©Sinawi Medine__Mediteranean_March 28th 2016_Humanitarian rescue operations in the Mediterranean Sea, by the European civil organization Sos Méditerranée in partnership with Médecins du Monde: Refugees will be on land in few minutes.

Il viaggio della speranza: una seconda opportunità di vita negata a chi viene dal Paese sbagliato

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Umberto Eco (1932-2016) è stato un semiologo, filosofo e scrittore italiano

Quando Umberto Eco disse che i social media avevano dato diritto di parola a «legioni di imbecilli» probabilmente non si aspettava un danno di tale portata. Come dice la canzone vincitrice del Festival di Sanremo, Occidentali’s Karma, internet è «per tutti un’ora d’aria, di gloria» durante la quale possiamo godere del brivido che si prova sotto i riflettori, il brivido derivante dal sentirsi importanti perché, in mezzo a una folla di milioni e milioni di persone, la nostra voce è quella emersa fra tutte, il nostro commento è quello che ha ricevuto il maggior numero di likes e di ciò non possiamo far altro che sentirci appagati.

Ma cosa succede quando chi scrive ignora completamente l’argomento di cui sta parlando? Cosa succede se quella persona viene ascoltata e presa sul serio? Cosa succede se un commento scritto su internet o un post letto su Facebook diventano la nostra unica fonte di informazione? La risposta è chiaramente il caos. Un caos determinato dall’incapacità di saper distinguere tra verità e finzione, un caos determinato dal non rendersi conto che un’umiliazione o una bufala su un social network non hanno meno peso di un’umiliazione o una bugia detta guardando in faccia qualcuno.

Di bufale ne circolano un’infinità su internet. Potrei scriverci un libro, se non addirittura una collana. Dunque mi limiterò a parlare dell’argomento al momento più in voga. Mi riferisco chiaramente ai migranti che, oggi, hanno la stessa reputazione della quale un tempo godevano i meridionali. E allora se prima a rubarti il lavoro ci pensavano i «terroni», adesso se ne occupano gli immigrati. Se prima erano i meridionali a doversene tornare a casa, adesso sono gli immigrati che devono sloggiare. Insomma, i soggetti sono diversi, ma lo stile è rimasto lo stesso. Di questo passo, i prossimi ospiti indesiderati saranno gli alieni e a quel punto ci toccherà dire frasi del tipo «aiutiamoli nel loro pianeta».

Sono in tanti, dunque, a incitare chi di dovere a rispedire i migranti al loro Paese di origine. Quanti, però, conoscono effettivamente di quali Nazioni stiamo parlando e – soprattutto – cosa accade in quei luoghi?

vocegatto2Nel 2016 sono stati 123.600 i migranti provenienti da Stati come Nigeria, Eritrea, Pakistan, Gambia, Senegal, Iraq, Sudan, Siria, Camerun, Guinea, Costa d’Avorio, Somalia, Mali e Sudan a sbarcare in Italia. Questi sono solo alcuni dei principali Paesi che i migranti si lasciano alle spalle. Ciò che accade in questi luoghi è spesso noto a tutti, e ne sentiamo quotidianamente parlare in televisione e nei giornali; altre volte, invece, occorre scavare più in profondità per riuscire a vedere la motivazione che spinge donne, uomini e bambini ad abbandonare la propria casa.

L’analisi di dati e casi concreti mettono in luce un punto fondamentale: a rischiare la vita non sono solo i siriani. Mi limiterò a raccontarvi di ciò che accade in quei Paesi dove, solitamente, la gente sostiene che non succeda nulla di così pericoloso da costringere i suoi abitanti alla fuga.

