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Atti di bellezza, di un territorio che reagisce

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“Comitato No Petrolio nel Vallo di Diano”, in Provincia di Salerno

Nascere e crescere in una terra ricca di risorse, di vita, di storia e di beni culturali vuol dire avere il dovere di assumersi delle responsabilità, ma soprattutto quello di ricordare. Ricordare chi siamo, cosa abbiamo e da dove veniamo. Un principio dal quale non si dovrebbe mai prescindere, e che diventa ancor di più un punto fermo nei momenti in cui il cosiddetto potere – che sembra non possedere mai un nome e passa la maggior parte del tempo a tentare di schivare l’onestà di chi lo contrasta – decide che tutto ciò che siamo deve cessare e che tutto ciò che abbiamo, che ci è stato dato dalla natura, che è stato curato e valorizzato dalle generazioni che ci hanno preceduto, non sarà più nostro.

La terra, quella terra che costituisce la prima grande risorsa del nostro SudCampania e Basilicata in particolare. Fonte inesauribile di vita e testimonianza, tangibili nel sacrificio dei nostri avi, adesso deve morire, deve essere schiacciata dall’avidità, dalla fame di profitto e dal cinismo: tre caratteristiche umane molto insidiose, che trovano la loro materializzazione in quella sostanza che nel corso dei secoli ha causato innumerevoli conflitti, divari e patologie: il petrolio. Perché? Perché il potere così ha deciso.

Vi starete chiedendo di cosa stiamo parlando e starete pensando che siamo dei pazzi che si svegliano una mattina qualunque con l’inspiegabile complesso di essere privati della propria identità. Beh, potreste anche avere ragione: ma sappiate che quantunque fossimo dei pazzi, che scelgono di farsi del male impiegando il tempo prezioso della propria gioventù a difendere con le unghie e con i denti ciò che è nostro, conserviamo quella lucidità necessaria per comprendere l’origine della nostra follia, per capire che il decreto Sblocca Italia (emanato dal Governo nel mese di Ottobre) paradossalmente ”blocca” il nostro territorio, compromettendone l’eco-compatibilità della produzione agricola, la genuinità degli allevamenti e il grande potenziale del turismo sostenibile, stabilendo l’introduzione di impianti di perforazione per l’estrazione degli idrocarburi, risorsa esauribile che diventa un’inaccettabile alternativa a tutto ciò che la terra, risorsa inesauribile, ci offre.

Ai più ottimisti piacerà pensare che si tratti di una proposta e che, in fondo, ogni nuovo Governo al comando possa formulare un programma che presenti dei punti, condivisibili o meno. Sfortunatamente non è così. E non a caso, quando il decreto è stato convertito in legge lo scorso Novembre, le associazioni che si erano mobilitate a favore di una sua revisione sono state derise ed additate come ”quattro comitatini”. Questa legge si dimostra lesiva non soltanto per l’ambiente, ma anche per la nostra triste perdita della democrazia, dal momento che proprio l’ambiente rientrerebbe tra le materie di competenza degli enti locali. E le nostre istituzioni, che ogni tanto provano davvero ad esprimere la volontà dei suoi elettori, hanno deliberato a sfavore. Ma le loro decisioni, purtroppo, non sono state tenute in considerazione.

Ciononostante questo articolo non vuol diventare una denuncia sterile, una polemica di mezza pagina che finirà presto nei meandri più oscuri del web. Mira a diventare, piuttosto, un invito a ricordare le nostre origini più intime e preziose, nel momento in cui i capi di questo Paese si ostinano a negarle. E’ necessario impegnarsi a fondo, perché dove esistono la rabbia e la delusione, c’è anche il baratro: ma se hai vent’anni e c’è anche qualcos’altro, come la voglia di cambiare, insieme.

A tal proposito, segnalo la presenza di un gruppo di ragazzi nel Vallo di Diano (per visitare il loro sito, basta cliccare qui) che, collaborando alla buona riuscita dell’evento Cose dell’altro Vallo previsto per il 28 Dicembre, stanno facendo squadra e si stanno scoprendo più vicini di quanto non pensassero di essere. E’ un evento che vuol porsi non come un momento di rivolta (come se ne sono già visti e rivisti), bensì come alternativa pacifica alla tragica sorte che il Governo Renzi ha ingiustamente decretato per la nostra terra. L’obiettivo non è quello di distruggere ma di costruire, attraverso l’informazione, workshop, l’arte, la musica e la cucina. Sperando che non si tratti di un traguardo ma piuttosto di un inizio come l’incipit di un libro che, pagina dopo pagina, riempie le nostre azioni di contrasto verso chi sta facendo di tutto per infrangere i sogni e per impedire di tornare un giorno nel luogo dove affondano le nostre radici. Perché la ricchezza materiale derivata dal petrolio non sarà mai equiparabile a quella morale, in un ambiente incontaminato.

Per quanto la nostra generazione, quella del precariato e dell’incertezza, faccia (giustamente) fatica a credere che i propri sforzi possano condurre a risultati concreti, non dovremmo mai dimenticare che, così come in tutti i problemi della vita, anche in quelli sociali si cela sempre quel non so che di positivo che in fondo forse è connaturato nell’uomo, anche in quello più pessimista. Quella nota impercettibile che, se amplificata, può far nascere qualcosa di bello. Quella nota che, in un momento di unione per contrastare il disagio, ci aiuta a camminare a testa alta.

Perché la bellezza spesso nasce proprio dal disagio, dal senso di inadeguatezza, paradossalmente da quel male che necessità di una reazione. Impegniamoci perché questa arrivi puntuale e non ci costringa, quando guardiamo al nostro futuro, a vedere tutto nero. Come la pece.

 

 

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About Martina Cimino

COLLABORATRICE | Classe 1993 e originaria di Teggiano (SA), vive a Pisa dove studia Giurisprudenza. Appassionata di letteratura, politica, storia e cinema, sogna un mondo in cui le giornate non durino soltanto ventiquattro ore.

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