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Cento passi per la legalità

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Esattamente trentasei anni fa ci fu una notte che fece tremare tutta Italia: era quella del 9 Maggio 1978. A Roma, veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro (tenuto ostaggio dalla Brigate Rosse per cinquantacinque giorni); nelle stesse ore a Cinisi (in Provincia di Palermo) veniva consumato uno dei delitti di mafia mai dimenticati dalla società civile. Il giovane attivista antimafia Peppino Impastato venne trovato morto sui binari ferroviari che collegano Palermo a Trapani.

<<Si è fatto saltare in aria>>, <<voleva fare un attentato ai contadini che col treno vanno a Palermo>>. Furono queste le supposizioni delle prime ore, ma chi conosceva Peppino sapeva bene che non era così. Oggi abbiamo la certezza che fu un delitto di mafia, ordinato dal capo mafia di Cinisi Gaetano Badalamenti quando, invece, nelle prime ore i depistaggi portarono a parlare di un semplice suicidio. Ed è proprio nel giorno del trentaseiesimo anniversario dalla morte di questo giovane ragazzo (poco più che trentenne, quando venne ucciso) che vogliamo ricordare e farvi conoscere – riportando i fatti salienti della sua vita – la figura di Peppino Impastato come attivista politico, giovane impegnato nella lotta alla mafia e giornalista.

 

  • Cinisi, culla di Peppino ma anche della Mafia:

Peppino nasce a Cinisi il 5 Gennaio 1948 dal padre Luigi e dalla madre Felicia. La sua è una famiglia che ha stretti rapporti con la mafia: sua zia,  la sorella del padre, è la moglie del boss Cesare Manzella, capo cupola negli anni ’60. Peppino cresce in questo focolare domestico, non vede nulla di sbagliato nella sua famiglia. Tante volte ha avuto come commensali dei boss di spicco della mafia, latitanti e picciotti dello zio, ma nella vita – finché non vedi l’altra faccia della medaglia – non sempre viene facile capire se si trovi dalla parte giusta o sbagliata. Peppino intuisce di essere dalla parte sbagliata all’età di 15 anni, quando lo zio viene fatto saltare in aria con un’autobomba; è la prima volta che la mafia usa il tritolo. I tempi della lupara bianca sono finiti. Adesso quando la mafia uccide deve fare notizia. A quella perdita, Peppino reagisce malamente (anzi, benissimo!): dice che se ciò che è accaduto allo zio è mafia,  nella sua vita farà di tutto per sconfiggerla. Ed è qui che Peppino capisce da che parte stare. Inizia il rifiuto nei confronti della famiglia: Peppino è un ragazzo intelligentissimo e non ha paura ad urlare in faccia al padre che egli è un mafioso. Per un uomo d’onore, un figlio che non prosegue ed anzi rifiuta gli “affari di famiglia” è un vero fallimento. Così, le liti tra padre e figlio si concludono con il ragazzo buttato fuori di casa; quella casa che a Peppino, nei momenti di ribellione adolescenziale, fa tanto schifo e che dista solo cento passi da un’altra casa: quella di Don Tano Badalamenti (il nuovo capo cupola di Cinisi dopo Manzella).

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  • La voglia di “cambiare le cose”:

Cinisi è un paesino alle porte di Palermo e dista circa 30 Km dal capoluogo siciliano. Ai tempi di Peppino, l’era della cementificazione era in pieno sviluppo e la vicina campagna era diventata l’aeroporto di Punta Raisi. È una cittadina che non offre nulla ai giovani: se si ha sete di cultura, bisogna arrangiarsi. È il 1965 quando Peppino aderisce al PSIUP ed insieme ad altri giovani fondano il giornale L’idea Socialista. Qui parlano di cultura, di politica, di mafia, di politica immischiata con la mafia. Peppino è figlio di quel sessantotto dalle idee rivoluzionarie: partecipa alla marcia della pace, vive in pieno quel periodo che fa da scisma con le generazioni precedenti. E Peppino lo fa davvero: ha ormai deciso che nella sua vita non piegherà mai la testa alla mafia, anche a costo di perdere l’affetto del padre. Il suo impegno è, anche e soprattutto, sociale. Negli anni che seguirono la costruzione del tanto desiderato aeroporto (più desiderato dalla Regione o dalla mafia?), ci si rese conto che quando c’era troppo vento gli aerei non potevano atterrare, o se si sbagliava manovra l’aereo poteva schiantarsi – come avvenne nel 1972 – nelle montagne delimitanti le piste d’atterraggio: fu necessaria, quindi, una terza pista. Questa volta i terreni posti ad esproprio sono quelli di una contrada abitata da circa 250 famiglie di contadini. Peppino lotterà con le famiglie del luogo per più di un anno e mezzo, proprio per evitare l’esproprio di questi terreni. E fu proprio durante questa esperienza che conobbe molti dei suoi compagni di mille avventure, che ancora oggi lo ricordano con grande amore.

