraggio di dire che le imposte servivano e andavano pagate. A difesa di queste affermazioni, afferma che la guerra ha un costo e pure la giustizia, dunque se il popolo vuole essere protetto (o con la spada o con la legge) questo prezzo lo deve pagare, poiché non può farsene carico solamente il sovrano. Cristina si scagliò, però, contro le esenzioni fiscali e l’ingiustizia riversata sui poveri, spremuti fino al midollo, perché i ricchi non vogliono farsi carico di tale peso economico.

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La pagina di un manoscritto in cui Christine de Pizan descriveva Re Carlo VI di Francia

Emblematico fu l’appello di pace indirizzato alla Regina di Francia. Come detto prima, la Francia era dilaniata dalla guerra contro gli inglesi e dalle varie lotte di successione. In questo tetro palcoscenico, Cristina lanciò un messaggio pacifista e di solidarietà verso tutte le donne. L’appello alla Regina inizia con Cristina che instaura un legame con lei, essendo del suo stesso sesso. Dice che a pagare il prezzo più caro della guerra sono le donne, ed essendo la sovrana una donna, dovrà capire quanto importante sia lo scongiurare la minaccia della guerra. Il messaggio pacifista, però, non si limita a parlare soltanto alla Regina, ma a tutte le donne del Regno. Le controversie però sono tante, poiché per Cristina una sola guerra potrebbe essere legittima: quella al Duca di Borgogna. Il Duca, che fu uno dei primi committenti della scrittrice, era sempre più visto come un traditore, pronto ad allearsi con gli inglesi, pur di salire al trono. Cristina, dal canto suo, trova che la guerra contro questo traditore sia giusta e scriverà un trattato sull’arte della guerra. Questo farà sorridere molti uomini dell’epoca, essendo la guerra un argomento estraneo ad una donna. Cristina però li stupì, essendo quel trattato preciso e raffinato, per non dire completo. Com’era solita fare, intervistò molti cavalieri, dai quali si fece spiegare ogni minimo particolare come l’arte dell’assedio o i nomi dei vari cannoni.

L’aspetto però più moderno e utile al mio incipit, giunge dall’opera La città delle donne, in risposta al dibattito secolare sui pregiudizi e i luoghi comuni sulle donne. Cristina si era opposta con molta foga agli uomini di cultura che fomentavano le solite dicerie sul gentil sesso. Nell’opera, mostrò quanto il ruolo della donna fosse cruciale nella storia dell’uomo. Da buona autrice medievale, utilizzò l’espediente dell’allegoria e presentò, dunque, la Ragione, la Giustizia e la Rettitudine: che guarda caso son tre donne. Esse le chiedono di costruire una città fortificata per le donne, le chiedono di porre fine a questo dibattito misogino e far tacere una volta per tutte queste castronerie. Le affidano dunque il compito di scrivere e Cristina iniziò a “costruire la città”. Nelle miniature del libro si fa raffigurare con la cazzuola in mano e le pietre, intenta ad erigere le mura. Tutto il libro è uno smontare continuo di tali credenze e d’aggredire – se necessario – le usanze del tempo, come quella di non mandare a scuola le bambine. Ella sostenne che il problema del mondo era la massa di uomini ignoranti, i quali frenavano le donne, poiché non sopporterebbero di vederle intelligenti o più intelligenti di loro. Ma la critica verso questi uomini non è unilaterale. Cristina bacchetta pure le donne e le invita allo studio, poiché sa che molte di esse non ne hanno voglia, preferendo la vita tranquilla da moglie. Sono esse stesse a voler/dover cambiare, zittendo e ponendo fine alla millenaria discriminazione verso il gentil sesso.

Un anno prima della sua morte, dal monastero in cui ha deciso di passare gli ultimi anni di vita, viene a conoscenza della storia di una ragazzina, governata da Dio, che si è arruolata nelle fila francesi e sta procedendo di vittoria in vittoria. La ragazzina, ovviamente, è la già citata Giovanna d’Arco. Cristina scrisse subito un poema sulla giovane Giovanna. L’inizio del racconto è emblematico: <<Io Cristina, che ho pianto per undici anni, chiusa in abbazia, ora per la prima volta rido. Rido di gioia>>. La vicenda di Giovanna d’Arco confermò le idee di Cristina, la quale sente di aver avuto ragione, poiché è una donna che sta salvando il Regno di Francia. <<Che onore per il sesso femminile!>>.

Con questa frase, chiuse così il poema e la sua vita. La vita della prima scrittrice donna, capace di tener testa – se non di superare – gli stereotipi del tempo, capace di parole forti verso gli uomini, capace di trattare i discorsi “vietati” alle donne, colei che in una frase ribaltò il concetto religioso del parto con dolore e quando la Natura, in una sua opera, paragonò i suoi libri a dei figli, dicendole che avrebbe partorito non nel dolore ma nella gioia.

Che onore per il sesso femminile!

 

La Città delle Dame
“La Città delle Dame”

 

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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