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Zinaida Serebrjakova: arte come vita

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Quando nell’Aprile di quest’anno il principale museo di Mosca, la Galleria Tret’jakov, ha inaugurato la sua mostra dedicata a Zinaida Serebrjakova (18841967), lunghe file si snodavano dall’ingresso e le disponibilità dei biglietti erano presto esaurite. Bisognava aspettare almeno cinque giorni prima di trovare un posto libero. Il 2017 non è stato scelto a caso per organizzare questo evento: si tratta infatti del 50° anniversario dalla morte della pittrice e sono trascorsi anche cent’anni dalla Rivoluzione del 1917, periodo in cui il destino dell’artista, assieme a quello di molti altri esponenti dell’intelligencija, è stato irreversibilmente stravolto.

 

 

Zinaida Evgen’evna Serebrjakova nasce a nel 1884 vicino a Char’kov (oggi in Ucraina) in una delle famiglie di artisti più illustri di tutta la Russia, quella dei Benoit Lancere. Il nome della tenuta in cui nasce è Neskučnoe, letteralmente non malinconico, cioè allegro, gioioso. In effetti gli anni della giovinezza che trascorrerà qui dal 1899 (dai due anni, quando perde il padre vive a San Pietroburgo), saranno anni felici, scanditi da eventi lieti come il matrimonio nel 1905 con un suo cugino, Boris Serebrjakov e la nascita dei quattro figli. La grande casa con le colonne costruita ai tempi di Caterina II di Russia detta La Grande, l’ampio viale di pioppi, il paesaggio di colline che si perdono all’orizzonte, i colori mutevoli della campagna, incantano Zinaida che trae dalla tenuta la pienezza vitale che pervade le sue opere. «Da quel momento», racconta l’artista, «mi innamorai di una natura per me completamente nuova, della vastità dei campi, del volto caratteristico dei contadini, così diverso dai visi delle persone di città». Oltre ai paesaggi, si dedica a ritrarre le contadine, che per lei incarnano l’ideale della bellezza russa ed esprimono l’armonia dell’uomo con la natura. La plasticità espressiva delle figure e le forme scultoree dei corpi si alternano a ritratti più intimi, nei quali possiamo cogliere  una gamma straordinaria di tipi umani e una ricca varietà di espressioni: si avvicendano volti di anziani segnati dalla dura vita nei campi, contadine intente al lavoro, assorte nei loro pensieri o addirittura colte mentre dormono, bambine leggermente imbronciate o che  accennano un timido sorriso.

 

contadina che dorme, 1917
“Contadina che dorme” (1917)

 

Nel 1917 il mondo di bellezza e armonia della Serebrjakova si infrange. Di tendenza liberale, la famiglia in un primo momento accoglie con gioia la rivoluzione. Ma gli eventi precipitano e a Dicembre sono costretti a lasciare in fretta e furia l’amata tenuta. Rimanere sarebbe stato troppo pericoloso. Vi ritornano per un brevissimo periodo ad Aprile, ma poi nuovamente partono. Questa volta per sempre. Scrive la Serebrjakova «Siamo alla vigilia del nostro abbandono di Neskučnoe, ed è arrivato il tempo, da ogni parte si sente parlare di saccheggi e uccisioni». Poco dopo la loro partenza la tenuta verrà depredata e poi data alle fiamme. Bruceranno anche le tele e gli album che Zinaida non era riuscita a portare con sé.

 

La casa di carte, 1919
“La casa di carte” (1919)

 

Si trasferiscono a Char’kov dove lavora nel locale museo di archeologia per una paga misera che le basta a malapena per comprare mezzo chilo di burro. Nel 1919 il marito muore di tifo tra le braccia della moglie che in seguito non lo dimenticherà mai e continuerà a ritrarlo anche a decenni di distanza. Si trova a dover mantenere i quattro figli e la madre. Di questi anni è La casa di  carte (1919). La tela raffigura i quattro figli raccolti attorno a un tavolo, intenti a costruire una casa con le carte da gioco. Lontano dall’atmosfera serena dei ritratti famigliari di qualche anno prima nel quadro non c’è nulla di gioioso. Esso è pervaso da un sottile senso di angosciosa attesa. I volti dei bambini sono malinconici, il loro sguardo assorto è diretto verso la casa di carte che, da un momento al’altro, potrebbe crollare. La fragilità della costruzione che stanno creando, assieme ai fiori blu che presto saranno appassiti, diventa metafora della precarietà della loro esistenza.

 

Autoritratto con le figlie, 1921
“Autoritratto con le figlie” (1921)

 

Nel 1920, dopo grossi sforzi, i parenti riescono a far venire Zinaida con i figlie e la madre a Pietrogrado, dove vivono in condizioni precarie fino al 1924 quando ormai, nella miseria più completa, decide di andare in Francia alla ricerca di fortuna. Pensa di rimanerci un periodo limitato di tempo ma non farà mai più ritorno in patria. Due dei figli, Aleksandr e Katja, riescono a raggiungerla, ma dal 1928 diventa praticamente impossibile lasciare l’Unione Sovietica. Nonostante i vari tentativi di Zinaida, il potere sovietico le nega il permesso di ricongiungersi con la madre, ormai malata e ottantenne, e con gli altri due figli. La madre morirà di fame qualche anno dopo.

Durante questi anni cupi, lontana da casa, l’unica cosa che allevia la sua malinconia e le difficoltà quotidiane è la pittura, verso la quale continua a nutrire un profondo senso di devozione, lavorando ininterrottamente da mattina a sera. Saltuariamente riesce a mandare qualche soldo a casa. Le mancano gli spazi aperti e il contatto con la natura, la vita in città e l’esistenza in un’angusta stanza acuiscono il suo senso di isolamento. Appena il tempo e le possibilità economiche glielo permettono, cerca di spostarsi nella campagna francese, in Italia, in Svizzera.

 

Autoritratto in costume da Perrò (1911)
“Autoritratto in costume da Perrot” (1911)

 

Solo nel 1964 la figlia Tatjana riesce ad andare in Francia dalla madre. Quando si erano  viste l’ultima volta era una bambina di dodici anni, ora ne ha più di cinquanta. Nel 1966 le fa visita il figlio Evgenij. In epoca sovietica le opere della Serebrjakova vengono dimenticate ma, grazie agli sforzi della figlia Tatjana, nel 1965 si aprono delle mostre personali a Mosca e a Leningrado. Zinaida, la cui arte anche in Francia era rimasta pressoché sconosciuta, ne è molto colpita. Il successo è grandioso e la folla è tale che è quasi impossibile riuscire ad entrare nelle sale: viene pregata di tornare in patria ma, ormai anziana, non se la sente di lasciare Parigi. Morirà nel 1967.

Nonostante le privazioni e le tragedie che hanno sconvolto la sua vita, Zinaida non ha mai perso la fede nell’arte e, nei suoi autoritratti, continua a guardarci con un sorriso. 

 

Autoritratto con sciarpa (1911)
“Autoritratto con sciarpa” (1911)

 

 


 

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About Irene Iacono

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Classe 1986, originaria di Cavazzo Carnico (UD). È laureata ad Udine in Traduzione e Mediazione culturale. Vive a Mosca ma, appena può, si rifugia tra le montagne della Carnia. Le sue passioni sono la letteratura, i viaggi, le lunghe camminate, il cinema americano classico e la sua gatta Zuzula.

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