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Yemen: la guerra dimenticata

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo
Soldati yemeniti durante la campagna militare del 2015
Soldati yemeniti durante la campagna militare del 2015

Da ben oltre un anno è in corso nello Yemen una guerra così sottaciuta eppure così violenta che, secondo il capo della Croce Rossa InternazionalePeter Mauer, a soli cinque mesi dal suo inizio il territorio yemenita sembrava la Siria dopo cinque anni di conflitto. Ad oggi i dati sui numeri delle vittime sono ben poco incoraggianti: Al Jazeera, il network mediatico con sede in Qatar, riporta le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e sono da rabbrividire. Più di settemila persone sono state uccise, quasi trentasettemila gravemente ferite, oltre ai quasi ventuno milioni che hanno urgente bisogno di cure e assistenze mediche. Il dato più sconvolgente di questi report è che la stragrande maggioranza dei caduti sono civili.

 

  • IL MOTIVO DI TANTA BARBARIE

Il problema principale di questo conflitto è la brutalità degli attacchi di tutte le parti in gioco e, come se non bastasse, i protagonisti sono da prime pagine. I sauditi, armati dagli USA, si scontrano con le forze rivali composte dai fedelissimi dell’ex Presidente dello Yemen, ‘Ali ‘Abd Allah Saleh, e dagli zaiditi o houthi, ossia una minoranza religiosa afferente all’Islam sciita che sotto la guida di Hussein Badreddin al-Houthi, dal cui nome è stata poi coniata l’espressione per identificarli, trovarono nell’Iran un alleato prezioso per l’istruzione religiosa. Saleh, invece, è stato a capo dello Stato del sud della penisola arabica dal 1992 fino al 2012, quando le manifestazioni yemenite della primavera araba l’hanno costretto a dimettersi a favore dell’ex generale, nonché suo vicepresidente, ‘Abd Rabbih Mansur Hadi. Il nuovo Presidente ottenne l’appoggio dell’Arabia Saudita e degli USA ma non quello degli houthi che nel 2014 marciarono sulla capitale Sana’a e misero il Presidente Hadi agli arresti domiciliari. All’epoca larga parte dell’esercito yemenita era ancora fedele a Saleh, che unì i suoi fedelissimi alla minoranza sciita per ribellarsi e cercare così di tornare al potere. Pubblicamente sono gli zaiditi il vero nemico dell’Arabia Saudita per via dell’opposto credo religioso (i sauditi sono wahabiti, corrente dell’Islam sunnita). In verità il sospetto del legame e del sostegno iraniano, paese da sempre inviso allo stato saudita, e la rivolta contro Hadi, costituirono le motivazioni del governo di Riyhad all’indomani dello scoppio del conflitto, ossia nel marzo del 2015. Nasce il sospetto che l’instabilità politica non sia che un pretesto usato dall’Arabia Saudita per muovere guerra allo Yemen al fine di cercare di estendere il proprio controllo su uno stato strategicamente importante per posizione geografica. Il ruolo degli Stati Uniti è un po’ più complesso.

 

  • GLI USA
Territori e fazioni nello Yemen
Territori e fazioni nello Yemen

Così come riportato nell’inchiesta del giornalista irlandese Andrew Cockburn, le prime violenze contro gli houthi trovano origine ben prima del 2015. Poco dopo la tragedia dell’11 Settembre 2001, gli Stati Uniti chiesero la collaborazione di Saleh nella lotta contro Al Qaeda. C’è un però: fin dalla fine degli anni ’90 l’organizzazione terroristica è così attiva e potente nello Yemen al punto da avere legami stretti con la classe dirigente del paese. L’ex presidente appoggiò tacitamente gli USA ma al contempo cercò di indirizzare l’attenzione degli statunitensi sulla minoranza zaidita, additandola come focolaio terroristico. Offrendo rifugi sicuri ai terroristi di Al Qaida colpiti dai droni americani, Saleh giocò sporco nell’accordo anti-terrorismo con gli Stati Uniti, che sembrarono non curarsene. Consci del doppio gioco del presidente yemenita e premurosi nell’evitare di crearsi altri nemici nel mondo medio orientale, gli USA convissero con gli inganni di Saleh e fornirono supporto militare sia allo Yemen sia all’Arabia Saudita nella lotta contro il terrorismo e contro gli houthi, benché ancor oggi non ci siano prove di un effettivo sostegno iraniano alla minoranza sciita. Allora, i rapporti diplomatici tra il presidente yemenita e i vicini sauditi erano di collaborazione, ma con l’insediamento del nuovo presidente i difficili equilibri si scompigliarono e si creò l’assetto che ha portato all’odierna guerra. Da sempre importante partner commerciale degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, sotto la guida del giovane Mohammed bin Salman, nipote dell’ex sovrano Abdullah, ha colorato di ferocia il conflitto grazie al ricco arsenale frutto dell’acquisto di armi americane. La vendita datata 2010 era dell’esorbitante valore di circa 60 miliardi di dollari, con cui sono state acquistati, fra l’altro, elicotteri, Boeing F-15, missili e bombe, fra cui le temibili bombe a grappolo (Washington e Riyhad sono state tra le poche a non aver firmato il trattato ONU del 2008 che ne vieta l’uso per via dei danni crudeli provocati ai civili).

