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Ventidue minuti in India

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Ogni ventidue minuti noi possiamo compiere tante azioni: possiamo fare zapping col telecomando se questo o quel programma televisivo ci annoia o quell’episodio di una data fiction l’avevamo già visto oppure è troppo violento; possiamo spostarci da una stanza all’altra alla ricerca di un po’ di refrigerio per combattere il caldo torrido; possiamo disconnetterci o connetterci da Twitter o Facebook per non sentirci dire dai nostri genitori che <<sempre sui social e mai sui libri stai!>>. In India ogni ventidue minuti avviene, invece, uno stupro nei confronti di una donna, o di un’adolescente o di una bambina. Ogni ventidue minuti avviene una carneficina che mi e ci deve far rabbrividire per la brutale violenza compiuta da uomini che se li chiamassi bestie farei loro un complimento. Avete presente i diari? Di sicuro ne avrete scritto almeno uno nella vostra vita e saprete che di solito sulle sue pagine bianche si buttano giù i resoconti della giornata. Ecco, ora proverò a scrivere un diario degli stupri in India, partendo dall’episodio alfa, quello che ha catalizzato l’attenzione dei media indiani e internazionali su questa emergenza che sino ad ora sembra non aver trovato la giusta soluzione.

 

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Dicembre 2012: una studentessa di 23 anni sale su un autobus per tornare a casa come ogni giorno; all’improvviso l’autobus si svuota, rimangono solo l’autista e un gruppo di sei uomini che si avvicinano alla ragazza con sguardo demoniaco. Le si avventano contro come fossero affamati da giorni, la picchiano, la violentano e la lasciano morente dopo aver soddisfatto le loro perversioni. La ragazza morirà dopo dieci giorni di una esasperante agonia per le troppe violenze subite. Gli stupratori vengono arrestati e per loro si prospetta la pena di morte, richiesta dall ’accusa e da una folla di civili che non ci stanno più a vedere le proprie figlie violentate, perché “non è la prima volta che episodi di violenza sulle donne si verificano in India”. La mia domanda è: perché il conducente dell’autobus non ha fatto nulla per salvare la studentessa? Perché questo velo di omertà?

Aprile e Maggio 2013: una bambina di soli 5 anni viene stuprata e mutilata dal suo vicino di casa. La bambina porterà su di sé un trauma indelebile; la sua infanzia è stata bruciata da uno di quegli uomini che avrebbe dovuto proteggerla dalle brutture del mondo. A Maggio un branco stupra delle ragazzine sordomute, incapaci di chiamare aiuto e quindi vittime più facili da colpire. Tutta questa violenza avviene sotto gli occhi di un governo che promette pene e controlli più severi, ma è incapace di controllare un Paese così vasto dal punto di vista demografico.

Gennaio e Febbraio 2014: questa volta tocca ad una bimba di 9 anni essere vittima del branco, che si è introdotto nel cortile di casa sua dove stava giocando. Nello stesso periodo una ragazzina di 12 anni, che poco prima aveva denunciato alla polizia i suoi carnefici, è stata raggiunta da loro in casa sua,  poi violentata e bruciata viva. Questo è il prezzo amaro della verità, del non stare zitti dinanzi alle violenze e della volontà di mettere alle sbarre chi fa del male a innocenti. A febbraio il branco decide di puntare le turiste; ne fa le spese una donna danese, che viene aggredita, stuprata e derubata. Il governo indiano è sempre più imbarazzato e messo in discussione dal suo stesso popolo che si rivolge ai mass media nazionali e non per gridare il suo sdegno dinanzi ai continui stupri che continuano a seminare il terrore in tutto il territorio indiano.

Maggio 2014: il villaggio dell’Uttar Pradesh, Stato indiano a maggior tasso di violenze sulle donne, scopre una scena terrificante: due cugine, di 14 e 15 anni, sono state prima stuprate dal branco e poi impiccate ad un albero di mango. Tra i membri del branco ci sono degli agenti di polizia, quelli che dovrebbero proteggere le ragazze e le donne da questi uomini che considerano le donne dei giocattoli di loro appartenenza.

Giugno 2014: dopo l’orrore del ritrovamento delle due cugine, l’Uttar Pradesh rivive la stessa scena di maggio. Una ragazzina di 15 anni  viene ritrovata impiccata ad un albero, il padre denuncia la violenza Intanto, una donna è costretta a bere dell’acido perché si era opposta alla violenza. Morirà poco dopo. E mentre l’intera India piange le sue vittime, il partito al potere dello Stato dell’Uttar Pradesh minimizza questi stupri, definendoli uno “sbaglio giovanile”. Cari signori, se così vi posso ancora chiamare, e se fossero le vostre figlie o le vostre mogli a subire una simile e inaudita violenza, definireste ancora il branco come un gruppo di ragazzi che ha commesso uno sbaglio?  Gli attivisti indiani affermano che gli stupri in India non avvengono ogni ventidue minuti, ma in un intervallo di tempo molto più ristretto. La gente è stanca e arrabbiata, chiede giustizia per le sue figlie uccise nella loro dignità e nel loro essere donne libere di vivere senza aver paura di subire soprusi all’improvviso. Questo diario macabro ma doveroso degli stupri in India termina qua. Non significa che gli stupri si sono fermati, magari mentre voi state leggendo questo articolo una donna è costretta nuovamente a subire il giogo della violenza senza che nessuno intervenga per salvarla o per lo meno per darle giustizia. E mi vengono in mente le parole della Medea, nel suo primo monologo, rivolte alle donne di Corinto:

<<Tra tutti gli esseri viventi, noi donne siamo gli esseri più infelici>>.

 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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