Partiamo con i nigeriani che, tra i migranti che arrivano sulle nostre coste, sono i più numerosi. Sono tante le ragioni per sfuggire dalla Nigeria, ma molto spesso sono ragioni che l’Europa non riconosce: tutto dipende dalla risposta data al momento dell’identificazione e la regione dalla quale si proviene. Sono le incursioni di Boko Haram i principali responsabili delle emigrazioni dalla Nigeria. Cos’è Boko Haram? Si tratta di un’organizzazione terroristica nata nel 2002 che ha raggiunto la fama  internazionale nel 2015 in seguito al rapimento delle duecentodiciannove studentesse minacciate di essere vendute come schiave. L’evento ebbe una tale eco che fece intervenire, oltre ai genitori delle ragazze, anche l’opinione pubblica internazionale con la campagna #BringBackOurGirls, che ha raccolto milioni di tweet e alla quale hanno partecipato personaggi del mondo della politica e dello spettacolo, tra i quali la allora First Lady, Michelle Obama. Il gruppo è anche noto per numerosi crimini a chiese cristiane e moschee, durante i raduni in occasione del Ramadan e per i disordini in Nigeria del 2009 nel corso dei quali avvennero una serie di conflitti armati tra la setta e le forze di sicurezza nigeriane che portarono alla morte di settecento persone in soli quattro giorni. Il 10 e l’11 Gennaio 2015 il gruppo imbottisce di esplosivo della bambine colpendo il mercato di Maiduguri e quello della cittadina di Potiskum.

vocegattoLo stesso vale per il Pakistan dal quale inizialmente si scappava per ragioni economiche, ma che dal 2011 è stato vittima di un sempre più crescente numero di attentati terroristici, portando dunque a un aumento delle richieste di asilo. Visitando il sito del settimanale Internazionale, ho contato più di una decina di attentati avvenuti  in Pakistan tra Ottobre dell’anno scorso e Febbraio di quest’anno. Tra questi, l’esplosione in un mercato affollato nella Regione tribale del Kurram in cui hanno perso la vita trentanove persone; l’attentato, nella città di Sehwan, ad opera di  un kamikaze che si è fatto esplodere in un tempio sufi uccidendo ottantatré persone; l’esplosione nei pressi di un santuario nella Provincia del Belucistan che ha portato alla morte di quarantacinque persone.

Il Gambia è guidato dal 1994 da Yahya Jammeh, il quale prese il potere con un colpo di Stato. In questi anni lo Stato è rimasto relativamente stabile tanto che solitamente le richieste d’asilo presentate dai gambiani vengono respinte. Vivere in Gambia, però, non è facile: resta comunque una Nazione poverissima, con quasi la metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà; le politiche di Jammeh sono assolutamente in contrasto con i diritti umani e in varie occasioni ha dichiarato la sua avversione per gli omosessuali. Lo scorso 1° Dicembre ha perso le elezioni dopo ventidue anni di Governo e sebbene inizialmente sembrasse aver accettato la sconfitta, pochi giorni dopo ha annullato il voto sostenendo la presenza di irregolarità durante le procedura elettorali. La decisione è casualmente arrivata dopo che l’opposizione ha dichiarato la possibilità di indagare sulle violazioni dei diritti umani compiute dai militari e dalle forze di sicurezza durante il Governo di Jammeh. Il Presidente gambiano è infatti accusato di aver fatto incarcerare, torturare e uccidere giornalisti, leader religiosi e avversari politici. Il 21 Gennaio Jammeh ha finalmente ceduto alle pressioni della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), ha lasciato il Gambia e il 27 Gennaio si è insediato il nuovo Presidente Adama Barrow.

L’Eritrea è da più di vent’anni dominata dalla dittatura del Presidente Isaias Afewerki. Ciò che spinge le persone a scappare sono le violenze e la fame diventate ormai la quotidianità. Parole come «libertà civili» e «libertà di espressione» sono termini sconosciuti: si parla di esecuzioni sommarie senza processo, torture, sparizioni e come se non fosse abbastanza anche la prospettiva del servizio militare, obbligatorio per uomini e donne dai diciassette anni e di durata illimitata. Ma Afewerki nega l’esistenza di una crisi.

