MADRID, SPAIN - DECEMBER 20:  A man casts his ballot at a polling station during General Elections on December 20, 2015 in Madrid, Spain. Spaniards went to the polls today to vote for 350 members of the parliament and 208 senators. For the first time since 1982, the two traditional Spanish political parties, right-wing Partido Popular (People's Party) and centre-left wing Partido Socialista Obrero Espanol PSOE (Spanish Socialist Workers' Party), held a tight election race with two new contenders, Ciudadanos (Citizens) and Podemos (We Can) attracting right-leaning and left-leaning voters respectively.  (Photo by Denis Doyle/Getty Images)

La Spagna scopre l’impasse all’italiana

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LA SPAGNA SCOPRE L’IMPASSE ALL’ITALIANA

Da sin: Mariano Rajoy, Pedro Sanchez, Pablo Iglesias, Albert Rivera ANSA/ EPA
Da sinistra verso destra: Mariano Rajoy Brey, Pedro Sánchez, Pablo Iglesias Turrión, Albert Rivera

Dal ritorno alla democrazia, dopo quarant’anni di bipartitismo e vittorie elettorali rimbalzate tra i due maggiori partiti nazionali – il Partido Popular (PP, trad: Partito Popolare) e il Partido Socialista Obrero Español (PSOE, trad: Partito Socialista Operaio Spagnolo) – senza aver intravisto l’ombra di alcun outsider, la Spagna scopre il ginepraio partitico, l’eterogeneità parlamentare e il malmostoso terreno dell’ineludibile mediazione.

Questo è quel che scaturisce dal voto del 20 Dicembre; un voto storico per la nuova composizione parlamentare quadripartitica e le conseguenze che comporta in ambito istituzionale. Il PP del premier uscente Mariano Rajoy si conferma prima forza nazionale con il 28%, seguito a sei punti di stacco dal PSOE, ma Podemos – i viola anti-casta trainati dal vigore mediatico del proprio leader Pablo Iglesias Turrión – raccolgono il 20% dei voti ed entrano per la prima volta in Parlamento, proprio come l’alter ego Ciudadanos – “il Podemos di destra” – che raccoglie il 13%. Seppur Mariano Rajoy abbia dichiarato di aver nuovamente vinto le elezioni e che tenterà di formare un Governo stabile, non può non saltare all’occhio l’evidente calo di consensi dei popolari che, seppur risultino il partito più votato, hanno perduto 4 milioni di voti rispetto al 2011, franando dal 44% al 28%. Dati alla mano, di vittoria vera e propria è difficile parlare. Perché parte degli 8,5 milioni di votanti che hanno deciso di premiare la novità anti-casta (Podemos e Ciudadanos) arrivano anche dalle fila del PP. Così come risulta ancor più verticale il tonfo dei socialisti che in soli sette anni hanno visto dimezzarsi il proprio bacino elettorale, dagli 11 milioni di voti intercettati nel 2008 ai 5,5 di Domenica.

Il popolo spagnolo sceglie quindi il cambiamento, penalizza i partiti storici – al centro di scandali di corruzione negli ultimi anni – e fa sentire la propria voce attraverso una votazione senza eguali nella storia della Nazione. Il quadro che ne scaturisce è un’impasse politica ben conosciuta nel Bel Paese ma straniera in terra iberica – nessun partito in grado di raccogliere la maggioranza assoluta, potere acquisito dai “partitini” nella formazione del Governo e dunque la necessità di interminabili mediazioni, dialoghi, avvicinamenti e compromessi. Quel che è certo è che la situazione è complessa e – a differenza nostra – in Spagna non ci sono abituati. Molte le ipotesi di sposalizi partitici: da chi auspica un’alleanza PP-Ciudadanos o PSOE-Podemos (che comunque non raggiungerebbero la maggioranza assoluta in Parlamento) a chi prevede la formazione del blocco di sinistra (PSOE-Podemos-Izquierda Unida) che metterebbe assieme 180 seggi, abbastanza per dare inizio ad un esecutivo, ma non abbastanza per garantire una maggioranza solida.