Cinisi pare che si sia svegliata. Nel 1976, Peppino ed i suoi amici fondarono il circolo Musica e Cultura, consci del fatto che le arti (musica, teatro, cinema etc.) sono il mezzo per aggregare i vari componenti degli strati sociali. E avvenne proprio questo: il circolo fu popolato da giovani di ogni strato sociale che, tramite la cultura, riuscirono a capire da sè che può esistere un’altra Cinisi.

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  • Radio Aut:

È sempre il 1976 quando viene fondata la piccola emittente radiofonica Radio Aut. Ed è proprio dai microfoni di Radio Aut che Peppino sferra il più brutale degli attacchi alla mafia di Cinisi: la radio è più capace della stampa ad entrare nelle case. L’alfabetizzazione, infatti, non ha grandi percentuali in quel periodo in città: nessuno parla, ma tutti sanno ascoltare. E difatti tutti ascoltano la trasmissione “Onda pazza” dove Peppino ed i suoi compagni, sotto forma di satira, denunciano i connubi che vi sono tra la mafia e la politica locale. Cinisi diventa Mafiopoli con il suo Municipio, il Municipio di Mafiopoli. Tano Badalamenti è Tano Seduto, e così via. Tra una risata e l’altra, i microfoni di Radio Aut denunciano il sistema; denunciano le illegalità compiute dalla mafia di comune accordo con la politica: la più celebre è l’approvazione del piano regolatore. Per Don Tano Badalamenti sono finiti i tempi di <<S’abbinidica Don Tano>> (forma di saluto molto arcaica) e sono iniziati quelli in cui la gente, che prima lo rispettava, adesso lo deride. I bambini, per strada, lo chiamano Tano Seduto. Un moccioso con un microfono e tanta satira è riuscito a difettare l’onorabilità di un uomo d’onore. Tano Badalamenti inizia a non sopportare più la faccenda e, nel mentre, Radio Aut diviene sempre più seguita.

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  • L’ira di “Tano Seduto”:

Badalamenti non ne può più: Onda Pazza lo irrita. Lo irritano le risatine dei compaesani, lo irrita la verità. Non ne può più di quel Peppino Impastato, di quel “nuddu ammiscatu ‘ccu nenti” (nessuno mescolato al niente) che sta prendendo in giro il padrone di Cinisi, che sta facendo aprire gli occhi a tanti compaesani. Tano Seduto, perciò, manda a chiamare l’amico Luigi Impastato. Papà Luigi difende il figlio e parte improvvisamente per l’America, alla ricerca di aiuto da parte dei suoi cugini. Trascorsi due mesi dal ritorno, papà Luigi muore in un dubbioso incidente d’auto. Il vero protettore di Peppino è morto. Finchè Luigi era vivo, infatti, Tano Seduto non poteva fare uno sgarro del genere all’amico; perché non ne esistono padri che odiano veramente i figli. Nonostante l’accaduto, Peppino continua la sua dura lotta alla mafia ed il suo impegno in politica. Si candida alle elezioni amministrative del 1978.

 

 

  • 8-9 Maggio 1978:

Il pomeriggio dell’8 Maggio Peppino, in piena campagna elettorale, aveva concesso un’intervista ad una radio locale e la sera si era ritrovato con i compagni a Radio Aut per ascoltarla. Dopo un momento di sgomento perché dall’intervista avevanotagliato le parti in cui Peppino parla di lotta alla mafia, con i compagni decidono di separarsi per andare ognuno a cena a casa propria, per poi rincontrarsi nuovamente e per organizzare e discutere del comizio di chiusura della campagna elettorale. Peppino sale a bordo della sua auto, offrendo un passaggio a casa ad un compagno. Gli altri sono ancora a Radio Aut e vedono improvvisamente arrivare il Compagno Giovanni molto agitato. Giovanni è preoccupato perché, qualche momento prima, un suo parente gli aveva intimato di non uscire di casa quella sera perché sarebbe accaduto qualcosa di molto grave a Cinisi. Tutti pensano a Peppino. Escono ed iniziano a cercarlo. A casa non c’è, apre la porta la giovane cognata. Non c’è, non è da nessuna parte. La preoccupazione è alle stelle, la paura che possa essere successo qualcosa a Peppino è sempre più forte. I Compagni lo cercano, nel frattempo Peppino è vittima dei suoi sìcari. Peppino, seguito da un auto di grossa cilindrata, viene fermato in una strada isolata, aggredito e trascinato dentro un casolare abbandonato. Qui viene massacrato a colpi di pietra; il sangue è ovunque (alcuni testimoni giunti per primi sul luogo del delitto, poi, racconteranno che oltre al sangue schizzato dappertutto c’era anche il cervello schizzato dappertutto, proprio come il sangue). Il povero Peppino, quindi, viene massacrato a colpi di pietra e trascinato sui binari ferroviari della linea Palermo-Trapani (vicini al casolare), poggiato lì, imbottito di tritolo e fatto saltare in aria. È l’una e trenta di notte. È il 9 Maggio 1978.

 

 

  • L’alba del giorno più triste:

Giunge l’alba a Cinisi e con essa la notizia della sciagura. I compagni giungono sul luogo ma i Carabinieri non li fanno avvicinare. Il binario è già stato sostituito. In paese vengono perquisite le case dei Compagni, quelle dei mafiosi no. La pista seguita dalle forze dell’ordine è quella dell’ambiente politico, poi, dopo la perquisizione a casa Impastato e dopo aver sequestrato dieci sacchi di effetti personali di Peppino ed aver trovato un biglietto con su scritto <<voglio abbandonare la politica e la vita>> la pista sapientemente si sposta sull’ipotesi del suicidio. Certo, perché una persona che vuole suicidarsi si prende prima a colpi di pietra in testa, poi posa gli occhiali e le chiavi della radio, va al vicino binario si imbottisce di tritolo e si fa saltare in aria. Chiunque conosceva Peppino e la sua storia sapeva che non si trattava di suicidio; lo sapevano i suoi Compagni che nella tarda mattinata di quel giorno raccolsero i pezzettini di Peppino con delle buste di plastica; lo sapevano quelli che fotografarono le budella del giovane ancora penzolanti dai cavi elettrici; anche chi, consegnando agli inquirenti le pietre fatte di sangue trovate dentro il casolare chiese di analizzare il sangue ( la risposta fu che quello si trattava in realtà sangue mestruale perché lì ci andavano le coppiette). Lo sapeva mamma Felicia, che suo figlio che amava tanto la vita non si sarebbe mai suicidato; lo sapeva anche il fratello Giovanni, ormai solo in una Cinisi che non voleva cambiare. Al funerale parteciparono pochi concittadini, ma un lungo corteo di Compagni venuti da ogni parte della Sicilia che da a Cinisi l’avvertimento che le idee di Peppino non sarebbero mai morte, che la mafia è una “montagna di merda” proprio come diceva Peppino Impastato.

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  • Il suicidio non è più un suicidio:

Sin dalla prime ore, chiunque conosceva già  la vicenda di Peppino e la storia della nostra terra sapeva che non si trattò di un semplice suicidio. I depistaggi e gli insabbiamenti compiuti dalle forze dell’ordine erano frutto di una sottomissione al potere mafioso: a Cinisi comandava Don Tano Badalamenti e la giustizia doveva insabbiare. Solo Chinnici, negli anni successivi, attribuì al caso la matrice mafiosa: dunque Peppino Impastato è stato ucciso, ma da ignoti. I notissimi ignoti sono Tano Badalamenti – nel frattempo detenuto in USA per traffico di droga internazionale – e Vito Palazzolo, mandanti dell’omicidio. Nel frattempo è il 1992, quando l’indagine viene archiviata, ma il Centro Studi Impastato e la famiglia chiedono la riapertura del caso. Vito Palazzolo verrà condannato nel 2001 a trent’anni di reclusione, ritenuto quindi colpevole. Gaetano Badalamenti, nel 2002, condannato all’ergastolo. Peppino Impastato è vittima innocente di mafia.