Il 18 Dicembre si celebra la Giornata internazionale dei migranti. Raramente qualcuno se ne accorge e chi lo sa fa finta di non saperlo. È molto più facile incitare all’odio, non richiede uno sforzo cerebrale e nemmeno umano dal momento che si tratta semplicemente di tirare fuori dal cappello sempre le stesse argomentazioni. Com’è semplice dire «rimandiamoli a casa» senza riuscire a capire che «casa» è un posto tremendo.

Forse l’argomento dovrebbe essere analizzato da un punto di vista più razionale, tenendo magari conto anche degli aspetti politici ed economici che stanno dietro l’immigrazione. Ma in realtà possiamo notare che raramente l’aspetto economico viene trattato da coloro che si battono per rimpatriare gli immigrati. Si limitano a parlare dei furti, degli omicidi e delle violenze di cui alcuni di loro sono artefici, come se fossero loro gli unici delinquenti in Italia, come a dire che se non ci fossero loro l’Italia sarebbe un Paradiso. Mi duole informarvi che non è così: è nella natura umana di alcuni di noi essere crudeli, cattivi violenti, indipendentemente dalla cultura o dal luogo di provenienza.

©Sinawi Medine__Mediteranean_April 17th 2016_Humanitarian rescue operations in the Mediterranean Sea, by the European civil organization Sos Méditerranée in partnership with Médecins du Monde: 108 people saved in tragic conditions
Operazione di soccorso nel Mar Mediterraneo, in cui sono state salvate centotto persone – © Sinawi Medine, 17 Aprile 2016

Ragazze giovanissime costrette a sposare uomini molto anziani, uomini che non amano; giovani che per la loro omosessualità sono accusati di commettere un reato, rischiando di subire anche una pena detentiva; uomini e donne che non possono professare liberamente la propria religione. Sono tutte situazioni per noi assurde e lontane anni luce dalla nostra realtà: il poter sposare chi si ama, vivere liberamente la propria omosessualità, pregare il Dio in cui si crede sono aspetti della nostra vita talmente scontati che ci sembra impossibile che da qualche parte, nel mondo, esistono luoghi dove non lo sia. Eppure non tutti reagiscono allo stesso modo di fronte alle disgrazie e sfortune che accadono a chi proviene da Paesi lontani. Una domanda sorge spontanea: cosa spinge queste persone, che si sentono patriottiche solo quando si parla di immigrazione, a provare così tanto odio verso i migranti? Se ci fossimo noi al loro posto, non vorremmo che qualcuno ci tendesse una mano? Non siamo anche noi parte di questo mondo? E se facciamo parte di questo mondo perché la nostra esistenza deve valere più di quella di qualcun altro?

Qualcuno potrebbe rispondere che ci sono leggi e confini che vanno rispettati. Ma di fronte a un uomo che chiede solo di poter garantire ai propri figli la felicità per la quale ognuno di noi lavora, studia e si sacrifica ogni giorno, come possiamo girarci dall’altro lato? Non è, alla fine, la tranquillità che ognuno di noi sogna? Poter chiudere gli occhi la sera senza essere travolti dai nostri incubi peggiori? E se a sognare questa felicità non è un italiano, ma un nigeriano non è lo stessa identica cosa?

Troppe domande e poche risposte. Ma c’è qualcosa del quale si può essere certi: l’unica cosa che separa le donne, gli uomini e i bambini non occidentali da chiunque altro sono le opportunità.

 

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About Anna Di Raimondo

COLLABORATRICE | Mentre tutti celebravano con bottiglie di spumante e fuochi di artificio l'inizio del 1996, in un ospedale di Siracusa nasceva lei. Adesso vive a Milano dove studia Comunicazione e Società presso la Statale. Se alcuni hanno la vena poetica, lei ha sicuramente la vena polemica. Curiosa, determinata e sostenitrice accanita di tutti i diritti umani, spera un giorno di riuscire a dar voce a chi non ne ha.

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