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Wimbledon 2016: dal ventidue di Serena Williams al ritorno del profeta Andy Murray

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Wimbledon spegne l’ipotesi di Grande Slam per Novak Djokovic, nega l’ottavo titolo a Roger Federer e riaccoglie a braccia aperte Andy Murray, mentre Serena Williams torna in cattedra e sale a quota ventidue titoli slam.

 

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Andrew Barron “Andy” Murray (1987) è un tennista britannico, il primo del suo Paese a vincere un titolo del Grande Slam dal 1977

La 130esima edizione di Wimbledon ha visto la luce insieme ad un considerevole numero di punti interrogativi. Le domande più insistenti riguardavo i leader dei rispettivi ranking, ossia se Novak Djokovic sarebbe riuscito a proseguire la propria marcia verso il Grande Slam, poker che resiste senza troppi tremori nelle mani di Rod Laver da ormai quarantasette anni, e se Serena Williams avrebbe alzato la propria asticella personale a quota ventidue titoli slam, eguagliando così Steffi Graf. Di spessore non certo inferiore era la domanda che ruotava intorno al sette volte padrone di Wimbledon, Roger Federer. Reduce da un intervento in artroscopia al menisco del ginocchio sinistro a fine febbraio e impedito di affrontare degnamente la stagione su terra battuta a causa della schiena dolorante, l’elvetico non aveva brillato sul verde di Stoccarda e Halle, eppure svariati irriducibili auspicavano come il profumo del Centre Court avrebbe ispirato il fuoriclasse di Basilea al punto da fissare a diciotto il record di slam complessivi da lui detenuto e, nello specifico dell’evento, distaccare il “dinosaurico” William Renshaw ed il signore degli Anni ’90 Pete Sampras, imprimendo l’ottavo sigillo.

Tante le attese anche per quanto riguardava il Lord locale Andy Murray che quell’erba aveva domato nel 2012 in occasione delle Olimpiadi e nel 2013 quando ha interrotto l’obsoleto digiuno britannico in quel di Wimbledon che proseguiva da qualcosa come settantasette anni. Fondamentale nel disinnescare i black out dello scozzese si diceva fosse stato Ivan Lendl, ossia un gerarca che con l’erba non era mai riuscito a stabilire in prima persona un rapporto idilliaco e che ha levato le tende non appena un intervento chirurgico alla schiena aveva costretto ai box il suo pupillo.

Non mancavano nemmeno i quesiti di caratura inferiore. Con Rafael Nadal fuori uso, per quanto remota non era da escludere l’accensione di una nuova  luce al di là di Stan Wawrinka e Marin Čilić, i soli in grado di spezzare il dominio dei fab four nelle prove del Grande Slam da una decina d’anni a questa parte. Non troppe attese erano confinate nel trentunenne di Losanna ed i dubbi sul croato erano grandi quasi quanto il suo metro e 98 centimetri. Poche le speranze riposte sulla consacrazione di Kei Nishikori o Milos Raonic, sull’esplosione ritardata di Jo-Wilfried Tsonga o Tomáš Berdych, ed ancor meno sulla possibile zampata di qualche giovanotto in carriera come Dominic Thiem, David Goffin o Nick Kyrgios.

In campo femminile era legittimo chiedersi se l’aria di rinnovamento respirata negli albi d’oro delle ultime tre Grandi Prove – con le novelline Flavia Pennetta, Angelique Kerber e Garbiñe Muguruza campionesse rispettivamente in quel di New York, Melbourne e Parigi – avrebbe soffiato anche a Church Road, magari a beneficio di qualche incompiuta come Simona Halep, Agnieszka Radwańska o chissà Madison Keys. Non di meno, Wimbledon poteva rappresentare la rinascita della già due volte regina Petra Kvitová ed alcuni imperterriti sostenitori della fresca campionessa del Roland Garros erano pronti a scommettere in un prepotente uno-due messo a segno dall’iberica.

Il rettangolo di gioco ha risposto a tutte le domande in questione, in alcune ricorrendo ad una logica che va a braccetto con l’erba, in altre non disdegnando qualche colpo di teatro imprevedibile, gradito o sgradito a secondo dei casi e dei gusti.

