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Camillo Benso e il sogno di una Nazione

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Recenti, Sabbie del Tempo

di Marco Pucciarelli

Per questa rubrica storica, mi ero prefissato di non parlare di uomini del Risorgimento italiano, quantomeno volevo lasciar passare un po’ di tempo, dopo la discussione su Garibaldi. Invece ho deciso di cambiare idea, poiché dall’altra parte del Nord Italia si sta disquisendo se il Veneto dovrebbe staccarsi dall’Italia o meno. Poiché odio questi moti indipendentisti, specie se non sorretti da veri e saldi principi, ho pensato, per quel che conta, e per quel che conto, di mettere un piccolo peso sull’altro piatto della bilancia e parlare di uno dei padri fondatori del nostro Stato: Camillo Benso, il Conte di Cavour.

Cavour nasce a Torino, nel 1810, dunque suddito di Napoleone. La Torino di quegli anni è parte della Francia napoleonica, e non di quel Regno d’Italia, che creò Napoleone, con capitale a Milano. Nasce come secondogenito, da una grande ed antica famiglia nobile, addirittura di origine medievale. Il padre di Camillo, il Marchese di Cavour, è uno dei personaggi più in vista della piccola corte di Torino (c’era una corte creata da Napoleone, in onore dell’aristocrazia piemontese, che mollò in fretta i Savoia a favore del regime francese). Il nome Camillo deriva, per via della buona sudditanza del padre, dal Principe di corte, Camillo Borghese (marito di Paolina Bonaparte). Si dice che Cavour, fin da piccolo, dimostri il “caratterino” che lo avrebbe contraddistinto poi da grande. L’autore Adriano Viarengo, nel suo libro intitolato Cavour, racconta un aneddoto che dimostra questo suo essere predestinato fin dalla tenera età, ad una vita gloriosa, splendida e di potere. A sei anni, Cavour, va a trovare i parenti della madre a Ginevra. Arrivati al castello, il bambino è furibondo per un disguido, avuto con il cambio dei cavalli alla posta. La prima cosa che dirà al nonno sarà <<Voglio che il maestro di posta sia cacciato!>>. Il nonno sorridendo e divertito risponde che lui non ha questo potere e solo il sindaco può farlo. Il bambino, allora, vuole parlare col sindaco, e fra un sorriso e l’altro dei parenti, decidono di accontentarlo. Dopo l’incontro col sindaco il maestro di posta verrà cacciato! Altro aneddoto, per dimostrare il suo carattere imperioso fin dalla gioventù, fa riferimento al periodo di accademia militare a cui fu sottoposto. Tra i dieci e quindici anni, Cavour è un figlio cadetto, studia l’arte militare, e nelle note delle sue caratteristiche, viene ribadito più volte che è stato punito per l’arrogante rifiuto di obbedire agli ordini.

Ma cosa voleva dire essere un nobile in quella Torino? C’è un’ostilità profondissima tra nobiltà e borghesia, tanto che nel 1847 (sta per scoppiare la prima guerra di indipendenza), l’ambasciatore inglese a Torino, manda un rapporto a Londra, dove sostiene che la situazione civile è tesissima, e che, secondo un suo modesto parere, a breve scoppierà una guerra civile tra nobiltà e borghesia. Cavour è un nobile. Nella battaglia di Goito (la prima battaglia della guerra d’indipendenza) muore il nipote amatissimo di Cavour, Augusto. Si dice che il Conte, conserverà per tutta la vita l’uniforme dell’amato nipote.

Alla morte di Augusto, scrive Cavour: <<Non si dirà che l’aristocrazia piemontese non paghi il suo tributo alla patria. Essa si fa uccidere sui campi, mentre gli avvocati la diffamano nei trivi e nei caffè>>.

Come riprova dell’astio che c’era tra le due classi sociali. Tornando al discorso del “figlio cadetto”, esserlo, in quella società, significa qualcosa. Anche se, formalmente, Napoleone abolì i privilegi spettanti ai primogeniti, in realtà questa tradizione continuò a pesare sui secondogeniti, che dovevano un po’ arrangiarsi. Cavour, soffre per tutta la vita questo suo status di cadetto. I suoi parenti giurano che sarà il tormento della sua vita. E questa condizione veramente peserà per sempre, poiché non si sposa, vive per tutta la vita a Palazzo Cavour, dove però il padrone di casa è il fratello, Gustavo (con il quale inizialmente ha un bel rapporto, poi per ragioni politiche, il rapporto si guasta). Potranno essere aneddoti irrilevanti, quasi pettegolezzi, ma dobbiamo capire l’uomo. Cavour è stato per anni, l’uomo più potente del Piemonte, e quando tornava a casa, sapeva fosse sua solo in parte, quando cenava non poteva accomodarsi a capotavola, ma al fianco di Gustavo.

