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1985-2015: trent’anni di Heysel, fra tanti responsabili e nessun colpevole

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La strage dell’Heysel fu una tragedia avvenuta il 29 Maggio 1985, poco prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni di calcio tra la Juventus FC e il Liverpool FC allo stadio Heysel di Bruxelles, in cui morirono 39 persone, di cui 32 italiane, e ne rimasero ferite oltre 600

Personalmente, non posso ricordare quella notte. Ma in compenso ho sentito raccontare molte volte di quella partita dove il bollettino sportivo venne sostituito dal bollettino di guerra. Dove alla logica sospensione si preferì giocare ugualmente all’interno di un clima che di sportivo aveva ben poco. Lo “spettacolo calcistico” doveva andare avanti passando sopra tutti, anche ai morti. Trentanove per essere precisi. Quel 29 Maggio 1985 rappresenta un’onta incancellabile nella storia del calcio mondiale. Il punto massimo di una vergogna e di un decadimento civile. Il calcio, in trent’anni, non ha voluto ancora risolvere quel problema che tiene lontani migliaia di persone dagli stadi. Almeno, da noi, non l’hanno ancora risolto. In Inghilterra, invece, quella sera determinò l’inizio di un’azione repressiva che ha portato all’annullamento o alla forte limitazione di tutti i movimenti hooligans presenti sul territorio britannico, con l’esclusione delle squadre inglesi – per svariati anni – da ogni competizione UEFA.

Chi ha solo udito i racconti di quei momenti come me, avrà sentito parlare senz’altro della tribuna Z, sede del tifo pacifico ed innocente dei tifosi juventini – il tifo organizzato era dalla parte opposta, tribune M-N-O. I quali hanno avuto la sola colpa di esser stati assegnati accanto alle tribune X e Y, zone del tifo inglese. Quello interessato al calcio soltanto per la possibilità di sfogare la rabbia repressa ed i propri istinti criminosi. Dapprima l’intimidazione, poi lo sfondamento delle recinzioni che dividevano le due tifoserie (con le autorità belga totalmente immobili ed impreparate a fronteggiare una situazione del genere). L’invasione inglese determinò il panico. Chi si lanciava nel vuoto per non rimanere schiacciato, chi cercava di passare nel settore accanto. Il troppo peso portò al cedimento/crollo del muro. Molte persone furono schiacciate e molte altre rimasero sotto alla folla che vide una via d’uscita verso il campo. Quella via d’uscita che doveva essere aperta prima che la situazione si trasformasse nella tragedia che oggi raccontiamo. Bilancio finale: 39 morti e 600 feriti. Il più giovane aveva undici anni. Per il calcio, per un gioco. Ricordiamocelo.

imagesCome se ciò non bastasse, arrivò anche l’assurda e vergognosa decisione di giocare la partita, con la scusa dell’ordine pubblico. In automatico, ci chiediamo: <<Quale ordine?>>. Quello che ha provocato morti e feriti. Una decisione che fece scalpore all’epoca e che pure oggi, a trent’anni di distanza, risulta scioccante ed indegna. Tra i giornalisti, venne attuato quello che i giocatori non ebbero il coraggio di fare: scioperare. La emittenti tedesche non trasmisero il match, mentre la TV austriaca andò in onda senza telecronaca e con la scritta in sovrimpressione: <<Questa che andiamo a trasmettere non è una manifestazione sportiva>>.

E l’Italia? Ovviamente trasmise. Con un Bruno Pizzul contrariato e neutro, ma comunque parlante. I giocatori, invece, non soltanto giocarono ma addirittura esultarono per una Coppa indegna e senza valore. Il goal su rigore (inesistente) di Michel Platini, con la vittoria juventina per 1-0, vale soltanto per gli almanacchi sportivi. Platini affermò di non essere realmente a conoscenza della situazione così come altri, ben dieci anni dopo. Nessuno ci ha mai creduto. Tra le dichiarazioni tardive (di vent’anni) di Marco Tardelli durante un’intervista televisiva e una gestione discutibile negli ambienti juventini, si inserirono le parole di Zbigniew Boniek. Unico giocatore juventino a cedere il premio di 100 milioni ai parenti delle vittime. 

Spesso si dice che da un episodio tragico può nascere qualcosa. Un’amicizia o una collaborazione. E proprio nel 2005, quando le due squadre si ritrovarono per la prima volta dopo il 1985 – nei Quarti di Finale della UEFA Champions League 2004/2005 – i tifosi del Liverpool FC composero una coreografia con la parola Amicizia. Una messaggio erroneamente non raccolto dal tifo bianconero, che si voltò di spalle mostrando ancora un profondo rancore verso quella tragedia. Dimenticando che quelle persone non c’entravano niente con la strage dell’Heysel. La sensazione di aver perso un’occasione, per una bella immagine sportiva ed umana, è notevole.

 

Scritture, commemorazioni, fotografie e racconti sono stati raccolti negli anni – specialmente gli ultimi – per tramandare quella sera di fine Maggio. Da lì si poteva costruire un calcio più sicuro e migliore. Se abbiamo colto l’occasione? E’ difficile dirlo. Ma in tutta questa riflessione, una cosa sfugge: e i colpevoli? E’ difficile accettare trentanove morti senza che qualcuno paghi. Le responsabilità sono molteplici, come si è detto, all’inizio dell’articolo. Ma alla fine chi ha pagato realmente? Nessuno.

Questa realtà è forse la cosa, che tra tutte, fa più male per la perdita di quelle vite arrivate all’Heysel di Bruxelles per una gran serata di sport, di festa. E finite sotto quella tribuna che per sempre sarà la testimonianza della profonda, banale, follia umana.

 

 

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About Giacomo Corsetti

COLLABORATORE | Classe 1990, toscano e residente a Pietrasanta, in Provincia di Lucca. Studente di Lettere – Discipline della Comunicazione e dello Spettacolo presso l’Università di Pisa. Blogger di RadioEco, radio dell'Ateneo di Pisa. Nutre una grande passione per lo sport, il cinema, il teatro e l'informazione libera. E' amante di tutto ciò che concerne la cultura.

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