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Apostasia e libertà di culto

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Infedele. Dagli albori delle religioni, dare dell’infedele è la peggiore delle offese tra credenti di culti diversi – una delle più grandi venne fatta a Federico II di Svevia, chiamato: musulmano battezzato, per la sua apertura al mondo islamico, in un momento cruciale come fu quello delle Crociate in Terra Santa.

Faccio mio il pensiero di Crizia il quale sosteneva che il divino è stato inventato da chi governava politicamente, allo scopo di impedire agli uomini di infrangere di nascosto le leggi e convincendoli dell’esistenza di questa forza sovrannaturale, capace di osservarli in ogni dove e quindi giudicarli.

In un mondo occidentale e apparentemente libero, sempre più industrializzato e sempre più lontano dalla ruralità dove di per sé il bucolico è divino, il professare o meglio “appartenere” ad un credo, piuttosto che ad un altro è un mero fattore culturale. Sono stata cristiana per cultura sino al momento in cui mi sono resa conto che la mia natura personale mi impediva di accettare un essere al di sopra di noi e tutto ciò che gli faceva da contorno. Solo quando si ha coscienza del proprio sé, bisognerebbe scegliere ciò in cui credere, continuare quindi con il riferimento culturale in cui si è cresciuti o cambiare religione. È un nostro diritto. Sempre nel pieno rispetto gli uni degli altri. È un nostro dovere.

«Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti». Ciò è quanto ascrive l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Proseguendo, l’articolo 18.2 <<esclude la coercizione che danneggerebbe il diritto di avere o adottare una religione o un credo, incluso l’uso o la minaccia della forza fisica o delle sanzioni penali per costringere i credenti o i non-credenti ad aderire alle loro credenze religiose e congregazioni, ad abiurare la loro religione o credo o a convertirsi».

Nonostante ciò, l’apostasia continua ad essere ancora punita in alcuni paesi con la morte.

Da una rilevazione del Pew Research Center  si è evinto che la maggior parte dei musulmani sia favorevole tanto alla libertà religiosa quanto alla pena di morte, così come prevista dalla shari’a, per i musulmani apostati.

Solo un paio di anni addietro il Washington Post pubblicava queste percentuali sul mondo islamico e l’applicazione della shari’a: l’Afghanistan con il 99%, Iraq al 91%, per i territori palestinesi 89%, Niger 86%, Kosovo 20%, Bosnia-Erzegovina al 15%, Turchia e Albania al 12%.

In Afghanistan la pena di morte per apostasia deve essere applicata per il 78% dei musulmani. In questo Paese la famiglia del coniuge dell’apostata ha il diritto di eseguire per suo conto la pena di morte a salvaguardia dell’onore familiare così fortemente vilipeso, senza essere chiamato a renderne conto in giudizio.

Percentuali di poco più basse per Egitto, Pakistan, Giordania e Malesia con il 64%. Seguono Iraq e Bangladesh che sono di poco sotto il 40% e la Thailandia con il 20%. In Bosnia, Kosovo, Turchia ed Albania le minoranze pretendono la pena capitale per gli apostati.

Se da una parte in molti paesi islamici i musulmani manifestano parere favorevole alla forca per gli apostati islamici, dall’altra la maggior parte è anche favorevole alla libertà religiosa. Ad esempio il 75% degli egiziani e il 95% dei pakistani sostiene che tutti hanno il diritto di scegliere la propria religione. Tutti, eccetto i musulmani a questo punto.

La cronaca di questi giorni ci sottopone due casi apparentemente opposti: le ragazze di Boko Haram obbligate alla conversione islamica da una parte e Meriam, sudanese di 26 anni, condannata per apostasia.

Nonostante si sia mobilitato un intero mondo mediatico con la campagna #BringBackOurGirls avente portavoce come la First Lady Obama e la Jolie, le oltre 200 studentesse continuano a rimanere ostaggio di Boko Haram – che letteralmente vuol dire “l’insegnamento occidentale è proibito” –  un gruppo di militanti islamici composto da cellule e fazioni sparse nel nordest del paese e che mira a creare uno Stato islamico nella Nigeria settentrionale. Nel numero di Novembre 2013 di National Geographic James Verini scrive nell’articolo Nigeria, un paese lacerato:

<<Boko Haram è diventato qualcosa di più di un gruppo terroristico o di un movimento ideologico. Il nome stesso sembra evocare una sorta di potere mistico malefico. Nel timore di essere ascoltati e uccisi da Boko Haram, i nigeriani non ne pronunciano mai il nome a voce alta, facendo piuttosto riferimento “alla crisi” o “all’insicurezza”>>.

In 57 minuti di video il capo dei ribelli integralisti dichiara: <<Ho rapito le vostre figlie>>, affermando poi che le studentesse verranno trattate come “schiave”, “vendute” o “sposate a forza”. Vendute. Sapete a quale cifra potrebbero essere state vendute in Ciad o Camerun come si vocifera nelle ultime ore? 12 dollari ciascuna. Il costo di una pizza e una birra. Di un menù al McDonald’s. Ecco quanto vale la vita di una di quelle ragazze. Sposate a forza. Sapete quanti anni hanno le più piccole? 9 anni. Se avete conoscenti con figlie di 9 anni, guardatele e pensateci: poteva essere il loro destino se non fossero nate in un paese libero.

