Assalita auto Salvini a Bologna, investe persone

Matteo Salvini a Bologna: l’ennesima figuraccia italiana

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Alan Fabbri

Lo diceva un certo Martin Luther King nel 1958: da un atteggiamento violento non possiamo aspettarci che una risposta violenta. Sembra una frase banale, scontata, inflazionata: non è così. Ce lo ha dimostrato, ancora una volta, Matteo Salvini, leader della Lega Nord, Europarlamentare che ha fatto dell’anti europeismo uno dei suoi slogan vincenti. Il fatto, visto che tanti chiedono di appellarsi ai fatti, è questo: Sabato scorso, Salvini arriva a Bologna. Insieme a lui, il candidato alla residenza della Regione, Alan Fabbri. Il programma? Visitare il campo nomadi di via Erbosa, dove pochi giorni prima la consigliera comunale Lucia Borgonzoni era stata aggredita da due rom. A contestare Salvini, un gruppo di ragazzi appartenenti a vari centri sociali e collettivi bolognesi. Quando si viene a sapere che il leader del Carroccio sta aspettando la polizia a pochi metri dal luogo della protesta, i manifestanti accorrono e circondano l’auto nel tentativo di fermarla. Ecco che scoppia il caos: invece di fermarsi, l’auto accelera bruscamente e travolge due ragazzi. Presi dalla rabbia, alcuni giovani lanciano un oggetto contro il vetro posteriore, mandandolo in frantumi. Salvini si infuria e si sfoga su Facebook contro i “balordi bastardi” che hanno tirato “sassate, calci e pugni alla macchina”, ed i fatti finiscono qua.

 

Video di Saverio Tommasi

 

Come sempre in questi casi, l’opinione generale, sempre pronta a tirar fuori dal libro delle citazioni qualche frase sulla non violenza, condanna il gesto dei collettivi. Peccato che dimentichi sempre le motivazioni che portano ad una risposta di questo tipo.

Chiariamoci: sono quanto di più lontana possa esistere dal modello di protesta che portano avanti i centri sociali e ho visto molto spesso tanti collettivi agire in modo violento solo per il piacere di farlo, ma nessun essere dotato di ratio può negare che Salvini è tanto responsabile quanto quei “balordi” e “bastardi”. Se porti avanti da anni un messaggio di violenza, violenza spiccia, immotivata, brutale, che ha come bersaglio sempre gli ultimi di questa società, i poveri, i disadattati, non puoi aspettarti una risposta pacifica. Perché il primo e più potente veicolo dell’odio e dell’intolleranza risiede proprio nel linguaggio, nelle frasi che si dicono, nel tono in cui si dicono.

Per chi ha poca memoria, è utile ricordare che Matteo Salvini è lo stesso politico che per 19 anni si è seduto sulla poltrona di consigliere comunale a Milano, lo stesso uomo che durante una festa della Lega ha intonato dei cori contro i napoletani, quello che voleva riservare dei vagoni della metro ai milanesi e alle donne per proteggerle dall’invadenza degli extracomunitari, lo stesso che vorrebbe l’Italia fuori dall’euro ma si permette di sedere nel Parlamento Europeo a prendere soldi.

Sinceramente, non mi stupisco affatto di quanto gli è successo, né mi affianco alla massa di perbenisti subito pronti a condannare i gesti violenti: credo semmai che l’errore, se così si può chiamare, è stato quello di abbassarsi al suo livello, anzi, di scendere più in basso, facendo così passare Salvini per un martire democratico, per uno che semplicemente, quel Sabato, passava da quelle parti, e non per quello che veramente è: un grande fan delle poltrone che pur di raccogliere qualche punto in più sui sondaggi sarebbe disposto a vendere la casa e la sua preziosa e costosa auto.

C’è anche da dire che il politico “modello Salvini” non è altro che il frutto maturo e quasi marcio di una politica da anni ormai impegnata in una lotta al ribasso e all’ignoranza senza precedenti, quella politica che accusa e non risolve, che critica ma non costruisce. Non possiamo negare le nostre colpe (e per nostre intendo noi come cittadini aventi diritto di voto) ma possiamo riconoscerle. Guardarle in faccia e giurarci, per noi, per i nostri figli, di non permettere mai più ad uno che nel 1999 ha lanciato uova contro Massimo D’Alema di fare carriera politica a spese nostre (queste sì che lo sono). Possiamo pretendere dai rappresentanti del domani una serietà che non si esprime su Facebook ma con i fatti. Una democrazia che non rifiuta gli ultimi, che non cerca la via più facile, che non si dimentica che, spesso, chi rovina davvero l’Italia è chi in Italia c’è nato.

Quando vedrò un atteggiamento serio, sarò anche io pronta a condannare qualunque forma di violenza, a schierarmi dalla parte di un rappresentante politico che non la pensa come me, ma che stimo e rispetto.
Per adesso l’unica cosa che posso dire è che noi italiani dovremmo recuperare un po’ di memoria e non dimenticarci che ad occupare poltrone di valore, a contribuire alla disfatta economica dell’Italia, ci sono i soliti di ieri, i soliti di sempre.

Salvini per primo. Salvini soprattutto.

 

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About Francesca Cimò

COLLABORATRICE | Classe 1991, toscana. Studentessa di Filosofia, le interessa tutto ciò che riguarda la cultura, la politica, la società. Ogni tanto si sente una 24enne spensierata ma poi le passa. Suoi sono diversi pezzi di attualità.

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