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“Zipper Down” degli Eagles of Death Metal: il vero antidoto contro la paura?

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, The Musical Box
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Il teatro parigino “Bataclan”, durante un concerto

Prendiamo il toro per le corna: è praticamente impossibile recensire il nuovo album degli Eagles of Death Metal prescindendo dai fatti di Parigi. È indubbio che gli orrori del Bataclan siano destinati a lasciare un marchio indelebile nella memoria di chiunque ami ascoltare musica dal vivo. Ma proprio confidando nel suo potere unificante, la speranza di chi frequenta assiduamente le sale da concerto è di vedere questi luoghi ancora più aperti e affollati di prima: un omaggio dovuto a coloro che in quest’arte hanno trovato il proprio pane quotidiano e a chi, quella sera, non aveva altra ambizione se non quella di divertirsi.

Questo augurio è rivolto in primis agli Eagles of Death Metal, artisti con la A maiuscola la cui storia, sconosciuta ai più, merita una narrazione diversa di quella offerta dai media nelle ultime settimane. Ad iniziare da una piccola precisazione: contrariamente a quanto riportato, gli EODM non sono affatto una band Heavy Metal. Il nome è stato partorito dai suoi fondatori e unici elementi permanenti – Joshua Homme (già polistrumentista dei Queens of the Stone Age e Them Crooked Voltures) e Jesse Hughes (giornalista, chitarrista e frontman) – in circostanze non del tutto chiare. La leggenda narra che nel lontano 1998 Homme, parlando con Hughes di una band non meglio indentificata, l’avesse definita scherzosamente: <<gli Eagles del Death Metal>>. Ma di questa vicenda, come di qualunque aneddoto riguardante il duo, esistono infinite varianti: al netto delle tragedie, gli EODM non sono mai stati in grado di prendersi sul serio.

E la loro musica non poteva essere da meno: alcuni la definiscono Psycho-Boogie, altri Garage Rock in salsa ‘70s. Molte definizioni, tutte plausibili e nessuna perfetta: volendo operare una sintesi estrema di Zipper Down, la loro ultima fatica in studio, si potrebbe dire che suona come Tom Petty mentre beve una birra con gli Hives dopo una scazzottata con Iggy Pop. È un rock diretto, fatto di chitarre cariche come treni merci, testi nobrainer farciti di doppi sensi e arrangiamenti studiati per far muovere i fianchi. Dimenticate l’attivismo di Pearl Jam e U2: l’unica pretesa degli EODM è divertire riportando la lancetta dell’orologio indietro di qualche decennio. E pur non reinventando la ruota, ci riescono benissimo: la band non si vergogna di pescare a piene mani dai propri riferimenti, anzi, lo fa con tale disinvoltura da surclassarli. Così Complexity suona come i Boston sotto anfetamine, Silverlake (K.S.O.F.M.) e Got a Woman evocano gli Stooges dei tempi d’oro e I love you all the time finisce ironicamente per richiamare il sound di Eagles e Jackson Browne. Lungi dall’essere un semplice album di eccellenti caricature, Zipper Down presenta anche elementi di originalità: Oh Girl è sorretta da chitarre travestite da sezione di fiati, mentre Skin-Tight Boogie sembra un pezzo dei Depeche Mode partorito con dieci anni d’anticipo.

 

 

Analisi a sé e menzione d’onore merita Save a Prayer, unica cover del disco.

Rivisitare una delle canzoni simbolo dei Duran Duran, spogliandola di tutti gli orpelli tipici della produzione Anni ’80 e trascinandola nell’epoca pre-sintetizzatori, poteva condurre a risultati disastrosi. Invece gli EODM scelgono di ricomporre il pezzo da zero, affidando alla voce imperfetta di Hughes quello che fu il riff principale di tastiera e al basso distorto tutto il resto. Una shock therapy che potrebbe sconvolgere al primo ascolto, ma incredibilmente efficace nel contesto dell’album, al punto di essere divenuta il punto di convergenza di un’insolita staffetta di solidarietà: se i Duran Duran hanno immediatamente deciso di donare alla sfortunata band tutte royalties maturate dalla canzone originale, un gruppo di fan ha prontamente colto la palla al balzo per lanciare una petizione online il cui obiettivo è portare Save a Prayer in testa alle classifiche inglesi. Fino al 31 Dicembre, tutti i proventi della raccolta saranno indirizzati alla Sweet Stuff Foundation, ente di beneficienza creato da Homme, e destinati alle vittime degli attacchi del 13 Novembre.

E forse è proprio quest’ultima vicenda a fornire il miglior racconto di Zipper Down: non sarà il disco destinato a riscrivere la storia del genere, ma centra comunque l’obiettivo di regalare 35 minuti di ottima leggerezza a chiunque voglia ascoltarlo, dimostrando che la buona musica e le band che la compongono possono essere molto di più della semplice somma delle loro parti.

Che sia questo il vero antidoto contro la paura?

 

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About Andrea Barbero

COLLABORATORE | "Aspirante cantautore, viaggiatore seriale, pessimo scrittore, ballerino di swing". Leggendo la descrizione contenuta nel suo sito "La Strada di W.", torinese classe 1989 e giurista internazionalista, non è difficile scorgere il denominatore comune delle sue innumerevoli sfaccettature: una passione sconfinata per la musica e l’arte in tutte le sue forme, come veicolo per attraversare confini.

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