Il capitolo Italia, caro solo al Bel Paese, è risolvibile in pochi accenni. In campo maschile solo due azzurri al secondo round dove, a preparare le valigie ad Andreas Seppi e Fabio Fognini, sono stati Milos Raonic e Feliciano López. La sola, rimarchevole, differenza tra i due è che l’altoatesino ha salutato Londra senza capricci, mentre il ligure non ha resistito a condire i suoi cinque set con gli abituali battibecchi e qualche insulto rivolto al mancino di Toledo. Tra le donne, al terzo turno ha messo i piedi solo Roberta Vinci, superata dalla sfrontata Coco Vandeweghe, poi abbattuta da Anastasia Pavlyuchenkova. Coerenti gli out al secondo step di Sara Errani contro Alizé Cornet e di Francesca Schiavone contro Simona Halep.

Un sorteggio non proprio benevolo ha invece spedito en passant Camila Giorgi tra le braccia di Garbiñe Muguruza. Qualcuno ha fortemente voluto udire note positive nella sconfitta incassata dalla maceratese in tre set, non fosse che due giorni dopo la spagnola ha chiarito le idee a tutti gli illusi racimolando la miseria di cinque games contro la n. 124 del ranking Jana Čepelová; risultato che ha depennato senza bisogno di digressioni il capitolo sull’improbabile raddoppio-slam della neo n. 2 del mondo.

Restando tra le ladies, nemmeno questa volta è giunto il turno di Agnieszka Radwańska. Quella che da molti è definita <<la maga polacca>>, più che una bacchetta magica ormai pare tenere in mano una calcolatrice, e non a caso in altrettanti la chiamano <<la professoressa>>; seppure il vezzeggiativo dovrebbe rimarcare doti che la ventisettenne di Cracovia sembra aver confinato alla matematica del ributtarla al di là della rete una volta in più dell’avversaria. Coerenza tattico-numerica che, accompagnata da una buona dose di fortuna, ha permesso ad Aga di tirare una riga su Ana Konjuh – con la croata incapace di concretizzare tre match point e tranciata via da un infortunio alla caviglia sul 7-7 della frazione decisiva – ma che l’ha infine punita agli ottavi di finale attraverso la grinta di una Dominika Cibulková più coraggiosa e propositiva fino al 6-3 5-7 9-7 conclusivo, con tanto di match point sfavorevole cancellato. Bastava un altro match in saccoccia e la slovacca sarebbe rientrata tra le prime dieci della classifica WTA; al che deve essersi insinuato qualche strano incrocio planetario, perché Dominika si è presentata sgonfia ai quarti arenandosi al cospetto di Elena Vesnina – russa alla soglia dei trent’anni e nota ai più per i suoi <<aia>> al momento dell’impatto – spiccata con un duplice 6-2 e incredula semifinalista Slam per la prima volta in vita sua.

Dopo sei anni, un mese e quattro giorni torna invece in top ten Svetlana Kuznetsova. Perennemente in sospeso tra luce e oscurità, la russa ha portato a casa il primo turno più insidioso del torneo contro la ex n.1 del mondo Caroline Wozniacki, per quindi patire più del dovuto contro l’inglese Tara Moore, ed essere autrice di un prodigioso ritorno di fiamma contro un’ottima Sloane Stephens, la quale conduceva 5-2 nel set decisivo prima di essere rimontata e battuta dalla trentunenne di San Pietroburgo per 6-7(1) 6-2 8-6. Kuznetsova che agli ottavi è andata a servire sul 5-4 contro Serena Williams e probabilmente, se la capacità di concentrazione della russa fosse pari al suo talento, almeno quel set lo avrebbe incamerato, ma qualche goccia di pioggia, una scivolata coreografica della n. 1 del mondo, e due sospensioni, il tutto ingigantito dalla chiusura del tetto, hanno fatto da battistrada a nove games consecutivi della yankee.