È capibile che Cavour possa soffrire di tutto questo, di questa situazione. Ora, lasciando perdere gli aneddoti, Cavour sarà costretto a “farsi da solo” per tutta la vita (ovviamente privilegi e agganci anche lui li ha). Per questo motivo, coltiva un carattere estremamente ribelle. Si narrano dei litigi col padre, piuttosto violenti. Michele, il padre, che ha fatto parecchi soldi sotto il regime napoleonico, e appena tornano i Savoia, continua a fare grossi affari (sindaco di Torino, capo della polizia e così via). Ce l’ha con Camillo, che continua a prendere brutti voti all’accademia militare e minaccia di mandarlo a morire di fame in America. Questa ribellione di Cavour, però assume una dimensione politica. Il Conte, in contrasto con tutto un ambiente conservatore e reazionario, sceglie di essere liberale. Oggi noi non possiamo renderci conto veramente di questa scelta. Significava volere una costituzione, un parlamento, le elezioni, la libertà di stampa, la libertà di associazione, e dunque voleva dire essere dei pericolosi sovversivi. Un professore di Torino, dopo il 1848, disse “ Dove finirà questo paese con tanti germi di liberismo e democrazia?” Per rendere l’idea di come veniva considerata l’ideologia, propria di Cavour. Cavour passa come “uomo di sinistra”, attribuzione che non poteva essere più sbagliata. Il re Carlo Alberto lo definì “un carbonaro impertinente” (lui che odiava le società segrete, Mazzini e tutto il resto). Cavour, prima di essere un uomo politico, è un uomo d’affari. Gioca anche in borsa, ed è un giocatore spericolato. In un’occasione gli andrà molto male. È a Parigi, ha perso, e in pochissimi giorni deve rimediare 45.000 franchi (il guadagno annuo delle due tenute agricole principali della famiglia Cavour)! Voleva farsi una famiglia sua e per averla, doveva crearsi una sua ricchezza, e in fretta. Questo il motivo del suo essere spericolato a livello economico. Ma dopo questa “batosta”, nonostante sia divenuto uno dei più ricchi uomini del Regno di Sardegna e con le mani in pasta un po’ ovunque (banche, aziende agricole, etc…) il sogno di avere una famiglia tutta sua andrà sfumando. Inoltre, in questo periodo, arrivò anche la prima carica ministeriale: Ministro dell’Agricoltura e Commercio.

A questo punto abbandonerà tutti i suoi affari e speculazioni, e con loro il sogno di una famiglia, poiché in quegli anni si dava per scontato che, una volta assunta una carica ministeriale, si dovessero liquidare tutti gli interessi finanziari, bancari e aziendali. Non è felice di fare ciò, ai suoi soldi ci tiene, ma nel mondo in cui vive, è ovvio che, una volta ministro, tutto questo non lo puoi più fare. Si terrà solo la tenuta di Leri, che è un’azienda agricola, produttrice di riso, a cui lui tiene molto, per la pace che gli offre (e ovviamente anche a un bel gruzzolo di soldoni). Verrà investito anch’egli dal conflitto d’interesse, per una “controversia” sul prezzo del riso, e per la prima volta sarà fischiato a Torino, con l’accusa di voler affamare il popolo.

Nel 1848 scoppia la rivoluzione in Francia. Cade la monarchia e si fa la repubblica. Il popolo è spaventato da questo drastico cambiamento. Cavour sente la cosa come strana. Non capisce bene come possa essere spaventata l’opinione pubblica, ora che è più illuminata. Ci riflette su e dice “A spaventare il popolo non è la repubblica, ma lo spettro del comunismo!” Siamo nel 1848, anno in cui esce il Manifesto di Marx, che inizia proprio con la frase “Uno spettro si aggira per l’Europa” Un Cavour, dunque, fieramente anticomunista e antirivoluzionario. Ma quando le prime fabbriche biellesi decidono di scioperare, Cavour dirà: <<Per prevenire il socialismo è necessario aumentare i salari degli operai, se no è inevitabile la guerra sociale!>>.

Cavour è lungimirante, è un politico che tende ad accomodarsi al centro. Da un lato vede la minaccia dei comunisti, degli anarchici, e dall’altro vede quei governi militari, autoritari, che avrebbero tanta voglia di far finire tutte queste velleità liberali. <<E’ necessario e indispensabile costituire un partito liberale conservatore>>, così Cavour dirigerà il Risorgimento.

