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Vincent van Gogh: l’uomo e l’artista

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Figura 1: “La Spiaggia di Scheveningen” (1882); “L’uscita dalla chiesa protestante di Nuenen” (1884)

Lo scorso 30 Settembre sono stati ritrovati nella casa di un esponente di spicco della Camorra a Castellammare di Stabia (Provincia di Napoli), due dipinti di Vincent van Gogh che erano stati rubati dall’omonimo museo di Amsterdam nella notte del 7 Dicembre del 2002 (Figura 1). La notizia non mi ha lasciato indifferente, dato che si tratta di due opere del mio pittore preferito, per cui ho deciso di mettere un attimo da parte la biologia e di dedicare questo articolo a lui.

C’è stato un momento preciso nella mia vita in cui ho iniziato ad amare le opere di Vincent van Gogh: ricordo che frequentavo la scuola elementare ed un giorno la maestra di italiano ci disse di scrivere un tema sull’Estate prendendo spunto da un’immagine presente sul libro e quell’immagine era proprio un dipinto del pittore olandese che rappresenta due contadini impegnati nel riposo pomeridiano, rifacimento di un’opera del pittore francese Jean-François Millet (Figura 2). Non so dire esattamente cosa mi colpì di quel quadro, se la scena raffigurata, i colori caldi o le pennellate decise, ma da quel giorno nutro una forte passione non solo per le opere di van Gogh ma anche per l’arte pittorica in generale.

 

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Figura 2: “Riposo pomeridiano” – Musée d’Orsay, Parigi (1890)

 

Solitamente, le prime cose che vengono in mente quando si sente nominare il pittore di Zundert sono le sue opere, come La notte stellata di Saint-Rémy, risalente al Giugno 1889 e conservato al Museum of Modern Art di New York, e I girasoli, una serie di oli su tela realizzati tra il 1888 e il 1889, quando van Gogh abitava a Parigi e poi si spostò ad Arles. E non si può non pensare alla personalità travagliata del pittore affetto da schizofrenia che lo portò a tagliarsi parte dell’orecchio sinistro (vicenda avvenuta il 23 Dicembre 1888 ad Arles, si ipotizza in seguito ad un litigio con il pittore e amico Paul Gauguin), a farsi internare volontariamente nell’ospedale psichiatrico di Saint-Paul, a Saint-Rémy-de-Provence, dove rimase per circa un anno ed infine a suicidarsi all’età di trentasette anni infliggendosi un colpo di rivoltella al petto il 27 Luglio 1890 (la morte sopraggiunse solo due giorni dopo) quando si trovava ad Auvers-sur-Oise.

Vincent van Gogh però era molto di più del pittore pazzo che si tagliò l’orecchio. All’età di venticinque anni, dopo aver lavorato per la casa d’arte Goupil&Cie, impiego ottenuto grazie allo zio paterno e che gli permise di recarsi a L’Aia, Bruxelles e Londra, e dopo aver lavorato in Inghilterra come supplente in una scuola, decise di partire per il Belgio per assistere i poveri e i malati presso i centri minerari di Pâturages e Wasmes. Nella lettera del 26 Dicembre 1878 indirizzata al fratello minore Theo, scriveva: «Queste persone appaiono completamente nere quando escono dalle miniere: sembrano spazzacamini. Le loro case sono solitamente molto piccole e sarebbe più opportuno chiamarle capanne […] Ho già avuto l’opportunità di far visita ad alcuni malati che qui sono davvero tanti».

Ed è proprio dalle lettere che il pittore indirizzava principalmente al fratello, ma anche ad altri membri della famiglia come la sorella minore Wilhelmina, che traspare la sua interiorità piena di luci (l’altruismo, la generosità, l’amore per la pittura) e di ombre«Uno ha un grande fuoco nell’anima e nessuno viene mai a scaldarsi, i passanti non scorgono che un po’ di fumo in cima al comignolo e se ne vanno per la loro strada. E allora che fare, ravvivare questo fuoco interiore, avere del sale in sé, attendere pazientemente – ma con quanta impazienza -, attendere il momento in cui, mi dico, qualcuno verrà a sedersi davanti a questo fuoco, e magari vi si fermerà». Così scriveva nel 1880.

«Se l’alcool è stato certamente una delle più grandi cause della mia follia, allora è venuta molto lentamente e se ne andrà molto lentamente, se se ne andrà […] Infine, bisogna prendere una posizione di fronte alle malattie del nostro tempo […] io non avrei precisamente scelto la follia, se c’era da scegliere, ma una volta che le cose stanno così, non vi si può sfuggire. Tuttavia esisterà forse ancora la possibilità di lavorare con la pittura». Così scriveva, invece, nell’Aprile del 1889 quando le sue condizioni psico-fisiche andavano peggiorando, infatti un mese dopo sarebbe stato ricoverato all’ospedale di Saint-Paul.

 

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Figura 3: “I mangiatori di patate”, Van Gogh Museum – Amsterdam (1885)

 

L’empatia che il pittore olandese nutriva nei confronti delle classi sociali più povere trova il suo massimo livello di espressione ne I mangiatori di patate (Figura 3) che rientra nel ciclo degli studi sui contadini, realizzati tra il 1881 e il 1885. A tal proposito, scriveva a Theo nell’Aprile del 1885«Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente, che alla luce di una lampada mangia patate servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute; il quadro, dunque, evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano».

