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Un viaggio nella Parigi degli Anni ’20, in compagnia del Signor Ernest Hemingway

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<<È andato giù nello scantinato, ha preso questo fucile, l’ha caricato, se l’è appoggiato sulla fronte e il suo cervello si è sparso sul soffitto. Il cervello dello scrittore che ha cambiato il modo di scrivere di tutto il mondo… è stato spappolato sul soffitto della stanza>>.

(Fernanda Pivano su Ernest Hemingway, in un’intervista trasmessa da Rai Storia nel 2012)

 

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Ernest Miller Hemingway (1899-1961) è stato uno scrittore e giornalista statunitense. Fu autore di romanzi e di racconti brevi. Ha vinto il Premio Nobel per la letteratura nel 1954

Per fortuna, ci sono scrittori che cambiano il modo di scrivere di tutto il mondo, anche se poi, per sfortuna, decidono di fare un onore al soffitto dello scantinato con la loro risorsa più grande: il cervello. Per fortuna, ci sono scrittori che cambiano il tuo modo di scrivere, che cambiano il tuo modo di vedere le cose e attraverso le cose, anche se poi, per sfortuna, tu non sei Hemingway. Per fortuna, ci sono libri che sono alla stregua dei viaggi (o forse anche meglio), poco più che un centinaio di pagine ingiallite e preziosissime, che ciascuno di noi dovrebbe custodire gelosamente e tirar fuori all’occorrenza. Quando tutto sembra un po’ spento, quando si sente il bisogno di mollare tutto e di fare un viaggio.

Quel viaggio, qualche settimana fa, io l’ho fatto grazie a un libro, uno schietto e sincero. Un libro che, a differenza di molti altri, non ha incrociato la mia strada per caso, ma che sono andata a cercare di proposito. Per sapere. Per viaggiare. Per ritrovare un posto felice. Per ritornare a Parigi. In buona compagnia, anzi in ottima compagnia. E allora sono andata in una libreria, sono entrata e ho detto <<Voglio questo libro>>. La commessa me l’ha dato. E io me ne sono andata. Diretta, rapida come un colpo di fucile, come quel colpo di fucile che spappolò sul soffitto il cervello di Ernest Hemingway. Il libro che stavolta ho voluto si chiama Festa mobile, e dai più è considerato il libro d’addio di Hemingway: l’ultimo libro, il libro che ha cercato disperatamente di aggiustare, ultimare, limare durante il suo ultimo anno di vita. Quell’anno in cui le sue crisi depressive si sono fatte sempre più acute, tanto acute da non lasciargli più scampo, da non lasciare più spazio alla speranza, alla creatività, alla realtà.

Ernest Hemingway comincia a scrivere questo libro a Cuba, nell’Autunno del 1957, e se lo porta appresso in vari spostamenti, per poi finire di nuovo a Cuba nel 1960, dove finalmente lo porta a termine. Nel 1961, l’ultimo anno della sua vita, a Ketchum, lo scrittore passa sul manoscritto intere giornate, nel tentativo di revisionarlo, completarlo ma non riesce mai a cavar nulla di buono.

<<Hotch, non riesco a finire il libro. Non riesco. Me ne sto davanti a questa maledetta scrivania tutto il giorno, dalla mattina alla sera, e devo sol metter giù una cosa, forse una frase soltanto, o forse di più, non lo so, ma non ce la faccio… Ho scritto a Scrbner’s di togliere il libro dall’elenco delle novità. Era tutto pronto per l’autunno, ma ho dovuto toglierlo… Un libro dannatamente meraviglioso e non riesco a finirlo. Mi capisci?>>.

(Ernest Hemingway all’amico Hotchner in una conversazione telefonica – Aprile 1961)

Così, quando si suicida, quello stesso anno, il libro rimane incompleto, senza titolo e Hotchner, suo carissimo amico, si occupa della pubblicazione. La tormentata storia della revisione non sembra casuale, non il tipico blocco dello scrittore, non la mancanza di ispirazione, sembra piuttosto essere un indizio, una chiave di interpretazione di questo libro, ma anche dello scrittore e del suo gesto disperato. A ben vedere, questo piccolo libro, che si propone di recuperare, di raccontare gli anni parigini dello scrittore, quelli della sua gioventù, quelli di Gertrude Stein, di Ezra Pound e di F.S. Fitzgerald, la dice forse lunga su Hemingway, sul suo male di vivere e anche su di noi che lo leggiamo, la dice lunga su quella cosa che è l’ossessione di molti, dei più, di tutti: la giovinezza e la vita.

Festa mobile si rifà agli anni di Parigi tra il 1921 e il 1926. Si propone d’essere un’opera memorialistica, che lo scrittore decide di intraprendere, quando all’interno di un vecchio baule, ritrova alcuni dei suoi quaderni risalenti agli Anni Venti. Gli viene così l’idea di scriverci su un libro, al fine di restituire uno scorcio documentario della Parigi di quegli anni, ma forse anche di riviverla lui stesso. La porzione parigina della vita di Hemingway inizia nel 1922, quando lavora come corrispondente-inviato speciale del Toronto Star per l’Europa. Qui ben presto incontra Gertrude Stein, madrina di molti angloamericani parigini. Inizia a frequentarla e decide lasciare il giornale, per dedicarsi alla sua attività letteraria. Grazie all’amicizia con la Stein – che poi andò incrinandosi – Hemingway ha l’opportunità di frequentare molti intellettuali e di accrescere così le risorse del proprio lavoro letterario, che da quel momento comincerà a diventare finalmente valido. Nel corso di questo libro, dunque, non solo abbiamo la possibilità di vedere e toccare e visitare Parigi, di perderci insieme a Hemingway per gli anfratti parigini o lungo la Senna, ma soprattutto abbiamo la possibilità di assistere allo sviluppo artistico e letterario di uno dei più grandi scrittori del Novecento.

