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“Black Mirror”: la recensione della terza stagione

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«Lo specchio nero è quello che puoi trovare su ogni muro, su ogni scrivania, nel palmo di qualsiasi mano: il freddo, luccicante schermo di una TV, un monitor, uno smartphone».

 

Un passo indietro, prego.

È il 2011 quando il network inglese Channel 4 trasmette la prima stagione di Black Mirror, miniserie ideata e scritta da Charlton (per gli amici Charlie) Brooker. Charlie è un giornalista, sceneggiatore e presentatore TV. Ha cominciato a lavorare negli Anni Novanta per il neonato magazine PC Zone, a cui collaborava non solo con recensioni di videogiochi, ma anche disegnando strisce a fumetti “poco convenzionali”. Un esempio? Nel 1998 una sua vignetta gettò il giornale nella bufera: raffigurava un parco a tema creato per aiutare i bambini a sfogare gli impulsi violenti sugli animali anziché sugli altri esseri umani. Con tanto di immagini photoshoppate di pargoli che sfondano il cranio a poveri scimpanzé con dei martelli. Una critica, neanche troppo velata, alla saga videoludica di Tomb Raider, nota all’epoca per il numero di animali “uccisi” nei vari livelli. Insomma, solo per inquadrare meglio il personaggio.

Le prime due stagioni di Black Mirror, prodotte da Zeppotron per la maxi-compagnia Endemol, hanno ricevuto consensi pressoché unanimi da critica e pubblico. Sei episodi, accostati da molti all’immortale The Twilight Zone, per raccontare il lato oscuro della tecnologia attraverso uno show antologico (ogni puntata cambia storia, cast, probabilmente universo). Netflix, cogliendone il potenziale rivoluzionario e il possibile successo su larga scala, ha acquisito i diritti della serie e commissionato subito dodici nuovi episodi, divisi in seguito in due stagioni (la quarta uscirà l’anno prossimo).

Andiamo a scoprirli, con il solito avvertimento per chi non dovesse essersi ancora gettato a capofitto in questo trip: qualche SPOILER qua e là è inevitabile.

 

  • NOSEDIVE

black-mirror-nosedive«Black mirror knows no reflection, It knows no pride or vanity, It cares not about your dreams». Così cantavano gli Arcade Fire quasi dieci anni fa. È ciò che ribadisce Brooker con questo primo episodio, perfetto per riconciliare gli spettatori con la realtà del suo show (l’ultima stagione, special di Natale a parte, risaliva al 2013). Detto a chiare lettere: lo schermo non è nostro amico.

In un mondo in cui la popolarità e la reputazione di ciascun cittadino all’interno della società sono misurate in stelle (si vedano i cuori di Instagram, i like di Facebook), Lacie vive la propria esistenza aspirando all’alta borghesia. Quella del rating superiore a 4 stelle e mezzo, per intendersi, che può permettersi agevolazioni nell’accesso a servizi e altri benefici. Il segreto per cominciare la scalata sta tutto nella socializzazione (fasulla, sia chiaro) con le persone di classe superiore. Apprezzare le foto e i video che pubblicano, convincerli a rilasciare valutazioni altrettanto positive: tutto molto facile, tutto molto fittizio. Ovviamente, in perfetta tradizione BM, le cose non andranno così bene per la protagonista.

Joe Wright (quello di Orgoglio e Pregiudizio, Espiazione e Anna Karenina) dirige un frammento lineare, pulito, affilato, una parabola sulla dipendenza in stile Requiem for a dream che si dirige a passo spedito verso il tragico (ma non così tragico) finale. C’è molto humour nero, com’è naturale, ma è soprattutto nei dettagli di questo mondo morbido, nella fotografia e nei colori pastello che l’episodio raggiunge l’eccellenza assoluta. È evidente come i social network siano il bersaglio, ma una realizzazione tanto precisa di questa realtà (credibile, praticamente equivalente alla nostra) rivela tutti i meriti del team creativo. Bryce Dallas Howard, inutile dirlo, è un lusso che pochissimi showrunners possono permettersi: due spalle larghe abbastanza da sorreggere l’intera impalcatura da sola. Infine, una chiusura catartica, dolceamara. Il miglior avvio possibile.

