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“Youth – La giovinezza”: il diritto e il piacere di essere scandalizzati

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Youth.1Paolo Sorrentino ha di nuovo confermato la sua capacità di spiazzare, ammutolire e sconvolgere lo spettatore. Dopo la visione di ogni suo film, si viene assaliti da un senso di smarrimento e un vuoto interiore che rende complicato giudicare la qualità del film stesso. La sua peculiarità è che l’ansia e l’angoscia che crea durante tutta la visione della pellicola vengono raramente riequilibrate nel finale, e lo spettatore resta solo a fare i conti con i propri sentimenti.

Ecco, con Youth – La giovinezza Sorrentino ha passato ogni “limite”. Dirvi se reputo questo film bello o brutto è davvero arduo. Se in una critica ciò che mi viene richiesto è misurarne la bellezza (da punto di vista estetico) lo posso tranquillamente definire meraviglioso, in quanto è risaputo che le immagini e i dialoghi che Sorrentino ci propone in ogni sua pellicola sfiorano la perfezione. Se invece mi viene chiesto di dare un giudizio di bellezza sulla totalità del suo film, devo dire che sono in grande difficoltà. Lo ritengo indubbiamente geniale, ma è difficile commentare un’opera fatta di piccole scene che prese singolarmente sono perfette, ma che unite tra loro creano una fluidità difficile da comprendere.

Il film nella sua totalità è come un dialogo interiore di ognuno di noi, sostanzializzato e ontologicamente dato, e come ogni dialogo interiore ha una forma complessa, difficile da riportare a parole. Sorrentino, nelle sue pellicole, riesce a creare un percorso che se accolto nella sua immediatezza viene interiorizzato dallo spettatore, ma appena quest’ultimo vede al di fuori di sé ciò che egli stesso ha sì interiorizzato, ma che gli è ancora oscuro, non è capace di capirlo, non subito almeno. Appena però ci si sforza di trovarne il senso ed esplicarlo a parole ci si rende immediatamente conto che vi sono dei collegamenti impensabili che il regista ha creato tra scene, protagonisti e luoghi. Spesso questi riferimenti possono sfuggire anche all’occhio più attento, perché sono composti da micro scene e protagonisti minori, ma che solo una volta analizzati permettono di capire il senso generale del film, l’andamento e gli spostamenti di prospettive. Solo dopo aver fatto questo sforzo in più si riesce a comprenderne la genialità e a fare pace con i propri demoni interiori che magistralmente Sorrentino tira fuori, mettendoli di fronte allo spettatore ed obbligandolo, quanto meno, a renderli espliciti.

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Fred Ballinger interpretato da Michael Caine e Mick Boyle interpretato da Harvey Keitel.

Ovviamente il tema centrale di questo film è la giovinezza, in particolare la giovinezza perduta. La pellicola è ambientata principalmente nelle Alpi svizzere, in un hotel e in un centro benessere dove i protagonisti stanno trascorrendo le vacanze, chi per trovare l’ispirazione, chi per effettuare un check up medico, chi per lavoro. Il protagonista principale è Fred Ballinger, interpretato magistralmente da Michael Caine, un anziano compositore ormai in pensione. Nella sua vita egli compose molte famose opere, ma fin da subito ci viene detto che quelle che vengono più ricordate sono le cosiddette canzoni semplici, che si scoprirà poi esser state composte per la moglie, l’unica capace di interpretarle veramente. La sua storia è intrecciata con quella del grande amico e regista Mick Boyle interpretato da Harvey Keitel e che a differenza sua è ancora in attività. Boyle sta cercando di portare a termine il suo ultimo film, quello che lui definisce il suo “testamento spirituale”, e si fa aiutare da un gruppo di giovani ragazzi e aspiranti registi. Durante il film discutono principalmente sul finale della pellicola che stanno producendo, e in particolare sulla frase di chiusura che dovrebbe dire il protagonista alla moglie prima di morire. Durante questo percorso di ricerca del finale emerge la differenza consistente tra l’anziano Boyle e i giovani aspiranti registi, in particolare lui insegna a loro cosa vuol dire vedere la vita proiettata al passato mentre in loro vede proiettata la vita al futuro. All’interno di queste dinamiche si inserisce un giovane attore hollywoodiano, Jimmy Tree che si trova lì per cercare la giusta ispirazione per interpretare un nuovo importante ruolo, nella speranza che finalmente i fans possano ricordarlo per ruoli di più alto spessore e non per l’interpretazione di un robot che fece diversi anni prima e che non faceva intravedere nemmeno il suo volto. Questo fatto sembra pesare particolarmente all’attore che in una delle primissime scene si rivolge a Fred dicendo che loro sono molto simili e che entrambi vengono ricordati per essersi abbandonati una sola volta alla leggerezza.

SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO. NELLA FOTO MICHAEL CAINE. FOTO DI GIANNI FIORITO
Una scena del film in cui il compositore Fred Ballinger “dirige” una mandria di mucche.

Questi tre protagonisti a parer mio rappresentano l’antitesi della giovinezza, i rimpianti della vecchiaia, i risentimenti, il rinnegamento di fatti del loro passato, e sia Jimmy che Mick stanno cercando l’ispirazione per fare qualcosa che permetta loro di risollevarsi e riscattarsi. Non accettando di aver ceduto anche per poco alla leggerezza che è tipica della giovinezza, tentano di riempire quello spazio per cui loro stessi provano vergogna. Fred a differenza loro non vuole più tornare a dirigere, trova anche poco sensato sottoporsi a tutte quelle cure alla sua età, proprio perché vuole cercare di accettare la sua condizione di uomo anziano. Anche quando un emissario della Regina Elisabetta si reca nell’albergo in cui lui alloggia per convincerlo a dirigere l’orchestra a Buckingham Palace in occasione del compleanno del Duca di Edimburgo che vuole a tutti i costi ascoltare proprio le canzoni semplici che Fred ha composto, egli rifiuta categoricamente.

In contrapposizione all’espressione della giovinezza perduta ci sono tre giovani donne che svolgono dei ruoli che apparentemente sono in secondo piano e trascurabili, ma che in realtà sono assolutamente fondamentali, e che rappresentano la giovinezza pura e semplice, nella sua totale spontaneità. Queste sono la massaggiatrice, Miss Universo e l’escort. Lascio al lettore il piacere di scoprire perché questi tre personaggi saranno fondamentali nella vita dei protagonisti e come riusciranno a liberarli, chi in un modo e chi in un altro, dal peso della giovinezza perduta e a spingerli verso una leggerezza non accompagnata da sensi di colpa.

Insomma, la nuova fatica di Sorrentino sembra a prima vista semplice, frivola, infarcita di frasi fatte e banalità, ma se si prova a comprendere la complicatissima tela che il regista ha intessuto, le cesure e i legami, si vedrà che i molteplici messaggi che ci ha voluto inviare non sono per niente banali ma assolutamente rappresentativi della condizione umana nella sua genuinità, a volte cruda, a volte semplice, ma assolutamente realistica.

 

 

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About Giulia Menegaldo

COLLABORATRICE | Nata in Provincia di Treviso, laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive a Bologna dove è iscritta al corso di laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Coltiva anche le passioni per la letteratura, l'arte, il cinema e la musica. Dal 2013 è iscritta al Partito Democratico e partecipa alle attività del direttivo del piccolo Comune dove è cresciuta.

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