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Buona “Buona Scuola” a tutti!

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Da sinistra verso destra: la sindacalista e politica italiana Valeria Fedeli (1949), attuale Ministro del MIUR, insieme con la linguista, glottologa e politica italiana Stefania Giannini (1960), precedente Ministro del MIUR
Da sinistra verso destra: la sindacalista e politica italiana Valeria Fedeli (1949), attuale Ministro del MIUR, insieme con la linguista, glottologa e politica italiana Stefania Giannini (1960), precedente Ministro del MIUR

È con immenso piacere che auguro a tutti voi, bacino di utenza primario del sistema scolastico, una Buona “Buona Scuola” in vista della riapertura di Settembre. Non è facile esprimere quanto avvilente sia constatare quale putrescente derelitto ci ostiniamo ancora, ed ipocritamente, a definire «scuola», ma con un po’ di sforzo, e anche un pizzico di fantasia si sa… basta un poco di zucchero e la pillola va giù.

La pillola, però, va giù solo se di una pillola si tratta: in questo caso lo sdegno che percepisco alla vista della disastrosa situazione in cui versa l’istruzione italiana da tempo oramai immemore mi induce a definirla, neutralizzando ogni dubbio o pudore e a tutti gli effetti, una supposta. D’altronde sempre di medicinali si tratta, il problema, e la differenza sostanziale, sta nel luogo indicato per la somministrazione, ovviamente. Dubitavamo che la riforma sulla Buona Scuola fosse una bella supposta di Plasil per il nostro Paese già durante l’acquisto al banco farmaci, o forse sarebbe più corretto dire già nel momento della sua approvazione in Parlamento. Ricordo le schiere di studenti che scesero in piazza in quel periodo; ricordo i cori, il clamore, l’ostinazione, ma al contempo l’ombra di una certa rassegnazione sui volti di chi, seppur manifestando, pare avesse come l’impressione di starlo facendo sulla trasposizione stradale del ponte principale del Titanic: su una nave destinata all’ammaraggio ancor prima del suo battesimo.

Ma cosa rimane oggi del Titanic dell’istruzione? Si tratta di un relitto dalla forma piuttosto singolare, ove un insegnante in media è costretto a non so neanche quanti anni di precariato – né voglio contarli, perché probabilmente nel farlo giungerei anche io a divenire tale – prima di vedersi assegnare la tanto sospirata cattedra. Insegnanti che entrano di ruolo quando il sistema li ha frustrati abbastanza da rimuovere dal loro animo qualsiasi briciola di entusiasmo potessero ancora serbare dopo la lunga corsa ad ostacoli che li ha portati lì, finalmente, dietro la cattedra (quest’anno la quota insegnanti Over 54 è salita al 40%, le assunzioni dei giovani Under 35 dal 2,9% sono scese al 2,5% – fonte: www.scuolainforma.it)Ah i vecchi tempi in cui si insegnava con il diploma! I vecchi tempi in cui diventavi insegnante non per un motivo di radice vocazionale, ma per il posto fisso, i vecchi tempi che hanno visto stole di lettori seriali di giornali riscaldare sedie con le proprie natiche. I vecchi tempi andati, cancellati, perché insegnare con il solo diploma alle spalle te lo sogni, sebbene comunque la piaga dei lettori di giornale compulsivi non sia stata debellata del tutto. Peccato.

Non è troppo difficile comprendere che abbiamo a che fare nella maggior parte dei casi con una didattica mal funzionante, prova lampante ne è l’aumento in proporzioni bibliche del diametro del vortice delle ripetizioni private che non fanno altro che garantire la continuità di un sistema di selezione naturale a criterio prettamente economico. Esempio standard? Se tuo figlio è una capra in matematica e non puoi mandarlo a ripetizioni rimane tale, ma se puoi permettertelo allora gli fornisci l’opportunità di colmare le sue lacune e di procedere spedito. Semplice, lineare e conciso.

registro_elettronicoMa che importa se dietro la cattedra poniamo gente che per la propria disciplina mostra il medesimo coinvolgimento emotivo di un cucchiaino? L’importante è sempre e solo finire il sacrosanto programma e ingozzare l’uditorio di nozioni, prova ne è la proposta della creazione dei cosiddetti licei brevi. Se poi mi trovo di fronte un insegnante demotivato che declama le terzine di Dante Alighieri con lo stesso pathos della voce del servizio clienti di Telecom Italia sono affari miei. Amen, ma non troppo.

E che dire dei tagli assurdi inferti all’istruzione? Al costo di cosa poi? Di iPad per registri elettronici e di lavagne multimediali che la maggior parte dei docenti guarda come fossero congegni di fattura infernale e di cui possibilmente, diciamocelo, non riescono a distinguere neanche il tasto di accensione? E che dire di questa smania dell’alternanza scuola-lavoro, della fretta angosciante di sparare gli studenti fuori fuori dalle aule? Tutti Donne Cannone del domani, di un domani che fa sempre più paura e di fronte a cui si arriva spesso impreparati. Sono certa lo stesso tempo che impiegate per sbattere gli studenti fuori dalle classi potrebbe essere speso in attività di supporto per la delineazione della loro strada futura, in modo tale che non si ritrovino a diciott’anni totalmente disorientati nel contesto della scelta universitaria. Si tratterebbe di creare percorsi che li aiutino a sentirsi meno dei voti e più individui, volti a comprendere le loro inclinazioni, approfondire le loro attitudini: piuttosto che forzare sul prospetto manageriale a tutti i costi sarebbe bene insistere sullo studente come persona, come persona con delle aspirazioni, aspirazioni che andrebbero comprese e plasmate in scelte che trascendano il volere di mammina o papino o l’ansia di finire a friggere patatine da McDonald’s.

Alla luce di tutto ciò, per rendere questa, di pillola, meno amara da deglutire, dovrei inserire la solita parte dedicata agli insegnanti coraggiosi, le perle rare alla Attimo Fuggente che comunque si ostinano ad insegnare con passione, a portare in classe ogni giorno assieme alla valigetta piena di schede e registri da schiaffare sulla cattedra anche quell’amore viscerale che gli indusse un tempo ad iniziare questa corsa tutta ad ostacoli, quella che inizia con una Laurea Triennale e finisce con un decreto random sui 24 CFU obbligatori da conseguire per accedere alla classe di concorso tanto agognata.

Agli insegnanti veri dico solamente grazie per tutte le pillole – N.B. licenza poetica – che sono stati costretti a deglutire a testa alta, perché parlo per esperienza personale: ho conosciuto uomini e donne che, ogni mattina, hanno varcato la soglia dell’aula premurandosi di lasciare fuori il proprio rancore nei confronti di un sistema che ha voltato loro le spalle, riuscendo a portare all’interno solamente un amore sconfinato per il proprio lavoro e per la propria disciplina, accompagnato da pazienza e dedizione.

Sono gli stessi che sono riusciti a percepire i loro studenti non come contenitori da riempire, ma fiaccole da accendere, e quello a cui accenno è un trattamento speciale che a pochi di noi è capitato o capiterà di ricevere. A queste mosche bianche dico grazie, a quelle nere auguro per quest’anno e per quelli a venire un lavaggio a sessanta gradi con Perlana, di modo che oltre al colore, dalle mosche bianche possano assorbire anche l’esempio e il valore morale.

A chi di competenza – o incompetenza? – dico che la Buona Scuola si fa con buoni insegnanti: il resto è solo retorica, mercificazione, ma ancor di più improponibile mortificazione del sapere.

 

buona_scuola_renzi

 


 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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