Carlo Magno fondatore dell’Europa

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di Marco Pucciarelli

Il secondo personaggio di cui parleremo, in questa Rubrica di Storia, sarà uno dei padri del mondo occidentale, se non dell’Europa moderna: Carlo Magno.

Costui ebbe il merito di creare un nuovo mondo, pacificato al suo interno, che traeva le proprie radici storiche nell’Impero Romano. Questo nuovo impero, il Sacro Romano Impero, delineò l’Europa occidentale così come noi la conosciamo. Non è un caso se tutt’ora l’Unione Europea attribuisce il premio “Carlo Magno”, consegnato ad Aquisgrana, ad un politico che si è distinto nell’unificazione dell’Europa. Carlo Magno, la mattina di Natale dell’800 (e non la notte, come si è soliti ricordare), fu acclamato imperatore in San Pietro a Roma. Anche se fu acclamato “Augusto” e imperatore dei romani, sapeva benissimo che il mondo non era più quello, casomai poteva sentirsi un nuovo “Costantino”, ma si avvertiva la profonda diversità poiché, fra l’impero romano e il Sacro romano Impero, erano arrivati i barbari (ancora oggi il dibattito sulle invasioni è molto acceso, molti le considerano un cataclisma, altri un evento superabile).

Carlo Magno stesso era un barbaro, era un franco, e anche ai suoi tempi essere romano o essere barbaro faceva differenza. Quando Carlo Magno venne a Roma, il Papa gli chiese se fosse possibile vestirsi nell’usanza romana (ossia indossare la toga) e non con lo stile barbaro, poiché ancora in quegli anni, le persone vestite con brache e mantelli di pelliccia, facevano storcere il naso ai romani. I barbari non vollero mai distruggere Roma e il suo impero, al limite volevano poter usufruire della “Libertà romana”, o come diceva qualche cronista del tempo, avere “l’occasione di essere romani”. Ora, non è il luogo per imbastire un dibattito sul motivo della calata dei barbari (poiché il dibattito è ancora vivo e intricato), ma una cosa certa è che i barbari attraversarono le frontiere romane, poiché i loro paesi erano poveri e inospitali, e volevano condividere il benessere, lo splendore, la vita cittadine dell’impero. Il sogno svanì in fretta, poiché l’impero, dopo la calata, divenne più povero, spezzettato in tanti piccoli regni, comandati ciascuno da un re barbaro. I barbari, in verità, non vollero mai questa regressione economica e sociale, anzi ciascun re barbaro, in cuor suo, covava il sogno di essere romano e magari di diventare l’imperatore, per questo Carlo Magno rappresentò l’idea e il sogno che tutti i barbari avevano.

Carlo Magno, rimettendo assieme una grossa fetta dell’antico impero, ha la forza e la capacità (anche economica se vogliamo) di chiudere certe falle che si aprirono con la caduta della “civiltà romana” (termine da prendere con le pinze, per i soliti motivi citati prima). L’impero romano non era “l’occidente”. Il suo cuore era il Mediterraneo, e si estendeva dalla Spagna all’Iraq, dal Reno al Deserto del Sahara, e non ci sarebbe da sorprendersi se un funzionario imperiale si sentisse più a suo agio a Baghdad piuttosto che in Britannia. L’impero romano ricostruito da Carlo Magno, ha dovuto rinunciare a parecchie terre. Si iniziò a sentire una sorta di distanza da tutto quello che c’era dalla Grecia in poi, si iniziò a sentire una estraneità di quei popoli islamici che abitavano ora il Nord Africa, che invece un tempo era il “granaio di Roma”. Per questo Carlo Magno a noi ha lasciato l’idea di Occidente, idea che fino a quel momento non era paragonabile al nostro mondo. Leggere e scrivere oggigiorno son due cose strettamente collegate. Ai tempi di Carlo Magno non lo era. Solo le persone che facevano della cultura il proprio mestiere, se non la ragione di vita, erano in grado sia di leggere che di scrivere, mentre, un politico come Carlo Magno, poteva tranquillamente saper leggere.

L’idea che fosse “semianalfabeta” è esatta, ma non rende giustizia all’uomo, poiché conosceva ben quattro lingue. La scrittura ai suoi tempi era un’attività tecnica, solo per esperti del settore (un po’ come per noi oggi è programmare un PC), ed inoltre il materiale per scrivere era difficilmente reperibile. La Chiesa fu da sempre il nucleo della cultura del tempo, ma ai tempi di Carlo Magno si dice fosse decaduta, si vociferava che fosse troppo ignorante rispetto ad un tempo. Anche Carlo Magno se ne accorse, un giorno gli arrivò una lettera da un monastero, che lo rassicuravano poiché pregavano giorno e notte per lui. Carlo Magno li ringrazia, ma si stupisce della moltitudine di errori grammaticali e si pone un problema, che forse oggi fa sorridere, ma ai tempi era sentito. Ma che succede se le preghiere arrivano nell’alto dei cieli piene di errori? Se un battesimo è pronunciato male potrà essere valido al cospetto di Dio? Carlo Magno dice che questo deve finire, che la Chiesa deve appianare le immense differenze da diocesi a diocesi. La Chiesa deve essere il collante dell’impero, per cui deve cambiare con esso. Pochissime diocesi, le più forti, manterranno la loro autonomia (vedi quella Ambrosiana di Milano), le altre furono standardizzate. Inoltre, pochissime diocesi possedevano una Bibbia per intero, e anche qui Carlo Magno mise una pezza. Organizzò due commissioni, in sfida fra loro, comandate da due grandi uomini di cultura. La prima fu affidata ad Alcuino, storico collaboratore di Carlo Magno, e la seconda a Teodulfo, vescovo di Orleans. Queste due commissioni iniziano un lavoro filologico per stabilire quale fosse la versione più attendibile della Bibbia. Oggigiorno, i filologi moderni, dicono che il miglior lavoro fu quello di Teodulfo, ma per Carlo Magno, anche allora essere raccomandati serviva a qualcosa, la sfida la vinse Alcuino.