Wimbledon, o meglio Angelique Kerber, ha chiuso la porta in faccia  a Simona Halep. Schiacciasassi fino ai quarti, la romena, che aveva a sua volta rimandato a Settembre Madison Keys, è andata a sbattere contro la mancina di Brema in formato “Australian Open”. Se nella terra dei canguri la tedesca ha vestito i panni della guastafeste castigando Serena Williams nella partita clou, all’ora del te di Venerdì ha negato alle sorelle più vincenti della storia del tennis di disputare la quinta finale in famiglia sui prati dell’All England Club. Probabilmente sarebbe stata l’ultima grande chance per la Venere Nera che, con i suoi trentasei anni, l’infanzia sacrificata sull’altare del tennis, una catena di infortuni alle spalle e la sindrome di Sjogren contro cui combattere nel quotidiano, ha messo in riga le giovincelle Donna Vekić, Maria Sakkarī e Daria Kasatkina, la testa di serie n. 12 Carla Suárez Navarro e una vigorosa Jaroslava Švedova, offrendo l’ennesima prova d’amore e di dedizione nei confronti di uno sport che tanto le ha dato, ma forse altrettanto ha preteso in termini di contrappeso.

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Serena Jameka Williams (1981) è una tennista statunitense, attuale n. 1 del mondo dal 18 Febbraio 2013. Sorella minore di Venus Williams, è diventata la n. 1 del mondo per la prima volta l’8 Luglio 2002

Il tennis ha chiesto tanto anche a Serena Williams. Forgiata, come la sorella, da papà Richard – un uomo talmente determinato a farne le migliori del mondo da essere soprannominato Svengali come l’ammaliatore personaggio interpretato da John Barrymore nell’omonimo film – Serena Williams ha vinto il primo titolo del Grande Slam a New York nel 1999 e dopo diciassette anni ha azzannato il titolo numero ventidue quanto a slam, il settimo a Wimbledon, il settantunesimo assoluto. In mezzo è successo di tutto. Gli insulti di Indian Wells, dove in verità più che il razzismo era in ballo una vera e propria protesta nei confronti del clan Williams reo a quanto si mormorava di decidere a tavolino chi far procedere quando le due sorelle entravano in rotta di collisione, una sorella vittima di uno scontro tra bande, i bisticci in campo con Justine Henin, il litigio con Eva Asderaki, la giudice di linea con manie di protagonismo che le ha chiamato un paradossale fallo di piede provocandone l’ira funesta e l’espulsione dal campo durante una semifinale all’US Open 2009, fino agli stop determinati da infortuni non di rado mai puramente chiari, come un misterioso taglio ad un piede rimediato nel retro di un ristorante londinese nel 2010 e un’embolia curata per un pelo nel Marzo 2011. Questo ventiduesimo slam, compiutosi con il 7-5 6-3 tramite cui ha tenuto a bada Angie Kerber, non potrà forse lenire interamente lo sfregio patito all’US Open dello scorso Settembre, quando Roberta Vinci le ha impedito di realizzare il Grande Slam, ma ha indiscutibilmente ripristinato gli equilibri chiarendo – come se ce ne fosse bisogno – che la donna da battere è ancora lei, che la più forte è ancora lei.

 

 

La manifestazione maschile ha invece visto l’uomo da battere, il più forte oltre ogni ragionevole dubbio, uscire al terzo turno, al termine di un match sfalsato dalla pioggia e influenzato da una due giorni no di Novak Djokovic diametralmente proporzionale a una due giorni sì di Sam Querrey prevalso con il punteggio di 7-6(6) 6-1 3-6 7-6(5). Al resto hanno pensato gli organizzatori. Quale n. 1 del mondo, in corsa per il Grande Slam, opposto ad un avversario tutt’altro che docile sul manto verde, sarebbe stato assegnato sul campo 1, corte priva di tetto, con la consapevolezza che la pioggia non avrebbe garantito uno svolgimento regolare dell’incontro? La risposta è semplice: sicuramente nessuno dei due numeri uno che l’hanno preceduto.

