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Vladimir Putin: il mito del leader che non deve chiedere mai

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copertinaCon un supporto in Russia che rimane al di sopra dell’80% dall’annessione della Crimea, il fascino del Presidente russo Vladimir Putin sembra non avere confini. Nominato tra i dieci personaggi più ammirati in America dalla classifica di Gallup del 2014, la sua popolarità nel mondo occidentale sembra continuare a crescere. Da dove nasce questa simpatia per un profilo che – secondo Forbes – non è solo uno degli uomini più potenti al mondo, ma anche uno dei più ricchi e corrotti?

Sarebbe facile ritenere che questa popolarità sia solamente dovuta alla cura con cui Putin ha portato avanti la propaganda filo-russa attraverso siti internet quali Russia Today e Sputnik, ai cyberattivisti russi e ai legami con i partiti di estrema destra in Europa. La verità è che il suo personaggio è molto più complesso e la sua fama è anche il frutto di tanti errori commessi dalla politica tradizionale. Vladimir Putin è emerso in Russia in un momento molto delicato nella storia del Paese. Era il 1999 quando Putin è stato scelto come Presidente ad interim dopo la morte di Boris Nikolayevich Yeltsin, che in quasi nove anni di Governo era riuscito a distruggere la fiducia russa nella democrazia. Erano stati nove anni di gravi errori politici, di guerre pubbliche tra gang nel mezzo delle vie di Mosca e di forte crisi economica. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, infatti, si erano messi in moto molteplici processi di disintegrazione che non sono stati colti dall’élite liberale degli Anni ’90 né dagli osservatori internazionali. Lo Stato non era in grado di adempiere alle sue funzioni più basilari, quali combattere il crimine e mantenere sotto controllo le fluttuazioni monetarie. In questo contesto, ci si aspettava che la Russia si riformasse radicalmente sul piano economico, politico e sociale.

Il processo di democratizzazione e liberalizzazione era in iniziato in Russia con l’illusione che, una volta portate a termine le riforme economiche, in particolare la privatizzazione delle aziende statali, si sarebbero ottenute la buona politica e la prosperità economica. Al contrario, il processo di riforma pose le basi del capitalismo clientelare. Infatti, in mancanza di istituzioni giudiziarie che potessero far rispettare i loro diritti di proprietà, gli imprenditori che erano riusciti ad avvantaggiarsi del processo di privatizzazione li proteggevano prima mettendosi in affari con gang mafiose che agivano come eserciti privati e poi infiltrandosi nel Governo (State capture). Allo stesso tempo, l’economia reale vide un aumento dell’inflazione sui beni di prima necessità di venticinque volte e un crollo del potere d’acquisto del 50%.

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Boris Nikolaevič El’cin (1931-2007) è stato un politico sovietico e, dal 1991, russo. Ha ricoperto il ruolo di primo Presidente russo, dal 1992 al 1999. Nella foto proposta balla ubriaco

Soprattutto, la fine di un impero multietnico come quello sovietico, richiedeva una ri-definizione di cosa significasse essere russo. Il nazionalismo russo era stato un elemento fondamentale della disgregazione dell’URSS. Tuttavia, una volta collassato l’impero, il compito di delimitare i confini del mondo russo divenne ancora più arduo. La sfida era – e rimane – sia interna che esterna: internamente, il 19% percento della popolazione della Russia non è di etnia russa; esternamente, venticinque milioni di persone di etnia russa vivono al di là dei confini del Paese. La crisi identitaria che la Russia ha affrontato negli Anni ’90 potrebbe essere paragonabile a quella affrontata da Francia e Inghilterra con la fine del colonialismo – con la differenza che i territori in questione confinano con la Russia stessa. Nella cultura popolare russa si utilizza il termine bedspredel (letteralmente collasso totale, senza limiti) per descrivere questo contesto di illegalità dilagante, crimine e corruzione degli Anni Novanta.