 

  • IL CAOS
Soldati in uno dei checkpoint della città di Baraqish, da poco sotto il controllo degli houthi
Soldati in uno dei checkpoint della città di Baraqish, da poco sotto il controllo degli houthi

Lo Yemen era uno degli stati più poveri della penisola arabica e il comportamento del potente vicino ha ulteriormente aggravato la situazione di un paese già in ginocchio. L’Arabia Saudita non solo ha isolato gli yemeniti bloccando i rifornimenti alimentari, sanitari e di carburante ma ha bombardato e bombarda costantemente obiettivi civili come mercati, serbatoi d’acqua, ponti, feste di matrimonio, carretti trainati da asini e ospedali, compresi i presidi di Medici Senza Frontiere. Le forze houthi alleate con Saleh tengono testa a una strategia militare simile a delle sommarie razzie umane, ma il caos creatosi nello stato ha permesso ad Al Qaida di estendere il suo controllo su vaste porzioni di territorio, facendola diventare più potente grazie anche al sostegno che il gruppo terroristico fornisce alle forze saudite. Complice la solidarietà statunitense, i catastrofici e casuali raid aerei di Riyad hanno creato quella drammatica situazione denunciata dall’OMS. A fronte di tale barbarie, il Governo olandese aveva chiesto al Consiglio dell’ONU un’indagine sui crimini di guerra commessi da tutte le parti in guerra, risoluzione contro cui si è opposta con forza l’Arabia Saudita, tacitamente appoggiata dagli Stati Uniti che, evitando di sostenere l’Olanda, ha fatto cadere nel vuoto la proposta.

 

  • IL SILENZIO

L’insensatezza di un simile conflitto, la disumanità in atto e gli attori di spicco coinvolti fanno suscitare non pochi dubbi sul perché una guerra del genere sia quasi del tutto trascurata dai media nazionali e internazionali. Il The New York Times ha individuato diverse cause a un tale disinteresse. In primis, la difficoltà di distinguere nettamente chi è dalla parte del torto e chi da quella della ragione: le alleanze discutibili e i dubbi risvolti lasciano poco spazio alla dialettica del buono e del cattivo rendendone ostica la narrazione. In Siria, per esempio, la lotta è innanzitutto contro lo Stato Islamico, attore universalmente riconosciuto come nemico numero uno. I media, inoltre, tendono a dedicare gli spazi a disposizione a notizie interne, occupandosi solo in maniera marginale degli affari esteri, comunque sempre seguendo la logica del trattare ciò che fa audience. È infatti questo il leitmotiv che richiama un’altra causa del perché lo Yemen sia ignorato: gli scarsi flussi migratori provenienti da quel Paese e le forze in gioco non sono di appeal mediatico, difatti Al Qaida è percepita come meno pericolosa dell’ISIS.

Principalmente riportata come lo scontro tra Arabia Saudita e Iran, benché non ci siano prove di un effettivo coinvolgimento di questo Stato nello scontro, la poca dialettica mediatica che si può costruire su un simile conflitto (se non la discutibile condotta statunitense) lo rende di fatto di poco interesse per il grande pubblico.

E così, come per incanto, il conflitto svanì.

 

 

 


 

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About Stella Sacco

REDATTRICE | Classe 1986, con doppia cittadinanza italiana e napoletana. Giornalista con una laurea triennale in Scienze della Comunicazione a Napoli e una magistrale in Scienze Politiche a Bologna. È curiosa e si interessa di tutto, in particolar modo di politica & attualità e di marketing & comunicazione. Tra esperienze lavorative in copywriting e concerti, sogna un futuro in qualunque posto del mondo.

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