Niente Grande Slam dunque per il serbo, così come si allontana vertiginosamente la possibilità di rivedere Roger Federer autografare l’albo d’oro di Wimbledon per l’ottava volta. L’elvetico si è arrampicato fino ai quarti di finale senza perdere un set, ma allo stesso tempo senza seminare quella scia di luce che durante gli anni d’oro ha accompagnato le sue imprese. La scritta game over Roger l’ha intravista quando si è trovato sotto di due set, 3-3 e 0-40 tutto a favore di Marin Čilić. Se nella circostanza specifica l’assenza di personalità del croato ed il servizio ritrovato, colpo che ha salvato lo svizzero un numero di volte nettamente superiore di quanto non lo abbia fatto la sua indiscutibile classe, hanno graziato a pari merito il diciassette volte campione slam, in seguito a correre in soccorso del rosso crociato è stata la dea bendata, al punto che, soffiati via tre match point, dopo tre ore e 22 minuti di battaglia Federer ha fissato il tabellone segnapunti sul 6-7(4) 4-6 6-3 7-6(9) 6-3. L’undicesima semifinale raggiunta a Wimbledon al termine di una partita epica – che però Federer avrebbe dovuto perdere in tre set se solo il tennis non fosse la disciplina più contorta del mondo – ha forse privato dell’ultimo barlume di lucidità gli accaniti sudditi di Re Federer che, con Djokovic fuori dai giochi, potevano ammiccare ad una finale contro quell’Andy Murray che gli aveva lasciato strada nel 2012, ignari che mai come durante queste due settimane quei giorni apparivano irrimediabilmente lontani.

 

 

A suonare a tutti la sveglia è stato però Milos Raonic, venticinquenne obiettivamente un po’ sgraziato, nato a Podgorica, in Montenegro, ma che i genitori hanno pensato bene di allevare in Canada, un tipo dai modi pacifici, dotato di un servizio abbonato a sfiorare i 230 km/h, un gran lavoratore che nel tentativo di colmare quei “buchi” forzati dal suo metro e 96 centimetri, ha arricchito il proprio team di uomini di ferro, dalla costante Riccardo Piatti ad Ivan Ljubičić, poi sostituito da Carlos Moyá, affiancato a sua volta in previsione dei Championships, da un John McEnroe in vena di consigli. Tra mine, una ricerca costante della rete, tra l’altro egregiamente difesa non solo grazie alla prodigiosa stazza, e qualche soluzione di fino da lasciare di stucco, Milos ha schiacciato Pablo Carreño Busta, Andreas Seppi e Jack Sock, ha rimontato due set di svantaggio a David Goffin, ha esposto il disco rosso a Sam Querrey, per quindi ridimensionare le aspettative improvvisamente gonfiatesi intorno a Roger Federer. Cruciale il dodicesimo gioco del quarto set con l’elvetico in vantaggio per due set a uno e 40-0 sul proprio servizio, ossia ad un passo dal tie-break. Qui però il suo rivale ha fatto sentire tutto il suo peso e la caduta, non solo metaforica ma anche fisica, di Federer nel tentativo di allungarsi su un passante altro non è stata che l’anticipazione di un doppio fallo che avrebbe commesso sul 40-40, quando ha offerto una palla break che il canadese ha concretizzato con l’ennesimo passante. E così, siccome anche Lazzaro è resuscitato una volta sola, nemmeno il divino Federer è riuscito a riscrivere l’epopea vaticinata contro Čilić. Che piaccia oppure no, Milos si è dimostrato la prima classe ’90 capace di mettere i piedoni in una finale slam e chi si ostina a non volerne riconoscere miglioramenti e meriti non è tanto diverso dai nostalgici che continuano imperterriti a rimpiangere gli Anni ’70-’80, quando di Federer ce ne erano come minimo tre, quando Mats Wilander e Jimmy Connors non erano meno fighter di Nadal ed Ivan Lendl oltre ad essere altrettanto pragmatico di Djokovic metteva a segno in un match i winners che il belgradese totalizza, forse, in un torneo.

L’ultimo atto disputato da Milos Raonic decreta anche dell’altro: che il talento, la velocità di braccio, non bastano nemmeno se ti chiami Stan Wawrinka ma ti presenti fuori condizione, suggerisce che bisognerebbe imparare a valutare i match obiettivamente in quanto, proprio l’eliminazione dello svizzero da parte di Juan Martín del Potro aveva fatto gridare in molti al definitivo risveglio dell’argentino, ma l’immediata sconfitta inflittagli da Lucas Pouille – poi superbamente issatosi fino ai quarti finale giustiziando anche Roberto Bautista Agut e Bernard Tomić – ha semmai puntato il dito sulla débâcle di Stan; rammenta che al tanto osannato Dominic Thiem, stroncato al secondo giro da tre tie-break finiti nelle tasche di Jiří Veselý, manca ancora quella concretezza che può fare la differenza quando il tuo tennis è ancora grezzo, caratterizzato da belle giocate e non da una tattica consolidata; da l’imbeccata al dato di fatto che all’incirca nelle stesse acque dell’austriaco naviga ancora Nick Kyrgios, che se non “cogli l’attimo” non c’è servizio e “drittone” che tenga nemmeno se sei Marin Čilić ed in tanti sono convinti che hai vinto un US Open facendo leva su quei due colpi, che David Goffin è una gradevole quanto leggera figurina distante anni luce dalla consistenza che va a braccetto con il vertice, che Jo-Wilfried Tsonga e Tomáš Berdych, se liberi da acciacchi, sono ancora più giocatori di tutti i giovanotti sopra citati eppure difettano e difetteranno sempre di quel qualcosa che apre i cancelli dell’Olimpo e che probabilmente non è solo una questione di testa, ma anche di limiti tecnici ormai fossilizzati.

