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#CapaciDiNonScordare

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23 Maggio 199223 Maggio 2014.

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23 Maggio 1992, ore 17:58. Ventitré feriti, cinque morti. Obiettivo: il giudice Giovanni Falcone. La strage di Capaci è l’attentato mafioso mai dimenticato da nessuno. Chiunque ricorda cosa stesse facendo quel 23 Maggio, mentre i tg riportavano la notizia, perché la mafia aveva ucciso l’uomo che per i cittadini onesti rappresentava la speranza ed il coraggio di cambiare.

 

 

Era un sabato pomeriggio, e come tutti i sabati pomeriggio, il giudice Falcone, accompagnato dalla moglie Francesca Morvillo, atterrava all‘aeroporto di Punta Raisi (Palermo). Ad aspettarli tre autovetture e la scorta assegnata al giudice. É una bella giornata. Il giudice appena poggia i piedi sulla pista si sente a casa, al sicuro, e chiede le chiavi dell’auto al suo autista: ha voglia di guidare Falcone. Salgono a bordo dell’auto, marito e moglie avanti, Giuseppe Costanza dietro. Partono. La Fiat Croma guidata da Falcone sta in mezzo alle altre due dove vi sono gli altri agenti della scorta. Qualcuno dà l’avvertimento che le auto sono partite dall’aeroporto a Giovanni Brusca (detto u scannacristiani) appostato sulle colline di Capaci e pronto a schiacciare il tasto del telecomando che a distanza farà esplodere il tritolo (posizionato in un cunicolo al di sotto dello svincolo). Le auto sopraggiungono allo svincolo di Capaci, Brusca schiaccia il tasto. “L’attentatuni” è fatto. A perdere la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinari. All’Ucciardone festeggiano per l’accaduto; a Roma tutti tremano perchè quell’esplosione è un chiaro segnale ai colletti bianchi che tanto esitano ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica. La triade Cosa Nostra-Salvo Lima-Giulio Andreotti si è spezzata, tutta colpa della conferma da parte della Cassazione degli ergastoli del maxi-processo.

 

 

Il Giudice Giovanni Falcone si trovava a Roma perché grazie alla nomina da parte dell’allora Ministro di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, ricopriva il ruolo di Dirigente della sezione Affari Penali dello stesso ministero. Giovanni Falcone lavorava all’istituzione della Procura Nazionale Antimafia e a molte leggi a tutt’oggi in vigore. Aveva accettato l’incarico perchè a Palermo non erano più i tempi del pool. <<In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere>> così il Giudice Falcone diceva in una intervista a Marcelle Padovani. Io mi permetto, invece, di dire <<…che lo Stato NON ha voluto proteggere>>. Infatti, se la carriera giudiziaria del Giudice Falcone da un lato era piena di successi (non è un caso che tutto il mondo ce lo invidiava), dall’altro era una carriera piena di invidie e bastoni tra le ruote che molte volte urtarono la sensibilità di un uomo prima che di un Magistrato. Palermo negli anni ottanta era un campo di battaglia; si consumava la più violenta delle faide tra le famiglie mafiose per il controllo del territorio e degli affari illeciti come il nuovo settore dell’eroina. Tra le mura del palazzo di Giustizia viene istituito un pool antimafia con a capo il giudice Rocco Chinici: i magistrati hanno il compito di restituire ai palermitani una città più sicura. Le indagini del pool hanno inizio. Falcone intuisce che se gli affari illeciti riescono a non lasciar traccia, i soldi con cui vengono compiuti lasciano un segno. Ecco qua il metodo Falcone 2: ogni assegno per il giudice aveva una storia da raccontare. Il pool è affiatatissimo, il nuovo dirigente è Antonino Caponnetto; Chinnici muore in un agguato di mafia nel Luglio del 1983.