 

  • PLAYTEST

black-mirror-playtesDi nuovo un one-man episode, forse il più “solista” dell’intera serie fin qui. È Wyatt Russell, ragazzone californiano già visto in 22 Jump Street, a dare il volto al protagonista: disincantato, allegro e irresponsabile come da canone dell’horror occidentale. Perché per la prima volta Black Mirror decide di puntare la propria freccia su un genere predefinito, dimenticando per sessanta minuti ciò che da sempre l’ha contraddistinta, e cioè il messaggio. Non vi è denuncia del progresso incontrollato, nessun attacco alla tecnologia attraverso la messinscena dei suoi effetti, possibili o immaginifici. Qui si vuole semplicemente spaventare, rivisitando (senza stravolgere neppure per un secondo) i luoghi comuni del cinema di paura.

Se restiamo fermi all’idea, c’è ben poco da dire: un videogioco che sfrutta la realtà aumentata si rivela più vero del vero, mettendo nei casini uno sventurato. Ok, c’è una versione giovanile e completamente folle di Hideo Kojima, ma lo spunto in sé non è fra i più originali. Non pensate a contaminazioni cyberpunk in stile Nirvana di Salvatores o deliri visionari presi in prestito da Videodrome. Dopo mezz’ora di attesa, ciò che resta è la più classica delle case dell’orrore, niente più che una magione infestata da spettri virtuali. A fare da contraltare alla povertà inventiva, ecco quindi la mano di Dan Trachtenberg (già nella lista dei nostri idoli): un uso dell’inquadratura che demolisce con cognizione di causa la cultura del jumpscare telefonato. Eppure, anche all’interno di un episodio così “fannullone”, l’ultimo fotogramma non riesce a trattenere la solita iniezione di cinismo.

 

  • SHUT UP AND DANCE

black-mirror-shut-up-and-dance-3Alex Lawther è un underdog. Nel senso che è talmente adatto nella parte del perdente che probabilmente la sua intera carriera, quando avrà cinquant’anni, sarà costellata di ruoli simili. Lo vedi, con quella faccia lì, gli occhi di chi veniva infilato negli armadietti al liceo, e non puoi proprio negarlo (era il giovane Alan Turing in The Imitation Game). È proprio lui, con un’interpretazione fenomenale, a salvare dall’anonimato un episodio caratterizzato da ottime premesse e realizzazione traballante. Cosa faresti se un hacker rubasse il tuo segreto più scomodo e ti costringesse a una serie di azioni spregevoli? Fino a dove ti spingeresti, per tenerlo nascosto?

È un classico Black Mirror, che procede sfruttando il non-detto, lasciando assaporare un twist finale che ribalta la prospettiva presentata fino a quel punto allo spettatore. Eppure, stavolta è la scarsa credibilità a minare l’efficacia complessiva del racconto. Da un lato, la decisione di ambientare la storia nel presente rende fin da subito più complessa la sospensione dell’incredulità (ma lo stesso accadeva anche nell’ormai leggendario The National Anthem, primo episodio della serie). Dall’altro, le scelte di sceneggiatura danno vita ad alcune sequenze “sopra le righe” che stonano terribilmente con il dramma che si vuole mettere in atto (i ricattatori, di fatto, non danno istruzioni per quanto riguarda la rapina…neppure la cifra da intascare). L’Inverno britannico, due peccatori in viaggio per salvare le proprie anime, uno spietato faccia a faccia all’ultimo sangue. Shut up and dance è un contenitore di immagini e suggestioni potentissime, che purtroppo meritava una miglior costruzione. Se ci fosse bisogno di una conferma, la speranza non è di casa qui.

 

  • SAN JUNIPERO

black-mirror-san-juniperoLa sorpresa della stagione, forse dell’annoYorkie e Kelly si incontrano per la prima volta nel 1987, in un locale a San Junipero. È l’inizio di una storia d’amore impossibile, fra decappottabili che sfrecciano nella notte tropicale, stereo che sparano a tutto volume Belinda Carlisle e colpi d’occhio meravigliosi su spiagge deserte. L’episodio, apparentemente, non veste il medesimo abito degli altri. Non è fatto della stessa “sostanza”, quel misto di distopia e tecno-rovina che risuona come un monito al genere umano.

