Battaglia romana

La caduta di Roma, tra problemi sociali ed economici (terza parte)

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Siamo giunti al terzo e ultimo articolo riguardante la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Qui si parlerà del momento in cui le politiche (che regolavano i flussi migratori dei popoli barbarici verso l’Impero) fallirono e le migrazioni, prima pacifiche e gestibili,  divennero un fattore destabilizzante.
Il fallimento di queste politiche può essere ricondotto ad un evento cruciale, una sorta di testa di ponte che aprì definitivamente allo sfacelo della gestione dei flussi migratori e alle conseguenti “invasioni barbariche”. Siamo nel 376 d.C., ossia al centro del periodo storico analizzato nei precedenti articoli. Su una delle tante frontiere dell’Impero, il Danubio, stranamente giunsero notizie poco rassicuranti. Il Danubio divideva l’Impero Romano dalle inospitali steppe del nord. Era una frontiera molto silenziosa, da lì giungevano pochissime grandi notizie, per questo motivo le voci che giungevano al cuore dell’Impero cominciarono a preoccupare le popolazioni, quando invece arrivarono notizie da quell’area sperduta e dimenticata.

La notizia che fece preoccupare buona parte delle genti fu quella dell’arrivo di folle di barbari, che avevano abbandonato le loro case, chiedendo di essere accolti dentro l’Impero.Il fatto stesso che si sparse la voce fu un segnale che stava per succedere qualcosa di grosso. Essendo l’Impero autoritario e tirannico, dava poco peso all’opinione pubblica. Negli articoli precedenti abbiamo visto quanto comune fosse questa scena, ma stavolta è diverso. Stavolta son davvero tanti: un insieme di tribù che formavano il popolo dei Goti, i quali raccontano d’esser stati spinti fino al Danubio da un nuovo popolo, feroce e bellicoso. E questo nuovo popolo, sbucato dal nulla, erano gli Unni.I Goti, giunti sulla frontiera, erano talmente tanti che i generali, a guardia di essa, non poterono assumersi la responsabilità di farli entrare tutti, senza il consenso dell’Imperatore. Una delegazione di questi Goti, dunque, venne fatta ricevere all’Imperatore d’Oriente, Valente, presentando una richiesta ufficiale di accoglienza nell’Impero. Valente, che stava preparando una guerra contro l’Iran, si vide piovere dal cielo quest’occasione. Una folla di profughi da convertire in reclute per la guerra imminente. L’Imperatore gestì la questione come fu sempre fatto: ordinò di farli entrare, di smistarli nei vari punti dell’Impero e a coloro che posso essere reclutati, ordinò che venissero inseriti nei ranghi del suo esercito.

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Flavio Giulio Valente (328-378) è stato un Imperatore Romano, dal 364 d.C. fino alla sua morte

Avvenuto il consenso di Valente, poté iniziare questa colossale operazione umanitaria. Venne fatto attraversare il Danubio ai profughi, tramite delle zattere. Molti, invece, compirono il tratto a nuoto, molti altri annegando. Inizialmente furono presi i nominativi di tutti quelli che entravano ma poi, essendo parecchi e piuttosto caotici, incominciarono a farli entrare senza registrarli e perquisirli. Come ogni colossale operazione umanitaria, molte cose andarono per il verso sbagliato. Famiglie divise, madri che non avrebbero mai più rivisto i figli, ragazzine e ragazzini stuprati o resi schiavi dalle guardie. Un fatto molto importante fu quello del razionamento. L’Impero organizzò una razione di pasti gratuita per tutti i Goti. È facile pensare a quello che successe in seguito. I soldati iniziarono a vendere queste derrate gratuite, intascandosi il ricavato. Questa fonte di guadagno li spinse a mantenere efficienti i campi profughi per un tempo superiore a quello richiesto, poiché anche solo una settimana in più, avrebbe voluto dire molti soldi in più. Peccato che il tenere per così tanto tempo attivi questi campi profughi, fece spargere la voce verso altri barbari, anche coloro che non erano minacciati dagli Unni, a cui  l’impero aveva aperto le frontiere. Nel giro di pochissimi giorni, i soldati romani si videro arrivare un’altra folla, ancor più grande rispetto alla precedente. Videro un flusso continuo di barbari che chiedevano ospitalità a Roma. Ed i romani, spaventati, decisero di chiudere la frontiera e di smantellare il campo profughi, facendo confluire all’interno dell’Impero, quelli a cui era stato fatto attraversare il Danubio. Venne costituito un grosso contingente di truppe, affinché scortasse questo popolo verso il centro dell’Impero. I barbari che giunsero più tardi d’innanzi alle frontiere, videro che la guardia era stata tolta e che le frontiere, seppur chiuse, erano scoperte.