Nel 1848 si candida alle elezioni, ma viene battuto. Grazie ad un’elezione suppletiva, questa volta viene eletto. Entra in parlamento e ci resterà per tutti i suoi tredici anni che gli restano da vivere. Cavour è il più grande economista del Regno, uno di quegli uomini di cui un governo non può fare a meno. Ma dopo la sconfitta di Novara, si farà il nuovo governo, il governo D’Azeglio, che decide di non chiamare Cavour. Il Conte si rifugerà a Leri.

<<Almeno lì, potrò vivere come se quella puttana d’Italia non esistesse!>> Hanno appena perso la Prima guerra d’Indipendenza, per molti tutto ciò, è divenuto un sogno. Per Cavour no, capisce che l’unico e vero orizzonte plausibile è quello di un’Italia unita! Nel 1851, D’Azeglio, commettendo l’errore della sua vita, lo chiama al governo. Inizialmente tutto procede bene, poi Cavour farà fuori D’Azeglio con ogni mezzo, e ci riesce, diventando lui stesso primo ministro. Il Conte, dopo un viaggio formativo in Inghilterra, capisce che il futuro sono le ferrovie. Stupito dalla velocità del mezzo (percorse la tratta Liverpool – Manchester, lunga cinquanta chilometri, in un’ora e trenta minuti). Progresso e modernizzazione, questi saranno i cardini della sua politica. Il Paese deve essere più ricco per poter pagare tutto ciò.

Per farlo, bisogna abbattere le barriere doganali (altro pilastro a cui Cavour lavorerà per sempre). Il libero scambio. Abolire tutto, lasciar circolare le merci e la ricchezza non tarderà ad arrivare. Questi sono gli anni della grande crescita economica europea, e la sua scommessa trova terreno fertile. Cavour avrà ragione e nel 1860, la rete ferroviaria piemontese, sarà la metà di tutta quella italiana! Si costruiscono canali, si aprono i lavori per il Traforo del Fréjus, rete telegrafica, illuminazione a gas, nuove banche, la borsa di Torino. Cavour per fare tutto ciò dovrà aumentare le tasse. È temuto da alcuni, poiché sta facendo pagare le tasse a gente che prima non le aveva mai pagate. Insieme alle modernizzazioni, e allo sviluppo economico, vuole levare il “piede straniero” dal Bel Paese, per poi pensare all’Unità (all’inizio è in secondo piano). Dopo la guerra di Crimea, al congresso di Parigi, 1856, oltre che a creare legami d’amicizia con Francia e Inghilterra, suggerisce che, dal regno di Napoli, i Borboni è bene che se ne vadano! Dopo che la Francia diede la propria parola e offrì aiuto militare al Piemonte contro l’Austria, il Conte scrisse a La Marmora di preparare i cannoni che sarebbero andati a Milano in parata, se non a Venezia. La guerra, dopo varie vicissitudini, la si fa, la si vince, ma Napoleone III decide che arrivati sul confine del Veneto, non c’è più interesse politico di continuare. Anche il Re Vittorio pensa che possa bastare così (anche se a breve, si “mangerà le mani” per l’esclusione del Veneto).

Cavour è prossimo al mancamento. Definisce il Re Vittorio come un traditore, dice che si dimetterà e urla in faccia al sabaudo che “un ministro deve sapere quando è ora di dimettersi, ed un re quando abdicare!” Camillo si dimette, e il Re Vittorio dice a Napoleone che sarebbe disposto a pagare 3.000 franchi perché il Conte partisse per l’America. Ma senza Cavour non c’è alcuna maggioranza possibile, per cui lo richiamano subito al governo, anche se il Conte inizia a sentirsi vecchio (non ha nemmeno cinquanta anni).

Fa in tempo a vedere la vicenda di Garibaldi, e che va tutto bene. Fa in tempo a vedere l’Italia unita, ma poi gli viene una strana febbre altissima. Oggi si pensa che potesse essere la malaria, presa nelle risaie del vercellese, e in pochi giorni muore. Sempre sul libro di Adriano Viarengo si trova una citazione sulla morte del Conte della Marchesa D’Azeglio: <<Si piangeva ovunque, e non per modo di dire. Si piangevano lacrime autentiche, alla Camera al Senato, ai Ministeri!>> Il Risorgimento italiano era anche il tempo in cui le istituzioni piangevano lacrime vere, autentiche. Un mondo di passioni e di emozioni.

Quelli erano i nostri padri: e in qualche modo vanno ricordati.

 

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fonti

Conferenza prof. A. Barbero

Lezione universitaria st. moderna

A. Roveri, Camillo Benso di Cavour

About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Studente di Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

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