elezioni-spagna-2015-risultati-spoglio-scrutinio-quartoDunque, anche in terra spagnola, il termine che da Domenica riecheggia ovunque è larghe intese; Rajoy non ha chiuso le porte ad un’alleanza con i socialisti, ma quest’ultimi appaiono a dir poco scettici. La possibilità delle larghe intese si porta appresso due considerazioni. La prima riguarda il ruolo più delicato perché questa strada possa essere percorsa: quello del sensale. Laddove nel 2013, a casa nostra, Giorgio Napolitano giocò la parte del collante tra destra e sinistra per la formazione della “grande coalizione”, in Spagna altrettanto fondamentale potrà rivelarsi la volontà di Filippo VI di Spagna – la figura super partes in grado di avvicinare posizioni contrastanti per scongiurare uno stallo senza via d’uscita e nuove elezioni tra due mesi. Ipotesi, quest’ultima, esorcizzata dagli ambienti finanziari, preoccupati per l’instabilità economica del Paese (lo stesso mantra che abbiamo sentito salmodiare più e più volte a casa nostra). La seconda considerazione riguarda la scelta del popolo: lapalissiana, senza sfumature. 5 milioni e mezzo di votanti allontanatisi dai partiti tradizionali, 8,5 milioni sciamati nei partiti neofiti. I vincitori sono, inequivocabilmente, Podemos e Ciudadanos – passati da zero a 5,5 milioni di voti il primo e 3,5 il secondo. La Spagna vuole tentare nuove strade (non quelle già percorse, più e più volte, con il PP e il PSOE). Se dovessero venire sigillate le larghe intese, il volere popolo non sarebbe ascoltato e la democrazia ne uscirebbe azzoppata. Proprio come quando in Italia, due anni e mezzo fa, gli elettori avevano premiato il M5S con quasi 9 milioni di voti e castigato PD e PdL che, in totale, avevano perso 11 milioni di voti.

Ma sappiamo com’è andata a finire. Perché l’ipotesi delle larghe intese possa funzionare e perdurare come accade in Italia, il termine necessita una nuova investitura semantica che oscuri il suo reale significato fattuale – trascurare la voce degli elettori. Dunque, come da noi, sarà necessario uno sforzo congiunto di tromboni, giannizzeri, portaborse – e, naturalmente, l’apparato mediatico – perché, appena udito il temine “larghe intese”, il cittadino pensi immediatamente a “responsabilità”. Le larghe intese dovranno, in sostanza, divenire sinonimo di responsabilità politica, saggia e inevitabile soluzione atta a esorcizzare un’imminente catastrofe economica. 

Ma la Spagna, perlomeno per quanto traspare dai media, non appare preoccupata dalla situazione stagnante in cui si trova il parlamento all’indomani del voto; nell’editoriale de El País, intitolato <<Benvenuti in Italia>>, il quotidiano – dopo aver descritto l’inusuale dipendenza dell’Italia a situazioni politiche poco limpide – celebra la composita formazione politica e le nuove strade alle quali essa può condurre, sottolineando che <<la democrazia è cresciuta>> e che <<ora viene il bello, un momento di politica con la P maiuscola, in cui tutti i nuovi leader dovranno dimostrare di che pasta sono fatti>>.

Comunque la si voglia vedere, anche la Spagna assiste alla scomposizione degli storici rapporti partitici, all’afflato di nuove forze istituzionali e ad un inedito scenario politico. La cui risoluzione svelerà, ancora una volta, l’effettivo potere decisionale del popolo nella scelta del proprio Governo. E che sancisce, se ce ne fosse stato ancora bisogno, la sconfitta della politica tradizionale.

 

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SPAIN DISCOVERS THE ITALIAN IMPASSE

Da sin: Mariano Rajoy, Pedro Sanchez, Pablo Iglesias, Albert Rivera ANSA/ EPA
Mariano Rajoy Brey, Pedro Sánchez, Pablo Iglesias Turrión, Albert Rivera

Since the return of democracy, after forty years of electoral battles between the two historic political parties – the Partido Popular (PP, People’s Party) and Partido Socialista Obrero Español (PSOESpanish Socialist Workers’ Party) – without any intrusion of a possible outsider, Spain has discovered the political predicament, parliamentary heterogeneity and slippery land of forced mediation.

