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Animazione matura

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E’ ormai noto che i film d’animazione si sono allontanati dal narrare soltanto l’ennesima  fiaba della buonanotte per i bambini, come la cara Disney ci ha insegnato. Sebbene non mancheranno mai delle pellicole fiabesche e destinate ad un pubblico infantile – perché è per loro che l’animazione è nata, dopotutto – non si può negare, comunque, il dirompente affermarsi di un filone animato rivolto ad un pubblico decisamente più maturo. E non mi riferisco a prodotti creati per un pubblico giovanile (ma con tematiche che rendono l’opera apprezzabile anche ai più grandicelli) come il capolavoro Disney/Pixar Up, né ai cartoni farciti di citazioni difficilmente comprensibili dai bambini (come le frasi video ludiche di Ralph Spaccatutto), né alle opere profonde e complesse come quelle del maestro Hayao Miyazaki, apprezzabili da un pubblico di ogni fascia d’età. Mi riferisco a tutti quei film la cui “animazione” è dovuta  all’impossibilità materiale di riprodurre alcune scene, alle scelte registiche, o più semplicemente al fatto che il creatore sia anche un amante del disegno. Tutti quei film, insomma, le cui storie e tematiche non hanno nulla da invidiare alle produzioni con attori in carne ed ossa.

 

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Akira, di Katsuhiro Ōtomo

 

 

L’apertura degli adulti al mondo dell’animazione, con molte probabilità si è verificato per via degli sforzi degli artisti giapponesi nel secolo scorso. Un esempio fra tutti è il film Akira di Katsuhiro Ōtomo, autore anche della controparte cartacea: una pellicola che all’epoca fece scalpore per la bellezza e la qualità delle sue animazioni, della colonna sonora e della trama, che tutt’ora viene considerato un classico. Per rendercene meglio conto basti pensare che quest’ultimo, solitamente, è ancora presente nelle classifiche dei migliori film d’animazione di tutti i tempi. Un altro capolavoro del settore, questa volta rivolto ad una platea più matura, è sicuramente Ghost in the shell di Mamoru Oshii, ispirato all’omonimo manga di Masamune Shirow e che trascina lo spettatore in un’ambientazione cyberpunk da cui emergono alcune riflessioni filosofiche su concetti come l’anima, la vita, la morte e la libertà, che quasi sovrastano la pura azione che dovrebbe fare da padrone. Da annotare, poi, l’impatto socioculturale che questo film ha riscosso sul grande pubblico, al punto che i fratelli e registi Lana e Andy Wachowski ne presero spunto per la creazione del celebre Matrix. Ultimo esempio che vorrei riportare, dell’animazione adulta orientale, è il film Jin-Roh – Uomini e lupi, dell’anno 1999 e diretto da Hiroyuki Okiura. L’opera, oltre a spiccare per l’elaborata trama densa di colpi di scena, possiede inoltre un’ambientazione che racconta di un Giappone sotto il regime totalitarista, con scontri fra civili e forze dell’ordine, fra i ribelli eguagliati a dei terroristi e gli oppressori paragonati a dei salvatori. E tutto ciò rimanda volutamente alla situazione politica del Sol Levante intorno agli anni ’60, nel pieno delle proteste e delle lotte dei movimenti studenteschi con ideali di sinistra. Di certo, dunque, non si tratta di un ambientazione superficiale e puerile.

 

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Jin-Roh – Uomini e lupi, diretto da Hiroyuki Okiura (anno 1999)

 

Ma i casi di animazione per un pubblico adulto non si fermano, di certo, al Giappone: ormai è diventato un fenomeno globale e persino in Italia è arrivata questa ventata d’aria fresca con il recente L’arte della felicità di Alessandro Rak, anno 2013 (eh già, ci siamo riusciti anche noi che continuiamo con le censure televisive ad un’animazione snobbata e ridotta a semplice prodotto per bambini). Concludo questa riflessione citando due opere piuttosto atipiche e semi autobiografiche, nate come critica alla società e con l’obiettivo di sensibilizzare gli spettatori, mostrando loro cosa accade nel mondo, senza censure o trasfigurazioni della realtà da parte dei media, mostrandone la realtà nuda e cruda.

Si tratta di Persepolis (anno 2007) e Valzer con Bashir (2008). La prima è una trasposizione animata dell’omonimo fumetto di Marjane Satrapi, nel quale racconta le propria vita a partire da un’età preadolescenziale (nove anni) sino alla fine della sua adolescenza (ventidue anni). L’ambientazione è la Persia dei primi anni ’80, in quella della famosa rivoluzione iraniana di cui possiamo conoscere la storia e i retroscena semplicemente guardando il film, che però possiede una particolarità: la storia è narrata, infatti, dagli occhi di una bambina che crescendo abbandona le sue iniziali illusioni favorevoli dovute alla rivoluzione, per aprire gli occhi di fronte alla realtà ed essere costretta a lasciare definitivamente la propria terra natia. E’ interessante sottolineare come nel film in questione i cambiamenti che ha dovuto subire l’Iran non vengono accusati e risentiti soltanto dagli occhi di una bambina, ma dall’intera parte civile della Nazione. Osservare, dunque, l’impatto culturale che ha avuto la presa di potere dei fondamentalisti islamici, constatare come da un giorno all’altro alcuni generi musicali diventavano veri e propri taboo, vedere chiudere i bar per il proibizionismo alcolico, la paura stessa di tenere qualche bottiglia in cantina e, soprattutto, vedere milioni di ragazze obbligate a coprirsi la testa con un burqa.

 

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Persepolis (anno 2007), tratto dall’omonimo fumetto di Marjane Satrapi

 

La seconda opera, invece, è un film di Ari Folman che tratta della guerra in Libano e, soprattutto, del massacro di Sabra e Shatila nel 1982. La storia è narrata in prima persona dallo stesso regista il quale, tentando di comprendere il significato ricorrente di un sogno che lo rimanda alla guerra in Libano in cui partecipò, interagisce con i suoi amici e i suoi vecchi compagni d’arme, per ricomporre i pezzi di ciò che è avvenuto e capire finalmente se si celava significato nascosto. La pellicola, ricca di flashback, descrive e racconta la guerra dal punto di vista dei soldati: le loro paure, la loro sensibilità, il loro spaesamento nel doversi ritrovare a fare qualcosa senza però conoscerne il perché. Il film riesce a colpire lo spettatore nell’intimo, poiché narrato senza alcun filtro, mostrando la nuda e cruda verità e facendo capire con la scena finale (in cui si sostituisce la grafica animata con filmati d’archivio riguardanti proprio il massacro di Sabra e Shatila, mostrando quindi i cadaveri della strage in mezzo alle macerie) che la crudeltà reale dell’uomo riesce, alle volte, a superare persino l’immaginazione.

 

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Valzer con Baschir, diretto da Ari Folman: tratta della guerra in Libano e del massacro di Sabra e Shatila verificatosi nel 1982

About Martin Ferjani

COLLABORATORE | Classe 1992, siciliano. Studente di Lingue e Culture Europee, Euroamericane ed Orientali presso l’Università degli Studi di Catania. Le sue passioni sono la musica, il disegno e le belle storie.

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