kerteszQuello di Hemingway è un libro diverso dagli altri, forse meno realistico e meno oggettivo, ma forse più vero. È un dipinto, uno scorcio, una passeggiata o forse un film: è vitalistico, in continuo movimento, pieno di gente, di nomi, di incontri, di storie, pieno di forza, di speranza, quella speranza che, dice Hemingway, si prova solo quando si è <<molto poveri e molto felici>>. Grazie ad esso, un po’ alla Midnight in Paris, possiamo conoscere un mucchio di intellettuali, come Ezra Pound o Picasso, leggere i pettegolezzi e le critiche del tempo su quegli autori – come Dostoevskij, Joyce, Lawrence – che oggi consideriamo sacri, possiamo incontrare quei matti di Scott e Zelda Fitzgerald, e mostly: scoprire quanto complesso, sfaccettato e il più delle volte disperato sia l’universo di uno scrittore, che deve sfruttare ogni granello, ogni brandello di verità, di realtà, di mondo, per riuscire finalmente a creare qualcosa di bello e di buono e di vero da una pagina di bianca. E quale sia il prezzo da pagare dopo esserci riusciti.

A tratti, il libro sembra quasi una guida turistica, arricchita di persone e di storie, e, per la verità, credo che – se andassimo a Parigi oggi – sarebbe una buona guida (se vi piace questo tipo di guide, s’intende): potremmo ripercorrere le tappe del libro e sentirci un po’ parte di quella combriccola di intellettuali angloamericani, che, nella città più bella e magica del mondo, provava a farsi spazio a spintoni, a gomitate, a suon di bicchieri di whiskey ed a tentar la fortuna con le corse dei cavalli. E magari provarci anche noi. A passeggiare a stomaco vuoto con i morsi della fame per la mancanza di soldi e di cibo. Ma la fame, dice Hemingway, forse per consolarsi o forse perché è vero, aiuta la creatività, e le idee migliori si presentano sempre quando si è affamati. E in fondo in fondo, non dispiace nemmeno a noi esserlo, e ci scopriamo ben felici di saltare un pasto per continuare a leggere, per continuare questo viaggio con Ernest – perché è Ernest, è Hem, è Ern, un amico, un fratello – ché tanto noi non abbiamo fame di cibo, abbiamo fame di conoscere, abbiamo fame di libri, abbiamo fame di vita. E quella, si sa, non si sazia col cibo.

Forse fu proprio il ricordo di questi anni, di quella fame, a mettere in difficoltà Hemingway, quando si trovò di fronte alla revisione di questo libro: lo scontrarsi con quella vitalità, con quella giovinezza, che in lui si era ormai spenta, quella giovinezza alla quale rimase forse sempre un po’ troppo attaccato e che non poté sopportare di vedere finita. Quello che Hemingway tenta di ritrovare, di riportare a galla, attraverso la rivisitazione di questi anni, è forse la purezza di quei sentimenti, della vita, dell’occhio con cui guardava il mondo e che si perde quando la giovinezza, l’irrequietezza, la fame, lasciano spazio alla coscienza, alla consapevolezza, alla stanchezza. Forse Hemingway non ha potuto sopportare di rivivere questa esperienza, forse il suo cuore non ha retto, quando è ritornato nella sua casa parigina, nelle vicinanze di Place de la Contrescarpe, dietro il Pantheon. Quando ha ripercorso le viuzze nei dintorni della Senna, i Jardin du Luxembourg e quell’ambiente florido in cui la sua vitalità e creatività erano libere di esprimersi.

C’è chi ritiene che probabilmente Ernest Hemingway senza questi anni parigini, senza i contributi diretti o indiretti di questa città, non sarebbe stato lo stesso Ernest Hemingway che abbiamo il piacere di leggere oggi. Ed io sono d’accordo. Forse è vero che Parigi non ti abbandona mai, forse è vero che una volta visitata, vissuta, essa ti cambia per sempre, lasciando nel tuo cuore quella scintilla, quella fame, quella sicurezza che al mondo esiste una città come Parigi e che qualunque cosa succeda, essa sarà sempre lì, pronta ad accoglierti quando ne avrai bisogno, quando ne sentirai la fame, quando il tuo mondo diventerà troppo stretto, troppo angusto, quando avrai bisogno di un rifugio e di un posto felice.

Come Hemingway disse a un amico, e come poi fu annotato sul frontespizio del libro:

<<Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dopo, ovunque tu passi il resto della tua vita, essa ti accompagna perché Parigi è una festa mobile>>.

(Ernest Hemingway ad un amico – 1950).

 

 

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About Antonietta Bivona

COLLABORATRICE | Nata il 16 Aprile del 1993, in Provincia di Catania. Dopo gli studi classici, si è laureata in Lingue e Culture Europee Euroamericane ed Orientali presso l'Università degli Studi di Catania, con una tesi su Cesare Pavese e il Mestiere di vivere. Attualmente è impegnata con un master in Global Marketing. E' una grande appassionata di letteratura, italiana e straniera. Ama la scrittura, l'arte ed il cinema. Sociopatica, bibliofila e femminista.

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