This is the outcome of the 20th of December election; a historic election with regards to the new four-party parliamentary composition and the consequences this novelty will yield to. The former Prime Minister Mariano Rajoy’s PP party was confirmed as the leading national power with 28%, PSOE the second with six points less than this, but Podemos – the purple anti-establishment party propelled by the media vigour of its leader Pablo Iglesias Turrión – gathered 20% of the vote and broke into parliament for the first time, as did Ciudadanos – “the right-wing Podemos” – which gathered 13%. Despite the fact that Mariano Rajoy claimed to have won the election again and will try to constitute a stable government, one cannot help acknowledging the overt loss of consensus afflicting the PP Party; even though it remained the main voted political force, they lost 4 million votes from the 2011 elections, plunging from 44% to 28%. What the data suggests is that it is hard to talk about a real victory; part of the 8.5 million voters who awarded Podemos and Ciudadanos (the new anti-establishment reality) used to vote for the PP. The losses of PSOE were even more blatant, as they saw their electorate halve in only seven years, from 11 million in 2008 to 5.5 million in 2015.

The people of Spain have chosen change by penalizing the historical parties – which have been afflicted by many corruption scandals over the last number of years. The following scenario is a political impasse unknown to Spain, but very akin to Italy’s situation of the last few years – no party holding a solid majority, political power gained by small parties and the ineludible need of wearying mediations, dialogues and compromises. The situation is complex – and Spain is not used to it. Many hypothesis of “party weddings” are being discoursed: an alliance between PP and Ciudadanos or PSOE and Podemos (that, in any case, would not reach an absolute majority and therefore the making of a government) or the creation of the left-wing block (PSOE-Podemos-Izquierda Unida) that would gather 180 seats: enough to create a cabinet, not enough to guarantee a stable majority.

elezioni-spagna-2015-risultati-spoglio-scrutinio-quartoIn this complex scenario, the most spoken term since Sunday is multi-party government; Rajoy did not close the door to this hypothesis, but the PSOE seem to be more reluctant. Either way, the multi-party government possibility brings up two considerations. The first concerns the most delicate role for this path to be followed: the middleman. Whereas in 2013, in Italy, the President of the Republic Giorgio Napolitano played the role of the glue linking the right and left parties together, in Spain King Felipe VI might reveal as much decisive – the impartial figure able to mastermind the conjunction of different lines of reasoning to avoid the prospect of a long plateau and new elections in two months. This latter possibility is exorcised by the financial domain, worried about the frailty of the Spanish economy (the same mantra Italians have been listening to for a long time). The second regards the people’s choice: self-evident, without any shade. 5.5 million votes fled the traditional parties, 8.5 million swarmed into the newborn parties. Spain made a clear statement – it wants to go along a new and diverse political path. Had a multi-party government been sealed, people’s will would not be listened to; democracy would be crippled. Just as it happened in Italy when, two and a half years ago, the electorate awarded the anti-establishment newborn Five-Star-Movement with almost nine million votes and penalized the traditional parties, the PdL and the PD, which lost 11 million votes.

But, in that case, the multi-party agreement was born, and the people’s will swept aside. For the hypotheses of a multi-party agreement to work, it needs to be endowed with a novel semantic investiture to obscure its factual meaning – discounting election results. Hence, as it happened in Italy, a common effort by braggarts, janissaries, flunkies – and, of course, the media – must be undertook for the citizen, as soon as they hear the term “multi-party government”, to think about “responsibility”. A multi-party government would have to become a synonym of political responsibility, a sensible and inevitable decision to avoid an imminent economic catastrophe.

Yet Spain – at least as it appears from its media – does not seem worried about the new stagnant situation in which the parliament finds itself the day after the elections. In an article entitled <<Welcome to Italy>> by El País, the Spanish newspaper – after depicting Italy’s eerie addiction to misty political situations – celebrates the composite political formation and the new pathways it might yield to, underlining how <<democracy has grown>> and that <<now comes a moment of politics with the capital P, in which the new leaders will have to demonstrate what they are able to do>>.

Whatever one might think, Spain joins Italy in the plunge of historic political parties, the growth of new institutional realities and an original political scenario. Whose resolution will demonstrate the actual people’s decision-making power. And that confirms, yet again, the defeat of traditional politics.

 

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About Silvio Grocchetti

COLLABORATORE | Classe 1991, genovese. Studia Giornalismo ad Edimburgo, dove tenta di sviscerare la natura di un nazionalismo dai connotati puramente romantici. Lettore accanito, anela la scoperta di Macondo e tenta, con risultati contrastanti, di perseguire la massima di Immanuel Kant: "Non cercare il favore della moltitudine: raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti. Cerca piuttosto l'approvazione dei pochi; ma non contare le voci, soppesale".

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