Carlo Magno affidò a quest’ultimo l’incarico di scrivere la Bibbia, che sarebbe dovuta diventare l’unica riconosciuta, e dunque prodotta in serie (ai tempi, in serie, significava due copie l’anno) e distribuita alle varie diocesi. Offrì ad Alcuino il più grande monastero del tempo, San Martino di Tours, che contava ben trecento monaci, uno scriptorium colossale, ossia il luogo e la mano d’opera consona per tale lavoro. Passando ora ad un ulteriore argomento, ossia il mondo islamico, dobbiamo tener presente che Carlo Magno non lo avrebbe mai chiamato in questo modo. Era conscio, forse più di noi, che questo “mondo islamico” era diviso fra moltissime entità, molto diverse e spesso in lite fra loro. Ma ancora più sorprendente è sapere che per lui gli islamici non erano nemici. Esatto, un imperatore cristiano che non odia gli islamici, anzi spesso e volentieri scende a patti con loro, intrattiene una buona e gentile committenza, scambia con loro dei doni. Ovviamente, userà come propaganda politica, per legittimare le sue guerre, la scusa del “credo”, ma saranno questioni puramente di facciata. Carlo Magno si trovò persino a confinare con potentati arabi, ossia la Spagna, e contro questi arabi di Spagna, l’imperatore cristiano ha fatto la guerra, e in questo caso utilizzò la scusante che essi erano infedeli e che andavano convertiti, salvo poi scoprire che andò a far la guerra nella terra iberica sì, ma per aiutare una fazione islamica che era in conflitto con un’altra fazione altrettanto islamica, e, come se non bastasse, la disfatta di Roncisvalle fu operata, contro i suoi uomini, dai baschi che erano un popolo cristiano (in quella battaglia morì il paladino occidentale Orlando). Dunque, Carlo Magno, non fece la guerra agli arabi perché islamici, semplicemente perché confinanti con il suo territorio, e la stessa sorte toccò ai Longobardi (cattolici) e ai Sassoni e Avari (pagani). Il mestiere di un re franco era fare la guerra ogni anno, farla bene e consegnare le conquiste ai suoi uomini, per cui forse, in quegli anni, è sbagliato credere a guerre religiose (anche perché, paradossalmente, i cristiani del tempo, più che contro gli islamici, avrebbero voluto mettere le mani al collo agli ebrei, e le questioni religiose le si vedrebbero meglio esplicate nella battaglia di Lepanto).

Con altre potenze musulmane, come la principale, il Califfo di Baghdad Hārūn al-Rashīd, intrattiene ottimi rapporti, senza contare che hanno pure un nemico in comune, l’Impero Bizantino. Dunque, hanno buoni motivi per andare d’accordo, un nemico in comune, confini dei propri imperi troppo lontani per intavolare una guerra, ma soprattutto il Califfo governa anche un pezzo di terra molto caro a Carlo Magno, la terra santa. Carlo, deve proteggere i suoi pellegrini, e lo fa intavolando trattative con Harùn al-Rashìd, scambiandosi doni (come quell’elefante che il Califfo donò a Carlo Magno). I doni degli arabi orientali erano sempre grandiosi, orologi, animali selvatici e quant’altro, mentre i doni degli occidentali forse facevano sorridere il califfato, l’unica cosa che accettavano di buon grado, era la sola cosa che a noi occidentali al tempo veniva bene, ossia le armi. E le spade franche anche il Califfo le apprezza. Con questo articolo si ha la voglia e la speranza di offrire ai lettori piccole chicche, discrete curiosità, ma che unite fra di loro, possono forse colmare i vuoti o le contraddizioni apprese alle scuole dell’obbligo.

Questo mondo non era cupo, e infausto come lo si è studiato. Forse lo era, ma è importante sottolineare la vitalità, il fermento, la voglia di tornare agli antichi fasti di questo popolo, di questo impero che di lì a poco avrebbe generato il grosso della nostra Europa, del nostro occidente, e della visuale che noi abbiamo degli altri.

Incoronazione_di_Carlo_Magno

Fonti:

Lezione prof. A. Barbero

A. Barbero,  Carlo Magno: un padre per l’occidente

K. F. Werner, La nascita della nobiltà

About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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