NAPOLITANO HA GIURATO

Veni, Vidi, Vici: l’elezione di Sergio Mattarella e l’egemonia strategica di Matteo Renzi

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Sergio Mattarella - Foto di repertorio
Sergio Mattarella (1941) sarà il dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana, a partire dal 3 Febbraio 2015. Più volte Deputato e Ministro, dal 2011 è Giudice Costituzionale di nomina parlamentare

Quella di oggi è certamente una Domenica “inconsueta” per Sergio Mattarella. In Italia infatti parlano tutti di lui, com’è giusto che sia. Sarà il dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana, eletto nella giornata di ieri al quarto scrutinio, con 665 voti favorevoli. Giudice della Corte Costituzionale a partire dal 2011, il docente universitario siciliano – ex Democrazia Cristiana, promotore del Partito Popolare Italiano, fondatore de La Margherita e del Partito Democratico – di formazione democratica/cattolica sarà il nuovo garante della Costituzione, con il giuramento e la cerimonia per l’insediamento previsti il prossimo Martedì 3 Febbraio.

Molto significativo è il suo primo gesto da neo Capo dello Stato: una visita privata alle Fosse Ardeatine, in memoria dell’eccidio di 335 civili e militari italiani, fucilati nella capitale il 24 Marzo del 1944 per mano dei nazisti. Un gesto che delinea (almeno per ora) un profilo molto attento alla storia nonché alle sofferenze dei cittadini, con la battuta d’esordio: <<Il mio pensiero va alle difficoltà e speranze degli italiani>>. Un bel segnale, per un soggetto politico il cui nome è riuscito a far convergere le più differenti aree politiche del nostro Paese.

 

 

Ma è qui che viene il bello: chi ha scovato Sergio Mattarella? E’ stata una scelta casuale, o c’è molto di studiato?

Iniziamo col dire che si è trattata di una decisione molto oculata (fluttuavano infatti nell’aria dei nomi meno prestigiosi): una figura stimata e competente, dalla grande esperienza, immacolata sotto il profilo sociale e giudiziario. Ma soprattutto, dal cursus honorum del giurista di Palermo emerge una grande stratificazione partitica, riconducibile alla Prima Repubblica: esponente silente della DC di sinistra, Mattarella è un moderato che con la sua presenza ha impregnato molte generazioni di futuri politici centristi, popolari, socialdemocratici. Verrebbe da pensare “il solito poltronista che cambia casacca”, ma la sapiente arte nostrana del generalizzare non si addice al caso: Mattarella gode di grande stima e fiducia, dimostrate dai risultati che ha raggiunto nel corso del tempo, nonché dalle personali prese di posizione contro una mafia che gli strappò via il fratello Piersanti, ucciso nel 1980 mentre ricopriva l’incarico di Presidente della Regione Siciliana. Una persona che predilige l’azione alle parole ma che nonostante tutto, quando decide di affidarsene, vengono soppesate nei toni e nella durezza degli intenti, curandosi di non tralasciare niente al caso. Un soggetto garbatamente riservato, ma non per questo dormiente: un elemento caratteriale molto ricercato al Quirinale.

A chi attribuire il merito di quel che può definirsi, senza alcun dubbio, un successo politico? Certamente al PD, che sta vivendo delle ore molto gioviali, le quali lascerebbero presupporre ad un’apparente riconciliazione tra i suoi militanti, dopo mesi di discrepanze per via dell’ormai celebre Patto del Nazareno, ritenuto da molti come la colonna portante di questa legislatura delle larghe intese. Già, perché il Governo targato Matteo Renzi poggia su un Parlamento eletto nel 2013, sostanzialmente tripolare e numericamente intricato da gestire. In questi ultimi mesi, nelle votazioni in aula a più alto rischio di sfiducia, più volte il partito (ufficialmente) d’opposizione Forza Italia si è adoperato a salvare l’attuale inquilino di Palazzo Chigi. Il sottaciuto asse PD-FI (che mi ricorda inconsciamente quello di Roma-Berlino, nella fase iniziale del secondo conflitto mondiale) aveva tutte le caratteristiche di un accordo tra due parti contraenti, sullo stesso livello di visuale, in grado di fronteggiarsi ad armi pari: l’uno dipendeva dall’altro, in una reciproca intesa che nulla aveva da invidiare all’Odi et Amo tra Lesbia e Catullo.