La schiera di papabili outsider ha difettato in tutto ciò. Milos Raonic no, almeno fino alla finale dove si è arreso a colui che dal crollo di Djokovic aveva vestito i panni di manifesto favorito: Andy Murray. Lo scozzese, il quarto dei fab four, ha recitato per anni il ruolo del cavaliere a cui era destinata la medaglia di latta nel nome di un’ingiustizia decretata più da lui stesso, dalle sue fragilità caratteriali, che non dal volere degli dei del tennis. Un predestinato Murray lo è sempre stato e quando tra il 2012 ed il 2013 è sbocciato – vuoi perché temeva la frusta di Lendl, vuoi perché era inevitabile che prima o poi tutto quel potenziale si sprigionasse – per il triunvirato Djokovic-Nadal-Federer sarebbero iniziati i guai seri se solo una crepa non ne avesse deturpato la schiena di porcellana. A far superare al britannico i postumi dell’intervento chirurgico, ingigantiti dalla fuga di Lendl, sono state tre donne: l’insostituibile madre Judy, la devota moglie Kim e la tenace Amélie Mauresmo che, almeno finché non ha deciso di prendersi cura di un bambino che non rispondesse al nome di Andy e che fosse da lei partorito, ha meticolosamente contribuito nell’assestare la rampa di lancio per il ritorno di Murray ai piani alti. Seppur sempre troppo incatenato nel praticare un difensivismo sprecato per un esemplare completo quanto lui, Andy ha domato e dominato tutti tecnicamente, tatticamente, fisicamente e, in assenza della sua bestiaccia nera, anche psicologicamente. Murray ha lasciato solo due set per strada, entrambi ai quarti di finale contro Jo-Wilfried Tsonga che ha poi asfaltato al quinto con un perentorio 6-1, mentre il triplo 6-3 con cui ha sovrastato Tomáš Berdych è stata una dimostrazione di forza persino superiore al 7-5 6-1 6-4 con cui si è scrollato di dosso Kyrgios. La finale è stata scandita da un break ottimizzato da Murray nel primo set e da due tie-break in cui il beniamino della folla ha letteralmente signoreggiato. All’undicesima finale slam, il ventinovenne di Dunblane è entrato nella storia per la terza volta assoluta, la seconda a Wimbledon.

Le lacrime controllate di Ivan Lendl hanno fatto da sfondo a quelle più emotive di Andy Murray; un campione vero, l’eroe più degno per svegliare Raonic dal sogno, il profeta che nonostante le tante promesse non mantenute ed i sermoni incoerenti ha dimostrato di possedere non solo il sangue blu, ma anche le armi, per instaurare una propria monarchia.

 

 


 

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About Samantha Casella

COLLABORATRICE | È diplomata in regia cinematografica, sceneggiatura e tecniche narrative presso la Scuola Holden. Ha diretto videoclip, documentari e cortometraggi che hanno partecipato ai più importanti Festival Internazionali vincendo cinquantasette premi.

Un pensiero su “Wimbledon 2016: dal ventidue di Serena Williams al ritorno del profeta Andy Murray

  1. Nice article. Very useful. It was expected for Serena Williams to win the final of WTA Wimbledon 2016 against Angelique Kerber. Ranked as #1 in WTA, Serena applied succesfully his strengths and scored a well deserved victory against Angelique. I am happy to see her to win for the seventh time Wimbledon in her career, to move further in the rankings and am sorry to see Angelique kicked out of the tournament, because she could have performed better in this final, though. Hopefully she will readjust the game strategy for the next tournament.

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