La stessa svolta attesa dallo spettatore, il colpo di scena che strappa il velo di Maya, ha in realtà un peso specifico minimo se paragonata alla delicata bellezza della storia. San Junipero narra di scelte complicate, di sacrifici da affrontare, di sofferenze da superare per raggiungere la felicità, e riesce a parlare di questioni importanti con uno stile tanto semplice da suscitare commozione. La fantascienza stavolta rimane sullo sfondo, quasi una cornice per questo dipinto incantevole alla vista. Mackenzie Davis e Gugu Mbatha-Raw sono le due perfette protagoniste di questa favola perfetta, un’alchimia di cui potremmo non stancarci mai. Owen Harris aveva già diretto uno degli episodi migliori della serie (Be Right Back), e a questo punto speriamo che la sua presenza non manchi anche nel futuro di Black Mirror.

 

  • MEN AGAINST FIRE

black-mirror-men-againstLa guerra è da sempre uno degli ambiti in cui il fattore tecnologico ha dispiegato maggiormente le sue (terribili) potenzialità. Il modello del cinema bellico rappresentava dunque un’occasione unica per sfruttare appieno le tematiche care a Black Mirror. Purtroppo Men Against Fire finisce per auto-detonarsi con la pochezza delle proprie idee, in un cortocircuito che rende persino la rivelazione finale fra le più scontate di tutta la serie.

In un futuro non troppo lontano, presumibilmente al termine di un sanguinoso conflitto civile, il gruppo di soldati di cui fa parte Stripe (Malachi Kirby, ennesimo volto poco conosciuto e azzeccatissimo) combatte contro spaventosi mutanti denominati “roaches”, scarafaggi. Ancora una volta Black Mirror sfrutta la mancanza di informazioni per costruire la tensione, lasciando lo spettatore in attesa dell’epifania. E lo fa per tutto il tempo necessario, trascinandosi stancamente per quasi quaranta minuti nel vano tentativo di costruire una minima empatia con il protagonista. Non aiuta, a questo proposito, una scrittura piuttosto abulica dei personaggi. Una sequenza di “ricordo forzato”, che palesemente mira ad esibire qualcosa di forte, scivola così via senza strascichi, lontana anni luce dal turbamento malsano a cui ci aveva abituato lo show.

Ma il problema (e qui si tratta di un unicum) è concettuale più che pratico. La disumanizzazione della guerra, da Full Metal Jacket a Jarhead, è un motivo cinematografico perlustrato ormai da varie prospettive, impermeabile a “facili” innovazioni (che poi siamo dalle parti di The Manchurian Candidate, no?).

 

  • HATED IN THE NATION

black-mirror-hated-in-the-nationDura circa mezz’ora in più l’ultimo frammento della stagione, un vero e proprio film per la TV diretto da James Hawes (uno che ha alle spalle una manciata di episodi di Merlin, di Penny Dreadful e diverse produzioni per il piccolo schermo). Ispirato formalmente alla tradizione danese del poliziesco (Ørnen, Forbrydelsen) così come alla nuova scuola svedese del romanzo giallo (su tutte, ovviamente, Camilla Läckberg), Hated in the Nation coniuga il crime drama con l’approfondimento di un dilemma non di poco conto.

Si parla di nuovo di follia sociale, ma con una declinazione diversa rispetto al futuristico Nosedive. La società britannica in cui si muove l’ispettore Karin Parke (Kelly Macdonald) differisce da quella attuale per pochissimi, minuti dettagli: computer più evoluti, automobili all’avanguardia, api robotiche che sostituiscono quelle vere (estinte). E’ ancora più automatico, quindi, percepire l’urgenza della tematica, l’odio trasmesso attraverso i social network che si fa vero e proprio strumento di omicidio. L’hashtag #DeathTo sembra davvero in grado di uccidere indiscriminatamente, secondo un mero calcolo di popolarità online, e la classica ricerca del colpevole cede ben presto il passo alla riflessione su tutti gli inconsapevoli carnefici: la massa indistinta del popolo, quella che già in The Waldo Moment e White Bear si dimostrava capace di movimenti scellerati e incontrollabili. Il sollievo nel porre davanti alle proprie responsabilità i maniaci della tastiera si rivela in tutta la propria atrocità, in quei cinque minuti da brividi in cui la stessa esistenza umana pare labile come il volo di un insetto.
Hated in the Nation è un finale non solo degno, ma addirittura essenziale, per la terza stagione di uno show che ha voluto fare diversi passi in avanti rispetto al passato. Black Mirror si dimostrerà sempre più disposto a sperimentare con i generi, a inserire i propri motivi in cornici di grandezze e atmosfere variabili.

Non è detto che i risultati siano sempre positivi, ma di sicuro saremo nuovamente spettatori di qualcosa di importante.

 

 

 


 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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