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“Brooklyn”: narrare i sentimenti

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John Crowley (1969) è un regista irlandese

1952. Eilis Lacey (Saoirse Ronan) è nata e cresciuta in un piccolo paese in Irlanda con la madre e la sorella. Ha difficoltà a trovare un lavoro, per questo decide di emigrare negli Stati Uniti d’America alla ricerca di un futuro migliore. Dopo un difficile periodo di adattamento, durante il quale vive in un convitto femminile e lavora in un grande magazzino, Eilis riesce a costruirsi una vita a Brooklyn e si innamora di Tony (Emory Cohen), idraulico italiano. Ma per l’improvvisa e tragica scomparsa della sorella torna in Irlanda dalla madre. A quel punto Eilis dovrà decidere quale vita vuole per se stessa, se rimanere nella sua terra natia o tornare negli Stati Uniti.

Il nuovo film di John Crowley è un film, meravigliosamente ed equilibramente, sospeso tra realismo e finzione. La carta vincente del film è quel clima, quel mondo di sentimenti umani incarnati dai protagonisti, che contiene quasi sempre pesanti grumi di risentimenti, di distorsioni, che diventano storia e racconto, anima del film e del suo sceneggiatore Nick Hornby, rivelatori delle ragioni profonde e dell’atteggiamento morale che motivano la necessità di fare cinema. La sua partecipata adesione alla vicenda narrata dà risalto, soprattutto, alle psicologie dei personaggi. Nel film di Crowley predomina lo sguardo vero; uno sguardo attento ai minimi particolari, un’analisi minuta dei comportamenti. Non uno sguardo emotivo che corre il rischio di segnare, di enfatizzare la realtà, ma una visione sincera della realtà stessa, che regista e sceneggiatore non prendono mai in prestito, perché non si fanno portatori di sguardi altrui. Pur scavando nel privato, nell’intimo di ciascuno dei personaggi, il sentimento di cui raccontano non riguarda esclusivamente emozioni, bisogni individuali, personali, perché mai egoistici, anzi ricchi di profonda umanità. Essi investono la sfera più ampia dell’universale, interrogano il destino collettivo perché intrisi di un profondo senso della giustizia sociale e della dignità umana. C’è nella semplice architettura della rappresentazione dei sentimenti umani una netta e costante rinuncia del facile e del superfluo e una continua ricerca dell’essenziale.

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Saoirse Ronan (nei panni di Eilis Lacey) ed Emory Cohen (nei panni di Antonio “Tony” Fiorello) nel film “Brooklyn” (2015), diretto dal regista John Crowley

C’è una qualità commovente nella dimessa eroina di Saoirse Ronan, nella sua dignitosa compostezza e nella maniera inibita con cui cerca il proprio posto nel mondo. Sul suo fisico gracile non si abbatte però solo lo struggimento del melò. La peculiarità di Brooklyn risiede nel fatto che si sta molto attenti ad usare i colori caldi e i cambi di paesaggio (dall’Irlanda a New York e ritorno) per cercare di espandere la passione per i sentimenti incontenibili anche all’eccitazione della gioia o all’estasi dell’appartenenza. In questo senso, la macchina da presa esprime i movimenti degli stati d’animo dei personaggi, cercano il contatto con le cose e con l’ambiente e focalizzando lo sguardo sui caratteri, sugli attimi rivelatori. Brooklyn è un film di riflessione e di ascolto, teso a cogliere le istanze spirituali e sociali dell’altro con un respiro pacato del discorso, senza mai alzare i toni.

Un film intenso, mai rassicurante. Non si racconta narcisisticamente o al contrario vittimisticamente, bensì si racconta come paradigma di una delle possibili condizioni umane ed esistenziali. In scena vi sono dei conflitti umani dentro conflitti storici. Un’avvertita esigenza estetica si coniuga, sempre e felicemente, con una pervicace tensione etica, in una piena corrispondenza tra pensiero e forma, che rifiuta vani lenocini della retorica del cinema contemporaneo. I viaggi verso gli Stati Uniti dall’Irlanda e dall’Irlanda agli Stati Uniti sono viaggi verso la consapevolezza, oltre che umana, storica e sociale. L’amorevole e, al contempo, spietato “cineocchio” di Crowley oltre a scandagliare gli aspetti meno appariscenti del quotidiano, che poi sono quelli che ne danno la connotazione di fondo, è puntato sulle anomalie, sulle storture. Hornby, dal canto suo, mette Ellis su una strada verso difficili viaggi iniziatici, emotivi, verso la scoperta di sé e degli altri attraverso l’amore e il dolore, dove questi sentimenti sono un percorso, arduo ma irrinunciabile, verso un’assunzione di responsabilità, una presa di coscienza.

Nel raccontare di Eilis dunque Brooklyn racconta dei luoghi che attraversa, degli uomini dolcemente rassegnati d’Irlanda, delle donne disinibite e delle necessarie forze conservatrici che le tengono a bada. Il period movie di Hornby e Crowley è dunque perfetto, muove dei singoli per narrare una comunità e uno stato con il fine di mettere in scena una precisa fase storica nel suo portato romantico.

Una volta tanto non è la qualità delle ambizioni a fare la differenza, ma la capacità di maneggiare la materia più semplice con la giusta delicatezza.

 

 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema". Nel 2017 pubblica il suo secondo libro dal titolo "Birdman o (Le imprevedibili relazioni tra cinema e teatro)". Tale lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea, ha come oggetto lo studio dei rapporti tra cinema e teatro, un argomento che attiene a diversi aspetti e che suscita più di una problematica e molteplici connessioni.

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