Ed ecco che nell’Impero entrò una seconda ondata di barbari, questa volta clandestina. Nessuna città decise di accettare questa folla di barbari. Non li fecero entrare e per sicurezza non fecero entrare nemmeno i soldati romani. Gli animi pian piano iniziarono a scaldarsi, rendendo sempre più stanchi e spazientiti i barbari ed i soldati. Lupicino, capo di questo contingente romano, decise che èeraora di uccidere i capi di questi Goti pensando che, senza una guida, questo popolo incivile sarebbe stato più gestibile. Li invitò a banchetto (in una delle tante città che li rifiutò) e dopo averli fatti ubriacare pensò di dare ordine di ucciderli. Peccato che Lupicino fu quello che bevve più di tutti e, non appena impartì l’ordine, i capi barbari lo fecero fuori. Quando fuggirono, urlando al tradimento, trovarono fuori dalle mura le loro genti in pieno scontro con i soldati. i quali soccomberono, poiché in netta inferiorità numerica. Da qui i Goti capirono di avere la strada spianata. Si ritrovavano dentro l’Impero Romano e, ovunque guardassero, vedevano campagne ricchissime.

Presto o tardi gli schiavi dei signorotti locali, per rivalsa verso i capi, tenderono ad aiutare questo gruppo di barbari, affinché derubassero e uccidessero i loro padroni. A questo punto, Valente capì che doveva interrompere il suo sogno di imbastire guerra contro l’Iran e pensare piuttosto al popolo di barbari che scorrazzava liberamente, portando morte e distruzione fra le sue mura. Si mise a testa dell’esercito imperiale e partì contro i Goti. Straordinariamente, questi barbari resistettero alla carica, sbaragliando i romani e uccidendo l’Imperatore, vincendo così la Battaglia di Adrianopoli. Da questo momento i Goti erano dentro l’Impero da vincitori e i romani non poterono fare più la voce grossa con loro, ma si limitarono a trattare e a sperare che loro richieste non fossero spropositate.

roma 3Oggi non abbiamo ancora usata nessuna testimonianza, per cui corro ai ripari facendo parlare Ammiano Marcellino, il più importante storiografo del tempo, dopo che venne a sapere della sconfitta e morte dell’Imperatore Valente: <<Ci si è impegnati affinché entrassero tutti. Tutti! Anche i malati terminali. Nessuno doveva restare indietro di quelli che poi avrebbero sovvertito il mondo romano>>Dopo Valente, venne eletto Teodosio. Lui, tramite compromessi ed abbandonando lotte superflue (come quelle religiose), riuscì a metterci una pezza. Riuscì ad inquadrare i Goti, rendendoli mercenari strapagati a servizio dell’Impero. Nonostante ciò, l’opinione pubblica non volle sentire ragioni e tutte le storie sulla mescolanza di sangue tra i popoli persero valore. Pian piano la gente si convinse che ne entrarono un po’ troppi. E in questo ambiente molti intellettuali scrissero trattati e lettere, indirizzate persino agli Imperatori, dicendo che tutto quello fatto finora era sbagliato. Uno di questi intellettuali fu Sinesio, ricchissimo latifondista che ebbe l’ardire di scrivere al figlio di Teodosio, ormai Imperatore, queste parole: <<E’ tutta colpa di tuo padre! Tuo padre ha aiutato i Goti. Invece che cercare di sconfiggerli, lì ha presi per mano aiutandoli a rialzarsi e ne ha fatto i suoi alleati e li ha ritenuti degni della cittadinanza. Li ha fatti partecipi degli onori e ha distribuito parte della terra romana a chi aveva ancora le mani sporche di sangue>>.

E’ incredibile questo discorso, soprattutto se pensiamo a quale forza politica potesse avere un ricchissimo latifondista e quanto in basso sia scesa la forza degli Imperatori del tempo. Sinesio, poi, scrisse anche quest’altro testo, con l’intenzione forse di descrivere Alarico, uno di quei barbari che amava tenere il piede in due scarpe. Alarico fu un generale romano: il suo nome era Flavio. Poteva vestire la toga come le pelli, trattare l’ordine del giorno con l’élite romana oppure tramare con la sua gente ai danni del popolo romano: <<Nell’Impero romano, oramai le cose van talmente a rotoli che un uomo vestito di pelli comanda a quelli che indossano la clamide. Capita che uno si spogli della solita pelliccetta e si mette la toga e discuta l’ordine del giorno insieme ai magistrati dei romani, col console che gli offre il posto d’onore accanto a sé, mentre chi ne avrebbe il diritto siede dietro di lui. Questi tali, per poco che siano usciti dal Senato, si rimettono le pellicce e quando incontrano i loro soci, si mettono a ridere della toga>>.

