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Venti anni di Vincent Vega

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Il 14 Ottobre 1994 usciva nelle sale statunitensi l’opus magnum di Quentin Tarantino, vero e proprio monumento di celluloide. A distanza di un ventennio, (ri)scopriamo perché Pulp Fiction resta uno dei film più decisivi del cinema americano contemporaneo. In sette punti, i motivi per cui vederlo (in caso siate tra i pochi a non averlo visto) e amarlo alla follia.

 

  • I PERSONAGGI:
Pulp Fiction - Harvey Keitel
“Pulp Fiction”, diretto da Quentin Tarantino (1994)

E’ evidentemente una pellicola corale. Anzi, potremmo definirlo un manifesto della coralità. Tra le parti e il tutto c’è un legame stretto e dinamico, per cui il variare e il succedersi delle prime disegna un quadro di una coerenza interna incredibile. E’ una storia ambientata nel mondo della criminalità, questo è indubbio, ma siamo lontanissimi dal gangster movie classico. I personaggi sono sfaccettati come diamanti, variopinti, imprevedibili. Anche quelli minori raggiungono una dignità quasi stordente agli occhi dello spettatore. Essi instaurano un rapporto bilaterale di interesse con le situazioni in cui sono coinvolti. Da un lato sono le vicende narrate a promuovere l’assurdità del personaggio, dall’altro è il personaggio stesso a rendere interessanti gli avvenimenti. Se ne Le Iene una costruzione così completa era presente solo nel Mr. Pink di Steve Buscemi, qui sono tutte le figure ad essere modellate sotto una luce tragicomica. A fronte della malvagità insita in ciascun ruolo, vi è anche molta ironia. Pensiamo al Vincent Vega di John Travolta, un sicario tossicodipendente che non esita a freddare dei poveracci senza alcun rimorso. Eppure non si può non amarlo, nella sua adorabile inettitudine, nella sua tendenza alla polemica ridicola. Persino una coppia di torturatori può essere divertente (Michael Madsen, nel primo film di Tarantino, non lo era affatto). Tutto è immerso in un lago di black humor straordinariamente intelligente.

 

  • I DIALOGHI:

Tarantino spezza il concetto di necessarietà del dialogo. Nel mondo di Pulp Fiction tutti parlano troppo. Non perché il dialogo sia, appunto, necessario ai fini della trama. E neanche per dare realismo alle situazioni. Gli scambi infiniti di battute, dal primo all’ultimo, sono completamente inverosimili e, in un certo senso, inutili al proseguimento dell’azione. Ma nella loro spinta verso un’esagerazione quasi fumettistica, essi riescono a guadagnare concretezza, divengono essi stessi ‘azione’. Nella logorrea sta il fulcro di tutto il cinema tarantiniano, nell’addizione di tematiche, invenzioni, accadimenti non (solo) tramite il movimento dei corpi, ma soprattutto attraverso la lingua. Ed ecco allora che la trama stessa guadagna spunti grazie al dialogo, o al monologo: basti pensare alla fantastica sequenza iniziale della storia dell’orologio d’oro, che dona significato a tutto il capitolo. E’ un horror vacui che si fa horror pleni, come ha sostenuto Vincenzo Buccheri. Peraltro le rare scene in cui domina il silenzio corrispondono a momenti di tensione che spesso sfociano in uccisioni, come a rimarcare la cesura tra le due fasi (parola-vita, silenzio-morte).

 

  • LA MUSICA:

I brani selezionati dal buon Quentin non passano mai inosservati. Si spazia dal funk dei Kool & The Gang al blues di Chuck Berry, al rock degli Urge Overkill. Ma è la stessa presenza scenica della musica ad essere prorompente. Come ne Le Iene e nel successivo Jackie Brown, la colonna sonora risulta materialmente inserita nel contesto (quasi un personaggio autonomo, avete presente I guerrieri della notte di Walter Hill?). Autoradio, impianti stereo, giradischi, tutti meccanismi attraverso cui giustificare e al tempo stesso trasmettere la musica. La famigerata scena di ballo con Uma Thurman e John Travolta ne è l’esempio migliore.

 

Quentin-Tarantino
Quentin Tarantino (1963) è un regista, produttore ed attore statunitense, di origini italiane ed irlandesi

 

  • LA VIOLENZA:

E’ una storia pulp. Il significato di questo aggettivo è reso subito esplicito dalla definizione (dal dizionario) spiattellata in apertura. La violenza è forse il più noto elemento identificativo del cinema di Tarantino. Una violenza che non è asciutta, disturbante e realistica come da tradizione noir, bensì teatrale, esagerata, figlia dell’exploitation anni ’70 tanto amata dal regista. La fine del povero Marvin è tanto orribile quanto spassosa. E come non esaltarsi davanti a Bruce Willis che sceglie accuratamente un’arma adeguata? Ogni particolare cruento è finalizzato all’intrattenimento, in questo fenomenale gioco al massacro.

 

  • IL TEMPO:

Dalla divisione in capitoli traspare la maniacale precisione di “Quentin montaggio pazzo Tarantino”. Il tempo della storia è tagliuzzato, spezzettato e infine ricomposto in un mosaico. Il regista scherza con lo spettatore, mostra figure che saranno approfondite in seguito, collega personaggi in modo inaspettato, fa avanzare il racconto e poi lo riporta indietro, uccide e resuscita. Lo studio di questa programmazione certosina richiederebbe svariate ore. Il godimento e l’immedesimazione sono al massimo livello.

 

  • LA FILOSOFIA:

La redenzione è il tema portante. Si delinea e sviluppa attraverso le tre vicende principali, permea i personaggi di Jules, Vincent, Butch, Mia e Marsellus. Purificarsi per cambiare vita, dimenticare le violenze del passato, o semplicemente per assaggiare qualcosa di diverso dall’ordinario. Nessuno sembra esente dal giudizio di questa sarcastica divinità (il monologo finale chiude il cerchio con straordinaria efficacia). In questo senso, lavare l’automobile dal sangue di una vittima è una metafora perfetta, una salvifica via di uscita.

 

  • TUTTO IL RESTO:

Sì, tutto il resto. E questo è forse il punto più importante. Perché è impossibile elencare ed analizzare tutte le trovate, idee, colpi di scena che popolano l’opera. Il citazionismo esasperato, le battute, gli oggetti (le sigarette Red Apple e la catena Big Kahuna Burger sono solo due delle tante marche inventate da Tarantino), il Jack Rabbit Slim’s, Ezechiele 25 17, quel meraviglioso MacGuffin che è la valigetta. Ad ogni visione di Pulp Fiction è possibile scoprire particolari nuovi, situazioni che acquisiscono un carisma e una freschezza del tutto inattese, inquadrature passate sottotraccia. E quando si pensa che il film non potrebbe essere più cool di così, ecco arrivare il signor Wolf.
Magnifico.

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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