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Braccio di ferro tra Matteo Renzi e Jean-Claude Juncker: i segreti di un amore mai sbocciato

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Emiciclo di Strasburgo, tra le sedi dell’European Parliament

Che non si fossero mai amati, lo sapevamo sin dall’inizioMatteo Renzi Jean-Claude Juncker, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e quella della Commissione Europea, Roma e Bruxelles. Benché l’elezione del lussemburghese navigato sia stata ottenuta con il placet non indifferente del giovane promettente italiano, da quel 28 Giugno 2014  giorno della designazione, con insediamento ufficiale avvenuto il 1° Novembre dello stesso anno – la loro personale love story non è mai decollata.

Juncker è un precursore dell’austerity nel Vecchio Continente, predilige da sempre il settore finanziario – in particolar modo nelle vesti di Prime Minister del suo Paese (1995-2013) nonché primo Presidente permanente dell’Eurogruppo (2005-2013) – e dunque molte politiche del rigore e del riassetto dei conti, in Paesi come la Grecia ed il Portogallo, sono state condotte sotto la sua supervisione. La diffidenza disseminata in tutta Europa, la lunga inflessibilità nella concessione del credito protrattasi nel tempo, il conflitto instaurato tra Stati membri e il dissanguamento dei cittadini di alcune aree dell’Unione sono state – parzialmente – delle sue scelte. E ancora lo Scandalo 007 delle intercettazioni legali compiute dalle forze d’intelligence e l’inchiesta LuxLeaks, secondo la quale (tra il 2002 e il 2010) il Lussemburgo avrebbe concesso delle agevolazioni fiscali occulte a parecchie banche ed aziende multinazionali (per approfondire, clicca qui).

Un curriculum che fa storcere il naso a Renzi: il nuovo che avanza, che sbatte i pugni sul tavolo e riporta in auge le questioni cruciali di un’Italia ormai emancipata dagli eurocrati, forte dei suoi conti in regola. Eppure il nostro Matteo l’ha votato, ha acconsentito al piano della Cancelliera Angela Merkel e non ha mai sbraitato come in questi ultimi mesi. Nemmeno durante il semestre italiano alla Presidenza del Consiglio dell’UE.

 

 

E allora cos’è successo? Come mai una simil veemenza, così improvvisa da ambo le parti? Il puzzle non è semplice, i pezzi mancanti sono tanti. Ma sia Renzi che Juncker hanno qualcosa che interessa all’altro, in un momento di repentini sconvolgimenti nazionali e sovranazionali. O meglio, possono decidere di cambiare le sorti del proprio rivale. In maniera improcrastinabile, se necessario. L’Europa sta vivendo una crisi senza precedenti, la sua popolarità è ai minimi storici, la politica dei tagli e senza investimenti distrugge percentualmente i Paesi in cui viene (più o meno) applicata, gli Accordi di Schengen sono a rischio, prolificano i sentimenti anti-europeisti persino nei partiti più tradizionali. D’altro canto, il Partito Democratico nuota negli scandali (presunti o accertati) ed è in calo nei sondaggi, il Governo italiano rischia d’essere minato nelle sue figure più carismatiche, il 2016 sarà un anno di elezioni e di referendum cruciali per l’ex Sindaco di Firenze.

Ma c’è di più: Renzi, il PD (la compagine più numerosa nel Party of European SocialistsPES, trad: Partito del Socialismo Europeo, PSE) e il Capogruppo della Progressive Alliance of Socialists and Democrats  (S&D, trad: Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici) Gianni Pittella avrebbero i numeri per incominciare a ricamare un eventuale spodestamento degli attuali vertici della CE. Nell’altro fronte, Juncker può appellarsi alle numerose lacune presenti nella legge di stabilità nostrana (e che gode già di ampie corsie preferenziali in Europa), ma soprattutto rinnegare gli aiuti di Stato che intendono <<ripulire i bilanci delle banche italiane dai crediti che non possono più essere riscossi>> (Fonte: Il Post). Il cosiddetto Bad Bank, che mira a trovare una soluzione ai 40-60 miliardi di euro di bond tossici che rischiano di far saltare il sistema creditizio nazionale.

Pavoneggiarsi come il paladino dell’anti-austerity porta consensi, tenere in pugno i conti altrui garantisce fedeltà: e chi non ha bisogno di consensi o di fedeltà, quando gli shock per via del terrorismo e dell’immigrazione incontrollata dilagano in tutti i Paesi, confondendo le coscienze dei cittadini comunitari? Terrorismo ed immigrazione che richiedono, ancora, maggiore flessibilità e cooperazione: due elementi spesso – e tristemente – assenti negli intenti effettivi dell’Unione, al momento concentrata nell’evitare l’implosione diplomatica e delle frontiere, nonché nell’elargizione dei tre miliardi alla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan per la gestione dei migranti nel suo territorio.

Un braccio di ferro che, in fondo, ha il sapore di un tatticismo forsennato nei meandri bui di quella politica distante dagli elettori e dalle loro aspettative. Che rischia soltanto di peggiorare le cose, per tutti.

In un momento in cui le braccia, le mani e il pensiero non dovrebbero sfidarsi sulla forza. Ma aiutarsi per un intento comune.

 

unione-europea

 

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