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Chi canta prega due volte

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Costume e Società, Recenti

di Emanuele Grillo

<<Qui cantat bis orat>>,

Così predicavano i Padri di una Chiesa agli arbori del suo processo evolutivo ed ecumenico, mediante una sorta di monito solenne attribuito – con erroneità, probabilmente – proprio a un fondatore del pensiero cattolico-romano: Sant’Agostino d’Ippona.

Da sempre, le sapienti arti della musica e (quindi) del canto hanno nutrito la feconda e geniale curiosità sperimentale del genere umano, identificandosi al contempo come dei validi sostenitori morali e da cui poter attrarre benessere, gioia, esegesi introspettive, conforto. Una valenza quindi terapeutica, quella della musica, il cui potere è esaurientemente espresso tanto nell’isolamento individualistico e catartico quanto nell’interazione tra più individui, accomunati da eguali passioni ed intenti. Essa giunge dove nessun altro riesce ad approdare. E il canto, fra tutti, ne evidenzia quei tratti personali che contraddistinguono gli uni dagli altri per timbro, tonalità di voce, cavità di risonanza, respirazione diaframmatica e molto altro ancora.

<<Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta ed il battito del cuore di chi ascolta>> (Khalil Gibran)

Ed è proprio questa peculiarità irrefutabilmente umana che svela e cela di continuo la nostra natura, legando le coscienze ed avvolgendo la psiche dei popoli succedutisi nel cammino millenario della storia. Di quante speranze, desideri, ideali ed aspirazioni sono stati impregnati i versi dei testi e le melodie degli spartiti? Un connubio tra parole e suoni, a cui ciascuno ha affidato molti più compiti di quanto non è in grado, poi, di comprenderne. Tanto nel singolo, quanto nel molteplice: dalla preistoria alla nascita della maschera nel teatro ellenico ed all’affermazione del χόρος – che inizialmente indicava il termine danza, in quanto rappresentava una delle prime mansioni svolte dai χορευτής durante l’atto scenico nell’antica Grecia – nella tradizione cristiano-medioevale (celebri i canti gregoriani ed ambrosiani), rinascimentale, classica, lirica e popolare.

 

Volumi e testi di canto gregoriano – Libreria Piccolomini, Opa, Complesso museale del Duomo, Siena

 

Cantare in coro, cantare insieme: quali sono i requisiti indispensabili? E quali, invece, i vantaggi? Iniziamo subito col dire che – sembrerà ovvio, ma in verità è tutt’altro che scontato – due condizioni improcrastinabili sono l’unità e la coesione, senza le quali nessuna associazione di persone (anche piuttosto esperte) che intende cimentarsi in tal senso potrà mai fare granché, rischiando di apparire come un flebile assemblaggio disorganico. Il primo talento dei grandi gruppi corali – come quelli orchestrali e via dicendo – è stato proprio il fattore dell’unità,  che conferisce una mescolanza univoca ed amalgamante in grado di scovare il quid che differenzia, per l’appunto, il disorganico assemblaggio da un coro. Predicar doti di questo tipo, inoltre, non dovrebbe in alcun modo scoraggiare coloro che sono abituati ad interpretare il ruolo del solista: coesione non è necessariamente sinonimo di uniformità e dunque il buon risultato di una prestazione musicale in coro evidenzia al contempo le ricche qualità e varietà dei singoli.

Potremmo dire che i vantaggi, quindi, coincidono efficacemente con la buona applicazione degli stessi requisiti: imparare che il “gioco di squadra” rende più forti, aiuta a vivere con gli altri e, soprattutto, educa all’ascolto di se stessi e di colui/coloro che ci sta/-nno vicino. E naturalmente, questo basilare ma fondamentale comandamento non può far altro che incrementare le questioni tecniche ed erudite – che tuttavia non riguardano il nostro articolo odierno – concernente la riuscita nonché la fruizione del buon canto, così come della buona musica.

Come alcuni di voi sapranno, <<sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto>> (per utilizzare, con ironia, le parole di Jep Gambardella nella pellicola de La Grande Bellezza, vincitrice del Premio Oscar come miglior film straniero) nel mondo corale e musicale; ciò ha indubbiamente contribuito, in me, alla crescita di determinati valori come il saper comprendere gli altri nonché il riuscire a trasmetter loro un messaggio, il rispetto verso un’Associazione e un gruppo, la dedizione, l’abnegazione, la capacità di rifiutare la (facile) bravura ostentata per affrontare con serietà il prossimo traguardo da superare. Lo studio del pianoforte, poi, mi ha sinceramente aiutato a comprendere (o almeno ci proviamo) degli aspetti insiti nell’animo umano: la gioia e la sofferenza, la luce e le tenebre del nostro io e della vita che ciascuno di noi cerca forsennatamente di intraprendere ogni giorno, a seconda delle proprie passioni ed attitudini.

Proprio per questo, è molto importante non sottovalutare lo studio della musica – nel nostro Paese, purtroppo, molto bistrattato – come chiave di lettura del mondo e di noi stessi, in quanto membri di un’umanità a cui tutti apparteniamo. Un linguaggio matematico e fisico, che parla direttamente ai nostri cuori, legandoli anche quando non condividiamo neppure la stessa lingua (una musica, or dunque, equiparabile al livello di linguaggio universale) e percependo, tuttavia, le stesse emozioni.

Ognuno di noi, in fondo, è un ipotetico cantore: diamo spazio alla voce che è in noi, senza trascurare la possibilità di unire più voci, in un unico canto.  Cantate sempre  per i vostri sogni, quasi come fosse una preghiera. E che sia sacra o profana, non ha alcuna importanza. Fatelo per voi stessi.

E avrete pregato due volte.

 

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