Putin ha ereditato una Nazione che si trovava in gravi condizioni economiche, politiche e sociali. In pochi anni è riuscito a riportare la Russia a crescere tanto che nel Novembre del 2001 – solo due anni dopo l’inizio della sua Presidenza – Jim O’Neil, economista di Goldman Sachs, l’ha inserita tra i BRIC, i Paesi emergenti con le potenzialità di superare i G7. Non entrerò nei dettagli della politica economica di Vladimir Putin e della sua evoluzione. Sicuramente è importante sottolineare che la crescita economica è iniziata in concomitanza con la crescita dei prezzi del petrolio. Putin è riuscito a trattenere i ricavati del petrolio che negli Anni Novanta venivano persi nelle mani degli oligarchi e che dagli Anni Duemila hanno, invece, iniziato a sostenere la crescita dell’economia russa. Questo è avvenuto grazie ai suoi contatti con i servizi segreti e all’aura di rispetto e paura che lo circonda. Sotto la sua presidenza la corruzione e la violenza non sono scomparse, ma sono state istituzionalizzate. Putin non ha invertito il processo che aveva permesso l’arricchimento degli oligarchi – che continuano ad arricchirsi – piuttosto se n’è semplicemente assicurato la fedeltà attraverso l’uso della minaccia. La Russia ha ricominciato a crescere, ma la sua dipendenza dal petrolio è aumentata e la crisi economica in cui si trascina del 2014, causata dal crollo del prezzo dello stesso, sembra essere il sintomo di un’economia molto fragile. Bisogna riconoscere a Putin il merito di ricostruire l’economia del Paese – per quanto flebile – ma il dibattito sul successo delle sue politiche economiche è aperto.

I risultati economici dei primi anni della sua presidenza hanno sicuramente contributito alla sua popolarità, ma le ragioni per cui il supporto per Putin non crolla nemmeno quando la crescita economica rallenta. A Marzo 2015, alla domanda «Cosa ti piace di Putin?» il 41% degli intervistati del Centro russo Levada ha risposto «è un leader energico, deciso, determinato», il 40% «ha grande esperienza politica» e il 25% «è un vero leader». Soltanto il 29% degli intervistati ritiene che egli sia riuscito ad aumentare salari e pensioni. Questo non è un caso: il personaggio di Putin è stato creato con grande attenzione da un team di esperti. In molti hanno analizzato a fondo come alla fine degli Anni ’90 la crisi economica, politica, sociale ed identitaria avesse portato alla sensazione di necessità di riempire un vuoto lasciato dal collasso dell’Unione Sovietica, la necessità di un leader come Putin: sobrio, composto, forte e razionale, in opposizione a Yeltsin – sempre ubriaco, scomposto e impresentabile. Un uomo che ha tutto sotto controllo e che assicura l’ordine in Russia, in opposizione al caos degli anni precedenti. Un uomo di principi e valori che dica al resto del mondo qual è il posto della Russia sulla scena internazionale.

queenQuesta rappresentazione è, in parte, il prodotto della società a cui Putin appartiene – ed è infatti caratterizzato da due forze tipiche della Russia post-sovietica: consumismo e nostalgia – ed in parte è rafforzata da sforzi ben calibrati. In particolare, è interessante come parte del tentativo di legittimare Putin agli occhi del pubblico russo vi sia la costruzione della sua immagine di Putin come un macho. Con l’incalzare dell’età, questo compito è divenuto anche più delicato. Un esempio recente che dimostra l’importanza di mantenere questa rappresentazione è l’immagine di Putin in veste di una drag queen che è stata definita «estremista» e resa illegale perché offendeva la mascolinità del leader.

Ma questi fenomeni non vanno in alcun modo circoscritti alla Russia. Il mondo occidentale si trova oggi ad affrontare una serie di crisi economiche, politiche sociali ed identitarie che possono, per certi versi, essere simili a quelle affrontate dalla Russia degli Anni Novanta. La “crisi” migratoria in primis ha fatto emergere il timore di perdere le proprie origini e tradizioni. A ciò si sommano i molteplici errori commessi dalla politica tradizionale nel corso del tempo, che fanno sembrare altri leader come indecisi e incapaci. L’elezione di Donald J. Trump è il più esemplare sintomo della delegittimazione della politica come la conosciamo, soprattutto di quella liberale. Come in Russia di fine millennio, così oggi anche l’Occidente sente il richiamo di un leader mascolino e deciso, che sappia mantenere l’ordine e il controllo dello Stato nazionale e che sappia proteggere i principi e i valori. La crisi ucraina e l’annessione della Crimea posso essere lette, in quest’ottica, come un’ulteriore dimostrazione della tenacia di Vladimir Putin. Il bombardamento mediatico che si scaglia contro Vladimir a tutti i costi, semplificando eccessivamente le sue scelte, non fa che rafforzare l’immagine di un leader che va avanti sicuro, da solo contro tutti, amplificandone il fascino.

Poco importa se poi i sondaggi dimostrano che i russi non vogliono mantenere economicamente la Crimea. Poco importa se le sanzioni hanno messo ulteriormente in crisi la già fragile economia russa. Poco importa se questa è solo apparenza, il frutto di un’attenta opera di pubblicità.

 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda. Studentessa di Studi internazionali presso l'Università degli Studi di Trento, è un'irrimediabile ottimista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente. Risiede attualmente a Londra.

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