La colpa di queste ragazze è di volersi emancipare studiando, così come di professare il culto cristiano. Da qui la coercizione alla conversione all’Islam – perché tutti sono liberi di seguire la propria religione, come sopradetto.

Team di specialisti sono stati inviati da Stati Uniti, Regno Unito, Francia e anche dalla Cina. Sì, anche la Cina con il suo paradosso della legge del figlio unico che ha condannato a morte negli ultimi 34 anni soprattutto milioni di bambine nelle zone rurali; introdotta a pochi anni dalla morte di Mao Tse-tung, da Deng Xiao Ping nel 1979, nel 2013 la corte suprema cinese si è espressa per l’abolizione sia di questa legge (ora si potranno avere due figli legittimamente, senza pagare multe) sia l’abolizione dei campi di rieducazione e lavoro.

Quello di Meriam, sudanese, 26 anni, laureata in medicina, è un caso apparentemente opposto: madre cristiana e padre musulmano che ha abbandonato la famiglia, la ragazza è stata cresciuta nella fede della madre ed era stata condannata a morte dal tribunale di Khartoum per apostasia dall’islamismo: avrebbe dovuto professare la religione paterna secondo quanto definito dalla legge islamica.

Meriam, all’ottavo mese di gravidanza, ha già subito 100 frustate come pena per adulterio. Essendo anche il marito cristiano – e lei ritenuta per la sharia musulmana, in quanto religione del padre –  il loro non viene riconosciuto come matrimonio e quindi considerato rapporto di adulterio con figlio illegittimo: ricordiamo che nella sharia l’adultera può essere condannata  a morte con pubblica lapidazione.

Secondo la legge islamica leggiamo che al colpevole viene imposto un periodo di riflessione da compiere in stato di reclusione. Sebbene le scuole giuridiche divergano in merito alla durata temporale di tale reclusione, l’orientamento generale è portato a concedere 3 giorni al reprobo. Trascorso questo periodo o si torna alla condizione di musulmano o si affronta la pena di morte. Leggendo ancora oltre, scopriamo che la dottrina prevede un trattamento molto più lieve per la donna, per la quale non si indica in linea di massima un limite temporale per il suo possibile pentimento. A Meriam invece sono stati concessi i canonici 3 giorni di riflessione allo scadere dei quali la ragazza si è rifiuta di abbandonare la fede cristiana e afferma di non essersi mai macchiata di apostasia verso l’Islam in quanto non è stata la religione a cui è stata educata.

Le rappresentanze delle ambasciate Usa, Gran Bretagna, Canada e Olanda si sono mobilitate subito dopo la sentenza chiedendo al governo del Sudan  “di rispettare il diritto di libertà di religione, compreso il diritto di ciascuno di cambiare la propria fede o le proprie credenze, un diritto che è sancito dal diritto internazionale e dalla stessa Costituzione ad interim sudanese del 2005″.
Anche l’Italia si è mobilitata in difesa di Meriam con una raccolta di firme promossa da Italians for Darfur, da inviare al presidente sudanese Omar al-Bashir.  Con l’hashtag #meriamdevevivere Avvenire si è fatto promotore di una campagna di divulgazione via Twitter.

Il 17 maggio 2014 è arrivata la notizia che Meriam non sarà condannata a morte e avrà un nuovo processo. La nuova sentenza, che verrà pronunciata dalla Corte suprema, non prevede più la pena di morte. «Il giudice ha oltrepassato il proprio mandato quando ha deciso che il matrimonio di Meriam non è valido perché suo marito non appartiene alla sua religione», ha dichiarato al-Shareef Mohammed, aggiungendo che «il giudice pensava più alla legge islamica sharia che non alle leggi e alla Costituzione del Paese». Sharia entrata in vigore in Sudan nel 1983.

E’ aberrante che, ancora oggi, in nome di una religione si possa condannare qualcuno a morte. In qualunque modo ci si voglia appellare a questa entità sovrannaturale, non sono portata a credere in una divinità medievale gretta e rancorosa ma a quel dio traboccante d’amore come un bicchiere in cui non si smetta di versare acqua, descritto da Avicenna e Averroè.

Gli uomini hanno inventato gli dei e poi ne è sfuggito loro il controllo, iniziando ad averne paura.

 

 

Immagine: www.culturaesviluppo.it

 

About Ornella Lodin

COLLABORATRICE | Classe 1979, siciliana. Dopo la laurea in Filosofia presso l'Università degli Studi di Catania, inizia macinare parole come un panzer prestando la sua penna in ogni campo dell’editoria e ora si affaccia anche al teatro cabarettistico. Nella sua borsa c’è sempre il passaporto pronto, iPod, penna e moleskine. Attualmente caporedattore, autore e speaker per la web radio MusMea è anche autrice di corsi di scrittura creativa per adulti e bambini che a Settembre porterà in un Penitenziario. La sua anima è la sua Patria.

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