Questi nuovi barbari, che un tempo volevano essere solo più romani dei romani, ora trovavano un’opposizione di uomini di cultura e politici che in vano tentavano di mistificare la loro natura, sostenendo tesi opposte a quelle viste in precedenza, come sulla necessità di mischiare il sangue romano con quello barbaro.
Ma fino a che punto possiamo parlare di razzismo? Un tempo si pensava che nell’Impero fosse nato un movimento anti-barbarico. Le mode storiografiche però mutarono e oggi non si pensa più, o almeno la maggior parte non lo fa più, che potesse esistere un movimento razzista così forte a Roma. Si è più propensi a pensare che fossero soltanto giochi politici. Se all’interno di una fazione vi era un barbaro, la fazione rivale, in questo clima di instabilità, avrebbe potuto comodamente utilizzare la carta del barbaro, animale e incivile. Solitamente queste fazioni erano rappresentate dai senatori e dai generali (poi al loro interno vi furono ulteriori spaccature, ma questa era la divisione portante). I Senatori non contarono più nulla nell’Impero, ora sono i Generali a comandare. Dai Generali, come abbiamo già visto, venivano eletti gli Imperatori e a questo punto il gioco era ormai chiaro. I barbari comprendevano la parte più numerosa delle fila dell’esercito romano, senza contare che moltissimi Generali, poi, erano barbari. Va da sé comprendere come spesso gli Imperatori avessero origini barbariche e il Senato, portatore degli antichi valori romani, non lo poteva accettare.

alarico senhor de roma - ludwig thiersch 1894Più che di razzismo, dunque, è giusto parlare di élite che tentava di sopravvivere in un mondo che stava cambiando sotto i loro occhi. Vi erano nuovi rapporti fra civili e militari, fra senatori e generali immigrati. Vi era una concezione molto “gattopardiana” e la classe dirigente a cui si apparteneva doveva sopravvivere, nonostante tutto fosse in cambiamento. L’Impero, entro qualche secolo iniziò col perdere parecchie entrate a causa della cattiva efficienza generata dall’instabilità. Quando queste bande di mercenari divennero numerose, ma soprattutto non potevano essere pagate, li si offriva un’intera Provincia con lo scopo di radunare le guarnigioni (sempre meno numerose) e tener buoni questi popoli, i quali iniziavano a governare su un suolo, dapprima romano. Venne sostituita, dunque, la guarnigione imperiale con bande di mercenari e i poteri locali capirono entro breve che con questi barbari ci si poteva anche accordare sulla questione dei tributi da pagare. Questo progetto funzionò a lungo, in maniera faticosa, ma funzionò.

Ora, per comprendere meglio una situazione in cui nelle Province non vi era più un legato imperiale a gestire l’amministrazione bensì un Re barbaro, dove i contadini continuavano a pagar le tasse, anche se a riscuoterle era una squadra di puzzolenti mercenari barbari e dove i ricchi continuavano ad esser tali, sapendo bene come si faceva a restare a galla e convinti che se loro collocazioni sociale fossero ancora tutelate, sarebbe pure sopravvissuta Roma. Leggiamo l’ultimo testo che analizza, a fondo, la situazione del V secolo. Vi fu, alla corte del Re Burgundo (re di una porzione della Gallia), una lite fra un monaco e un ricco senatore. La lite era incentrata sulle tasse. Il monaco accusava il senatore di pretendere un’esazione troppo alta per la povera gente e il senatore si difese così: <<Come osi attaccare me, che sono uno che conta in questo regno. Tu piuttosto chi sei? Non sei tu quell’impostore che un po’ di anni fa criticava, con arroganza, le capacità politiche del governo romano? Prevedevi la fine dell’Impero romano e di noi senatori e a desso guarda un po’, di tutte queste tue profezie non si è avverato niente>>.

La cosa fantastica è che ci troviamo nella corte di un Re barbaro e che quel pezzo di Gallia fu ceduto proprio da Roma. Ma agli occhi dei Senatori, che continuavano a comandare come prima, nulla è cambiatoper loro non era accaduto mai nulla.

 

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Lezione prof. A. Barbero

Bryan Ward-Perkins, La caduta di Roma

Boris Jonhson, Il sogno di Roma

Adrian Goldsworthy, La caduta di Roma

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About Marco Pucciarelli

REDATTORE | Classe 1991, piemontese. Si è laureato in Lettere Moderne presso l'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" di Vercelli. Ha la passione per la storia, specie per quella romana.

Un pensiero su “La caduta di Roma, tra problemi sociali ed economici (terza parte)

  1. Mi chiedo perché trascrivere letteralmente il testo di una conferenza di Alessandro Barbero senza citarlo. Non conosci forse il principio della citazione? Anche questo è “sciacalletti”.

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