Ma il mistero della sua morte si ricollega ad un altro mistero degli anni ’60: la strage della casermetta di Alcamo Marina. Peppino da giornalista si era interessato del caso e la notte della perquisizione in casa sua, quella carpetta del suo dossier venne portata via ma mai registrata agli atti. Magari Peppino indagava su Vesco – uno degli accusati della strage – che dopo qualche mese venne trovato impiccato nella sua cella nonostante avesse un solo braccio. La riapertura del caso Impastato e del caso di Alcamo Marina, a cura dell’ex PM Antonio Ingroia, mostrano un chiaro collegamento tra i due episodi, magari entrambi frutto della matrice criminale-mafiosa.

 

 

  • Cento Passi di legalità:

A sostegno di Peppino Impastato esistono oggi dei film, documentari, letteratura, associazioni, canzoni, Il Centro Studi Impastato, la casa natia e l’intera società civile, conscia ormai da che parte stare. La soddisfazione più grande sta nel vedere casa Badalamenti come immobile sequestrato alla mafia e divenuto un centro culturale. La soddisfazione ancora più grande è sapere che oggi Radio Aut trasmetterà dalle mura di quella casa; è sapere che finalmente noi possiamo compiere quei “Cento Passi” sentendo il fresco profumo della libertà, contandoli e ricordano Peppino e alla lotta che ha dovuto fare anche a costo della sua vita.

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  • “Le nostre idee non moriranno mai”:

 

Nel frattempo giustizia è stata fatta, ma da quel 9 Maggio 1978 la lotta alla mafia, la sete di legalità, la voglia di poter inneggiare la libertà in questa terra che non ha pietà di niente e di nessuno, diventando così dei principi inviolabili. Peppino Impastato è in ognuno di noi. Ci ha insegnato che dobbiamo avere il coraggio di rifiutare tutto ciò che non appartiene alla nostra indole, anche se è dentro la nostra famiglia. L’omologazione, la sottomissione, il dover appartenere ad un branco sono oppressioni che limitano il pensiero e ci fanno perdere il coraggio di affrontare le cose e di dire di no. E quale miglior cosa per ricordarlo se non concludere coi suoi versi alla bellezza?

 

<<Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore>

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About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

2 pensieri su “Cento passi per la legalità

  1. Salve ἄνευπόλις, purtroppo sappiamo di vivere in uno Stato con molte zone grigie, in cui non riusciamo quasi mai a distinguere con certezza il confine tra lecito ed illecito, tra Stato e mafia. Siamo il Paese delle compiacenze, dei compromessi, delle trattative. Ma ritengo che eliminare la Dia, il pool-antimafia… significherebbe eliminare la validità e l’efficacia dei codici, delle normative, dei valori etico-giuridici di cui un popolo necessita per sopravvivere. Dire che questi “strumenti” della Nazione sono contaminati, è una probabile verità, ma non è una risposta esauriente. Non possiamo fermarci a questo. Per questo ci vuole cultura, ci vuole memoria, ci vogliono giornate come questa (ovviamente, da vivere non come delle passerelle di moda). Questo discorso, ovviamente, va a prescindere dai colori e le idee politiche che ognuno di noi possiede. Perché sappiamo tutti, comunque, che quasi tutti i Pariti (ognuno con le dovute differenze percentuali) scendono a patti con la criminalità organizzate. Ma la fotografia della realtà, a mio parere, non è la fine ma l’inizio di un percorso che prima o poi dovremmo intraprendere con serietà. Tutti quanti, nella vita che scegliamo di seguire ogni giorno. A presto e… la ringraziamo per seguire assiduamente il Gattopardo! 🙂

  2. Sicuramente un articolo pieno di bellissime parole e di una biografia per alcuni tratti quasi ricavata da lunghi studi, per altri quasi una superficiale ed unica visione de ” I Cento Passi”. Seguendo assiduamente il vostro blog da molto tempo ormai e , sopratutto oggi che vi è una ricorrenza così legata all’ambiente anti-mafia, mi sorge una domanda. Ognuno di noi, chi più chi meno, ha un proprio orientamento politico ( gentilmente: non venite a dirmi che la politica non è mafia o viceversa perchè sarebbe una mera offesa ad un Falcone o ad un Dalla Chiesa). In un’Italia che nega i fatti,che sceglie l’omertà come rifugio, che sceglie di insabbiare e di procedere per la “via dei paraocchi”, è ancora possibile credere in un pool anti-mafia? é ancora possibile credere ad una protesta anti-mafia che non sfoci in una rappresaglia armata? é ancora possibile credere a giornalisti faziosi che , militando e sbandierando il proprio partito politico, scrivono a seconda se la loro “servilità posteriore” è “rossa” o “nera”?

    Grazie anticipatamente per la risposta

    ἄνευπόλις

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