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“Vivere sognando” di Giuseppe Zanzarelli: la recensione

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Giuseppe Zanzarelli, autore di “Vivere sognando”

Quanti di noi, fuorviati da composizioni ibride e legittimati dal bisogno  di chiarezza, si sono posti il quesito: <<Ma, in realtà, qual è la differenza tra poesia e prosa?>>. La risposta è lapalissiana e concerne sia l’aspetto contenutistico (che prevede l’utilizzo di figure retoriche ed altri artifici letterari, confacenti alla categoria “poesia”), sia l’aspetto formale (che inquadra un componimento all’interno di segmenti, definiti versi, marcando pertanto la differenza rispetto ad una successione lineare e continua, peculiare della prosa). Ma, come tutte le risposte evidenti e scontate a tal punto da ridicolizzare il dubbio, nel nostro caso, sulla definizione di poesia e di prosa, nasconde delle insidie: tecnicismi esplicativi a parte, siamo in grado di distinguere un testo poetico da un testo di prosa? Certamente sì, se le opere in questione sono una lirica di Giacomo Leopardi e una novella di Luigi Pirandello. E saremmo in grado, sebbene con una discreta difficoltà, di attribuire la corretta classificazione di prosa poetica al celeberrimo Addio monti dei Promessi Sposi, struggente saluto di Lucia Mondella alla sua terra natia, basandoci sulla linearità della disposizione della scrittura, allineata secondo un continuum e sulla intensa musicalità, che eleva lo scritto agli onori della lirica. Eppure, quando ci capita sotto gli occhi un racconto, particolarmente ricco di immagini poetiche, restiamo spiazzati. Indubbiamente, lo classifichiamo come prosa, dal momento che rispecchia tutte le caratteristiche proprie di questo genere, tuttavia le suggestioni poetiche, che fanno capolino tra le righe, ci lasciano felicemente stupiti e saggiamente ci inducono a riflettere sulla labilità del confine tra le due categorie letterarie e sul fatto che, a volte, si riscontrano inserti cristallinamente lirici all’interno di contesti prosaici, piuttosto che nelle composizioni canonicamente definite “poesia”.

Ed è esattamente ciò che è accaduto mentre scorrevo con lo sguardo l’opera di Giuseppe Zanzarelli: lungo i binari del testo, percepito fin da subito come prosa narrativa, mi sono imbattuta in figure retoriche degne di nota ed espressioni particolarmente ispirate, frutto di sapienti accostamenti lessicali, che tributano alla prosa una spiccata inclinazione lirica.

Vivere sognando è un racconto breve che, nell’iter di una narrazione scorrevole e godibilissima, spazia dalla filosofia – non quella manualistica e intricata, ma quella pratica, spendibile nell’immediatezza, filtrata attraverso le esperienze di vita giovanili – alla psicologia – racchiusa in pillole di sapienza dell’anima – e dai consigli per la lettura, ai suggerimenti in campo amoroso, in un dialogo/monologo interiore con un alter ego che dispensa massime da conservare nella memoria, o si rannicchia nei propri timidi dubbi/timori, evidenziando un’umiltà oltremodo rara. Con un sapiente lavorio compositivo, l’ordito verbale sciorina l’antitesi – che si attenua in compresenza di sogno e realtà – tra immaginazione e verità o, meglio, delle molteplici verità, tante quante sono le emozioni del momento. Pensieri e parole, abbozzi di desideri e fatti reali si intersecano, si giustappongono e poi si fondono in un unicum, per dare vita a nuclei di concretezza che, pur avendo dei riscontri tangibili, trascendono gli eventi reali. Ma nello scontro solo fittizio (pensieri/sogni VS immagini concrete/accadimenti) viene acclamato vincitore assoluto il bagaglio custodito nella sfera dell’immaginazione, che ha il compito di creare, plasmare e rendere concreta la realtà. Tutto ciò che accade esisteva già nei sentieri della fantasia – che si estrinseca anche attraverso il sogno – vera e propria forza motrice degli eventi.

poesia-Un sogno profetico che rivivrà in un viaggio, oppure un viaggio così importante da rappresentare una pietra miliare e, conseguentemente, essere rivissuto nel sogno? Qual è la giusta interpretazione? Vivere sognando, con sottile maestria didattica, ci suggerisce che non esiste una verità assoluta, ma tante verità, quanti sono gli occhi di chi guarda, legge, giudica e vive. Tutto e il contrario di tutto, l’inconfutabilmente concreto e l’acme del fantasioso si scambiano di ruolo ed aprono le porte ad un relativismo di matrice pirandelliana, con sconcertante fluidità e, al contempo, forza espressiva coinvolgente. Il lettore viene catapultato nel bel mezzo del percorso che il protagonista compie attraverso il treno e che si rivela un viaggio onirico – metaforico, poiché scava nei meandri più reconditi dell’immaginario interiore e dell’io, dei desideri celati o, anche troppo palesi, dei timori, dei limiti caratteriali, delle passioni e si manifesta come un’allegoria dell’esistenza umana. Come non sentirsi totalmente coinvolti e non identificarsi nel giovane timido e sognatore, amante della scrittura? Come non immedesimarsi, con ogni molecola del corpo e della mente, nel ragazzo che fa dell’odiata timidezza il suo punto di forza e che gli consente di esprimere al meglio sé stesso, tramite la dolcezza confusa dei silenzi e dei pensieri che si avverano? Il nostro bohémien, che si nutre e vive di scrittura e fa vivere la scrittura in se stesso, è talmente reale da sembrare surreale. È assolutamente padrone della propria vita ma, contemporaneamente, si lascia trasportare da un destino che egli prova a guidare per mezzo di pensieri auto-avveranti e aneliti tesi alla manifestazione immediata.