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Da sinistra verso destra: Matteo Renzi, Silvio Berlusconi

E invece no: il giovane Renzi ha deciso di eclissare un Silvio Berlusconi in forte declino politico e consensuale (la sua unica ascesa, ormai, è l’età anagrafica che avanza inesorabilmente), tanto nei cittadini quanto all’interno della sua stessa compagine politica. L’ex Sindaco di Firenze ha voluto rimarcare la sua predominanza tra le parti contraenti, dimostrando che all’occorrenza è in grado di fare a meno di Silvio, riappacificando il suo partito in un’unica riunione assembleare, cambiando la maggioranza (con l’apertura agli esponenti di Sinistra Ecologia e Libertà), emarginando il MoVimento Cinque Stelle (troppo indaffarato ad auto-isolarsi nella rete) e trascinando con sé una grossa fetta dei militanti di un centrodestra senza leader e con le ossa rotte.  A poco son serviti i cori di dissenso da parte della Lega Nord e di Fratelli d’Italia.

Se è giusto quindi considerare l’elezione di Mattarella una vittoria per l’intera sinistra (tutt’altro che rinata, me ne riguarderei bene dal decantare simili miracoli), è altrettanto giusto ritenerla una schiacciante affermazione della strategia di un Premier che, più del merito nell’essere riuscito a trovare il nome giusto (anche perché non l’avrà fatto da solo, sfatiamo questo mito) ha avuto il coraggio di rischiare, facendo tutto da solo. Il giurista siciliano, poi, era un candidato troppo valido per i tanti militanti (in gran parte siciliani, compreso il suo leader Angelino Alfano) del Nuovo Centrodestra, figli di una tradizione democristiana e moderata. E questo aspetto non era sfuggito ad un abilissimo animale politico come Renzi. Berlusconi si trovava di fronte ad un bivio: votarlo senza fiatare, “inorgogliendosi” d’aver contribuito alla sua elezione, oppure provare a fronteggiare l’attuale Segretario del PD, con bassissime possibilità di riuscirci. Sappiamo tutti la sua scelta ed abbiamo visto tutti come alcuni esponenti dello stesso FI, quasi da copione, abbiano ceduto le armi, decidendosi a votare favorevolmente.

Proviamo, infine, a tirarne le somme: cosa cambierà da Martedì, dopo l’insediamento ufficiale del padre del Mattarellum? E ancora, che cosa è mutato in Parlamento dopo l’elezione per il nuovo Presidente della Repubblica?

Sicuramente poco. E molto allo stesso tempo. Mattarella svolgerà, da prassi, il ruolo di arbitro e difensore delle istituzioni: ma sappiamo bene quanto l’imparzialità di colui che si appresta ad entrare nel Quirinale sia, de facto, costituzionalmente violata. Oltre che umanamente quasi impossibile. Una cosa posso ritener certa (e soltanto il tempo potrà dire se sbaglio): Mattarella non coprirà ad oltranza le spalle di Renzi, né di nessun altro. Ciò non vuol dire che tutte le riforme varate saranno più eque, ma il nuovo Presidente ci ha abituati nel tempo a studiare per bene le carte, “protestando” se è necessario (ricordiamo le dimissioni dall’incarico di Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca avvenute nel 1990, durante il Governo Andreotti VI, per la fiducia posta dalla legislatura in questione sul ddl Mammì di riassetto del sistema radiotelevisivo e favorendo così, a suo dire, l’ascesa incontrastata di Mediaset e del reparto azionario Fininvest).

Sicuramente qualcuno potrà continuare a dire: <<Mattarella non è il mio Presidente>>. Espressione da prendere con le pinze, perché risultante di pensieri molto differenti tra loro, che abbraccia le visioni presidenzialiste più acute come le sconfortanti polemiche di routine e in cui spiccano, al solito, Matteo Salvini e Beppe Grillo.

Sicuramente resta il fatto che per una volta, nelle lotte per la leadership tra Renzi e Berlusconi, il Paese ci ha guadagnato qualcosa di buono.

Auguri di buon lavoro, Presidente Mattarella.

 

RENZI PUNTA SU MATTARELLA, IL NOME RICOMPATTA IL PD
Da sinistra verso destra: Matteo Renzi, Sergio Mattarella

 

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