Vincent scambiò numerose lettere anche con i colleghi: Anthon van Rappard, pittore olandese e mentore di van Gogh, il pittore francese neo-impressionista Èmile Bernard ed il già citato Paul Gauguin, famoso per i suoi dipinti polinesiani. L’amicizia che legò van Gogh a quest’ultimo fu meno forte rispetto a quella che legava il pittore olandese a Bernard e la si potrebbe anche definire sbilanciata: Vincent, infatti, nutriva una profonda ammirazione non ricambiata nei confronti di Gauguin. I due pittori si conobbero alla fine del 1886 e circa due anni dopo il pittore francese raggiunse van Gogh ad Arles. Fin dall’inizio la convivenza non fu facile, sia a causa del carattere instabile di Vincent sia perché i due avevano opinione diverse su qualunque cosa, e terminò appena due mesi dopo con il dramma di Arles in seguito al quale, però, la corrispondenza dei due pittori andò avanti fino alla morte di Van Gogh.

Così scriveva il 4 Gennaio 1889 nella prima lettera dopo il litigio:

«Mio caro amico Gauguin,

approfitto del mio primo giro fuori dall’ospedale per scriverti qualche parola di sincera e profonda amicizia. Ho pensato molto a te quando mi trovavo in ospedale, persino durante gli attacchi di febbre e relativa debolezza».

Il van Gogh uomo era dunque istintivo, a tratti folle, caratterialmente instabile, così come instabili furono le sue relazioni sentimentali con la prostituta Sien e l’italiana Agostina Segatori, entrambe ritratte dal pittore. Allo stesso tempo, però, era anche un uomo sensibile, altruista ed incline all’affetto, soprattutto nei riguardi dell’adorato fratello che lo aiutava anche finanziariamente. E queste sfumature così forti e discordanti tra loro sono rintracciabili nei suoi dipinti.

 

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Figura 4: “Miniere di carbone nel Borinage” – Van Gogh Museum, Amsterdam (1879)

 

Andando dalle prime opere a quelle precedenti la sua morte, si osserva un’evoluzione quasi radicale, sia nei temi che nella tecnica. Le prime opere sono quelle influenzate dalle tematiche sociali e dall’ammirazione che van Gogh nutriva per i realisti della Scuola di Barbizon come Jean-François Millet, Charles-François Daubigny e Jean-Baptiste Camille Corot. Ne è un esempio quest’opera (Figura 4) risalente all’Estate del 1879, quando l’artista si trovava nel centro minerario di Wasmes: agli occhi dei “profani”, van Gogh risulta essere praticamente irriconoscibile in questo acquerello.

 

 

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Figura 5: “Il ristorante della Sirène ad Asnières” – Musée d’Orsay, Parigi (1887)

 

In seguito, complice il trasferimento a Parigi, dove viveva Theo che era un mercante d’arte, subì l’influenza degli impressionisti nonostante non li ammirasse particolarmente: abbandonò pertanto le tematiche sociali e schiarì la sua tavolozza (Figura 5). Il van Gogh dei colori caldi è quello del periodo di Arles, in cui si trasferì nel febbraio 1888, andando ad abitare nella famosa Casa Gialla (Figura 6). Il paesaggio provenzale fu una grande fonte di ispirazione per il pittore, che scrisse alla sorella Wilhelmina: «La tavolozza di oggi è assolutamente colorata: celeste, arancione rosa, vermiglio, giallo vivissimo, verde chiaro, il rosso trasparente del vino, violetto».

 

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Figura 6: “La casa gialla” – Van Gogh Museum, Amsterdam (1889)

 

Dopo l’episodio del Dicembre 1888 le condizioni psico-fisiche di Vincent peggiorarono inesorabilmente ed alternava periodi di lucidità a periodi di malessere in cui manifestava i sintomi della schizofrenia. E questo suo tormento interiore trova massima espressione in quello che erroneamente è stato considerato per molto tempo il suo ultimo dipinto (Figura 7): in esso le pennellate si fanno più spesse e sono impresse sulla tela quasi con violenza.

«Ritornato qui mi sono sentito molto triste, e ho continuato a sentire pesare su di me la tempesta che vi minaccia […] Ecco, ritornato qui mi sono rimesso al lavoro, però il pennello mi cadeva quasi di mano, sapendo bene ciò che volevo ho ancora dipinto ancora tre grandi quadri. Sono delle immense distese di grano sotto cieli nuvolosi e non mi sento assolutamente imbarazzato nel tentare di esprimere tristezza, e un’estrema solitudine». Così scrisse il 10 Luglio 1890 in una lettera indirizzata sia al fratello che alla cognata Johanna. Ed è quest’ultima la principale artefice della fama post-mortem delle opere e soprattutto della corrispondenza epistolare tra Vincent e Theo van Gogh.

Nel 1971, il cantautore americano Don McLean pubblicò una canzone dedicata a van Gogh dal titolo Vincent dalla quale prendo in prestito una frase per chiudere questo articolo:

«But I could have told you, Vincent

This world was never meant for one as beautiful as you».

 

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Figura 7: “Campo di grano con corvi” – Van Gogh Museum, Amsterdam (1890)

 

 


 

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About Deborah Crifò

COLLABORATRICE | Nata nel Dicembre del 1991, da ragazzina sognava di diventare un'archeologa. Per questo, fu ben lieta di iscriversi al Liceo Classico "Gorgia" di Lentini (SR) per studiare latino e greco. Ma questa scelta, della quale non si è mai pentita, l'ha portata in realtà ad appassionarsi alle scienze, in particolar modo alla Fisica ed alla Biologia. Oggi è laureata in Scienze Biologiche e frequenta il corso di laurea specialistica in Biologia Cellulare e Molecolare presso l'Università degli Studi di Catania.

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