Pregno di antica saggezza, eppure così attuale, il concetto di scrittura si rivela una panacea per tutti i problemi, per le indecisioni, per lo scoglio insormontabile della timidezza, per l’impossibilità di comunicare. Scrivere nasce dall’esigenza di espletare i bisogni dell’anima e poi si trasforma in un piacere e questo piacere accende un nuovo bisogno di scrittura, secondo un meccanismo circolare, fonte di esigenze ed emozioni inesauste. <<Che cos’è un viaggio se non uno spostamento più o meno volontario di pensieri?>> Vivere sognando traccia un percorso a metà tra la filosofia e la psicologia, nel dipingere le immagini dal finestrino e il volto angelico della ragazza che si perde tra le righe del libro e si lega alle riflessioni silenziose del giovane protagonista, con un filo invisibile ma inossidabile. La narrazione si snoda attraverso coinvolgenti passaggi di prosa poetica, nei quali si condensano immagini pregne di suggestioni liriche e sature di figure retoriche. E c’è solo l’imbarazzo della scelta. È sufficiente posare lo sguardo sulle prime righe e ci si addentra tra le anse della poesia, con strutture espressive perfettamente confacenti al canone lirico. Nella frase <<Magari il sole asciugherà questo finestrino e questa carrozza colma di pensieri…>>, coesistono almeno tre delle figure retoriche più rappresentative: la metonimia dei <<pensieri>> che in realtà rappresentano le persone pensanti (la parte per il tutto o il contenuto per il contenente), l’originalissima sinestesia indicante il sole che asciuga i pensieri e che, a sua volta, prevede anche la modificazione dell’ordine lessicale <<…e questi pensieri della carrozza colma>>, dunque l’iperbato e, per concludere, la metafora che abbraccia l’intero concetto, con la quale l’autore vorrebbe esprimere l’esigenza di liberarsi da tutti i pensieri fastidiosi e persistenti e dai problemi e il bisogno di viaggiare libero e leggero. Ugualmente in <<Scavando il mio meglio, alla ricerca del nulla>> è presente l’ossimoro, tanto gradito alla poesia barocca e gettonatissimo tra i poeti moderni e contemporanei o, ancora, l’anafora, tanto cara a Dante Alighieri, che si manifesta nella ripetizione del <<mentre>> (<<…mentre osservo un tramonto, mentre semino i pomodori, mentre mi coglie la tachicardia, mentre un attacco di panico…>>) e la bellissima similitudine particolarmente confacente allo stile di Pablo Neruda, <<…lentiggini che sembrano piccole isole e capelli come stelle filanti>>. E, senza scomodare altre figure retoriche, pur palesemente pregnanti, vorrei soffermarmi su ciò che potrebbe essere paragonato a un dipinto, realizzato con le parole: <<…con l’immagine di lei ancora di fronte, che riempie le distese di papaveri, s’insinua nei filari dei vigneti, accarezza le prime fragole, ancora bianche>>.

A metà tra un quadro di Claude Monet e alcuni dei versi di Neruda o di Leopardi, queste righe si discostano dalla prosa, vanno incontro alla poesia e si fondono in toto con essa. In più, si noti come <<…che riempie le distese di papaveri>> e <<s’insinua nei filari dei vigneti>> seguano un andamento ritmico particolarmente melodioso, giacché si tratta di due endecasillabi, rispettivamente sdrucciolo e piano. Ma la presenza lirica è chiaramente ravvisabile anche in <<…quando il tramonto scandiva il tempo di quella spiaggia pugliese>>. e in <<…come pedine di una scacchiera silenziosa, in cui due anime si incontrano per caso e non si sfiorano>>. E che dire della prorompente incisività dell’espressione <<…proprio mentre la timidezza era un cane finalmente libero di correre sui prati dell’Appennino…>>, o della cesellatura descrittiva, che ammalia e inchioda gli occhi, della frase <<Le sue pupille sembrano fari accesi sulla miriade di isole>>? Quel che ai profani può sembrare un semplice brano in prosa, esteticamente gradevole e coinvolgente, per gli esperti è un puzzle, mirabilmente risolto, di narrazione dentro la quale pullula una sostanza lirica raffinata, frutto di un sapiente lavorio di abbinamenti lessicali, di armonia e intensità, prerogativa di chi è avvezzo a verseggiare.

Giuseppe Zanzarelli non è un autore che crea opere in prosa lirica, è uno scrittore che ha già la poesia dentro. E questo fa la differenza. È poeta dell’anima, nell’accezione più nobile del termine, è poeta che canta il percorso della giovinezza nelle sue gioie e nelle sue asperità, è poeta che canta l’amore per la scrittura e per una donna, è poeta che canta l’amore per l’amore.

Ma, soprattutto, è poeta quando mette a nudo le proprie fragilità, le proprie timide debolezze e con i pensieri in fuga – laddove i distratti scorgono soltanto un bel racconto breve – sfiora vette di alto lirismo.

 

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About Carla Maria Casula

REDATTRICE | Figlia della Sardegna, classe 1975. Giornalista pubblicista, si occupa di linguistica sarda con particolare attenzione nei confronti dei fenomeni lessicali, fonetici e morfologici. Scrittrice a tempo pieno, ha all'attivo tre sillogi poetiche in lingua italiana e numerosi riconoscimenti in concorsi di poesia regionali e nazionali. Studentessa di Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Cagliari, tra cerimonie di premiazione e presentazioni di libri spera di concludere quanto prima il suo percorso universitario. Sogno nel cassetto: un allevamento sterminato di gatti neri.

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