E’ il 1984 quando dal Brasile viene estradato il boss dei due mondi Tommaso Buscetta; a Palermo gli hanno sterminato la famiglia, decide di collaborare con la giustizia, anzi con Giovanni Falcone. Negli interrogatori Buscetta rivela Cosa Nostra a Falcone; egli, silenziosamente appunta tutto a mano. Però Buscetta non parlerà dei rapporti che la mafia intrattiene con lo Stato ritenendo i tempi non ancora maturi. C’è abbastanza materiale per intentare un processo contro la mafia. L’ufficio istruzione procede ai lavori ed il maxi-processo ebbe inizio il 10 Febbraio 1986: 460 imputati, 346 condannati, 114 assolti; 19 ergastoli; 2665 anni di carcere totali. La Giustizia aveva vinto. La vittoria del pool e dei suoi membri – Caponnetto, Falcone, Borsellino, Di Lello, Guarnotta – emanava una forte grinta e la convinzione che le cose stessero cambiando. Le critiche e le avversità non mancarono: giravano voci che il Giudice Falcone utilizzasse gli spostamenti compiuti per gli interrogatori come viaggi di piacere; o ad esempio, a fine detenzione obbligata all’Asinara arrivò il conto da parte dello Stato per le spese di vitto ed alloggio…solo al pensiero viene da ridere. È il Settembre 1987 quando Caponnetto si ritira; il CSM deve eleggere il nuovo Capo dell’ufficio istruzione di Palermo. L’erede naturale è Giovanni Falcone. È candidato – insieme a Meli – e facendo qualche breve calcolo, è sicuro di vincere quell’elezione. Ma non andò così. Qualcuno gli voltò le spalle. Il CSM elesse Meli per esperienza ed anzianità (un magistrato che dagli anni ’50 non conduceva indagini penali). Falcone iniziò a morire quel giorno: il CSM gli tagliò le gambe, lo diede in pasto alla mafia. La delusione fu tanta, ma l’impegno a sconfiggere la mafia non calò. La cosa che rende la vicenda ancora più assurda è che, mentre il CSM spezzava le ali al Giudice Falcone, l’FBI e l’allora procuratore di New York Rudolph Giuliani collaboravano con lui in un’operazione internazionale antidroga (la Pizza connection) e l’FBI, apprezzando il suo metodo investigativo, lo riteneva il magistrato antimafia per eccellenza, il più bravo in assoluto.

 

 

Falcone si spense lentamente all’Addaura quando vide sventare l’attentato che doveva farlo fuori. Riuscì ad individuare che non si trattava della semplice mano mafiosa; dietro l’atto terroristico riuscì ad intravedere i luoghi occulti del potere. I nemici, gli invidiosi, insinuarono che egli stesso creò quell’attentato per mettersi al centro dell’attenzione. Le critiche, la mancanza di protezione da parte di uno stato amico della mafia, le invidie di colleghi e politici spensero piano piano quest’uomo che dovette pure subire le accuse dell’amico Leoluca Orlando, il quale sosteneva che Giovanni Falcone tenesse le carte che non gli facevano comodo nei cassetti. Le lettere diffamatorie del corvo (nel linguaggio mafioso: magistrato, per la toga nera) furono un altro duro rospo da ingoiare. I fogli di alcune delle lettere erano carta intestata della Criminalpol: è evidente come le invidie, le scorrettezze provenissero da quei luoghi occulti del potere che lo stesso Falcone individuò nell’attentato dell’Addaura. Il Palazzo di Giustizia di Palermo non era mai stato sicuro, tantomeno ora. Falcone cambia aria, accetta l’incarico di Martelli. Anche qui critiche. Perfeziona leggi antimafia: critiche. Lavora per l’istituzione della Procura Nazionale antimafia: critiche. Voci di corridoio addirittura sostengono che Falcone si sia inventato una procura per essere superiore a tutti gli altri. Incassa silenziosamente i colpi, Giovanni l’uomo, Falcone il magistrato.

Lo sa che è solo. Lo sa quando deve difendersi, nel 1991, dinanzi al CSM dalle accuse di Leoluca Orlando; lo sa quando agli amici confida che lo faranno saltare in aria e con il pugno chiuso simula l’esplosione. Il 1992 è un anno bollente: un Presidente della Repubblica che si dimette; una crisi politico-istituzionale dalle grandi dimensioni; il CSM avverso ad una Procura che lotta contro la mafia; l’alba di Tangentopoli, la nascita di un nuovo movimento politico come la Lega nord, e per di più, l’irremovibilità delle forze politiche che si dilungano nell’elezione di un nuovo Presidente della Repubblica- eletto poi il 25 maggio 1992 nelle stesse ore in cui la vedova Schifani durante i funerali chiedeva ai mafiosi di pentirsi, di convertirsi. Ed allora, nel pensare le parole del pentito Buscetta: oggi siamo maturi per conoscere i segreti della trattativa Stato-mafia? L’instabilità politica, il CSM avverso alla Procura di Palermo, l’affermazione di nuovi movimenti politici, i magistrati nel terrore sembrano scenari già vissuti.

Probabilmente l’EXPO rappresenta la nuova Tangentopoli, il nostro Presidente della Repubblica fa di tutto per non rispondere al Processo sulla Trattativa:

a cosa sono servite le vite sacrificate di questi uomini?

E’ la fine di un’altra Repubblica?

 

About Chiara Grasso

COLLABORATRICE | Classe 1991, studia legge presso l’Università degli Studi di Catania ed è militante nei GD. Il suo sogno è una Sicilia dove si possa respirare il fresco profumo della libertà, liberi dalle mafie.

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