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Un libro per ogni Regione: il Nord Italia (Prima Parte)

Pubblicato il Pubblicato in Il consiglio del Libraio, Letteratura e Cultura, Recenti

Inizia l’Inverno: il desiderio di vagabondaggio, delle grandi partenze estive che nelle vecchie seicento non sai come ma ci fai stare trenta valigie, della fatica delle camminate, va a poco a poco perdendosi nella voglia di stramazzare sul divano vicino al termosifone con una cioccolata calda tra le mani. Ma non importa se al posto degli scarponi tenete delle comode pantofole: spesso, per viaggiare, è sufficiente un buon libro. E cosa c’è di più meraviglioso del nostro Bel Paese? Ogni Regione ha romanzi, ambientazioni o autori nati nelle loro terre la cui fragranza la si può respirare in ogni pagina: alcuni sono buoni libri, altri un po’ meno. I criteri nella scelta di un titolo per ogni Regione d’Italia sono del tutto arbitrari: si è cercato di scegliere a volte l’autore più famoso, altre volte un titolo molto noto, altre volte romanzi del tutto sconosciuti.

Quindi: buona lettura e buon viaggio!

 

  • VALLE D’AOSTA: DANIELE GORRET – “ERRORI GIOVANILI DI ANSELMO SECÒS”
Daniele Gorret (1951)
Daniele Gorret (1951) è uno scrittore italiano, originario della Valle d’Aosta

Daniele Gorret è un grande dimenticato della letteratura: un vero peccato perché, in fondo, non è così malaccio e, in verità, è molto meglio della letteratura consumistica che si trova sugli scaffali di molte grandi librerie. L’autore è valdostano, ma potete girare tutta la Valle d’Aosta e non troverete i suoi libri, nemmeno sotterrato tra gli invenduti della Newton Compton, questo proprio perché, nella letteratura, Daniele Gorret è un emarginato: d’altra parte, pubblicando con piccoli editori, il mercato si fa ristretto quasi per necessità. Per fortuna, però, l’essere umano ha inventato Amazon e, qui, tra libri che non c’entrano assolutamente nulla con la ricerca, vi usciranno anche i libri di Daniele Gorret, sempre con l’ansiogeno consiglio di Amazon di affrettarsi perché c’è solo una copia disponibile. Se volete comprarne uno, vi consiglio Errori giovanili di Anselmo Secòs.

Il romanzo è il seguito delle Malattie infantili di Anselmo Secòs, storia dell’infanzia e dell’adolescenza di un bambino nato mostro e, perciò, incapace di riconoscersi nei suoi simili umani. Anselmo Secòs è, come già anticipa la quarta di copertina, cosa da soffitta, cosa che sta senza disturbare, è la personificazione del diverso, dell’essere inquietante che si fa beffe dei suoi simili per ergersi come creatura forse migliore, con quella fragilità che lo porta a sentirsi fratello con le altre creature del mondo. Il primo romanzo è, per dirla tutta, molto metaforico e piuttosto pesantino, nonostante le appena centoottanta pagine, della serie parte ma non decolla. Il secondo, invece, è decisamente più riuscito ma, nonostante questo, non l’ha letto nessuno comunque. Errori giovanili di Anselmo Secòs descrive la vita del protagonista dalla piena adolescenza fino ai quarant’anni, narrando della sua vita, dei suoi studi prima e del suo lavoro poi, e delle sue relazioni con quegli esseri umani tanto diversi da lui, forse perché Anselmo è uomo senza qualità o, meglio, senza le qualità degli altri; ma Anselmo è una persona speciale e la sua diversità viene accantonata, da lui stesso e dal lettore, a favore del suo amore per il tutto, soprattutto per quelle creature, come lui, sconfitte e umiliate, secondo il tema caro al romanticismo dell’uomo come infinitesimale frammento in comunione con il Tutto. Proseguendo il filone della letteratura degli inetti già cara a Italo Svevo, tanto per citarne uno a caso, Daniele Gorret riesce a scrivere un bellissimo romanzo, profondo di pensiero, elegante e comunicativo.

 

  • PIEMONTE: VITTORIO ALFIERI – “VITA SCRITTA DA ESSO”
Vittorio Amedeo Alfieri (1749-1803)
Vittorio Amedeo Alfieri (1749-1803) è stato un drammaturgo, poeta, scrittore e attore teatrale italiano, originario del Piemonte

Ah, i Piemontesi, gente strana, boia faus! Ciascuno di loro si considera irrimediabilmente ed inesorabilmente eroe: al sentire il nome Italia hanno un brivido di fierezza perché son convinti che la Nazione l’han fatta loro ma, al tempo stesso, con un pizzico di orgoglio, fanno notare che il loro dialetto è simile al francese e, se potessero scegliere un referendum per cui votare, sceglierebbero la riannessione del Piemonte alla Francia; hanno anche un carattere un poco strano, come scrisse Vittorio Alfieri, «questo reciproco misto di ferocia e di generosità […] non si potrà facilmente capire da chi non ha esperienza dei costumi, e del sangue di noi piemontesi». E lo dico da piemontese. Il Piemonte è una terra che ha dato i natali a diversi scrittori – come non ricordare, per esempio, il grande Umberto Eco, che, in questo periodo, lo si trova nominato un po’ dappertutto? Ma a scegliere uno scrittore che rappresenti questa terra, bisognerebbe puntare tutto su Vittorio Alfieri.

Vittorio Alfieri è un autore che di solito, sui banchi di scuola, conquista con la sua irrequietezza in cui ogni adolescente si rispecchia e infiamma gli animi col suo grido: «volli, volli sempre, fortissimamente volli»Lo scrittore astigiano è famoso soprattutto per le sue tragedie – anche perché, di grandi tragediografi italiani prima di Vittorio Alfieri, francamente, non viene in mente nessuno. Ma, tra i titoli esposti sugli scaffali delle librerie e delle biblioteche, dovreste fiondarvi sulla sua autobiografia, Vita scritta da esso. In quest’opera, Alfieri accompagna il lettore dalla sua nascita, alla sua giovinezza trascorsa a Torino, ai suoi viaggi tra Francia, Inghilterra, Svezia fino alla sua morte. Di ogni evento della sua vita Alfieri racconta bene i dettagli, soffermandosi a lungo, con l’accurato studio che egli compie su se stesso, nella descrizione dei suoi stati d’animo e delle sue sensazioni, analizzando con attenzione quella sua strana propensione alla solitudine, accompagnata ad una irrequietezza e ad una curiosità insaziabili. Inutile sottolineare quanto questo libro sia scritto bene, visto che l’ha prodotto uno dei maestri della letteratura italiana. Occorre semplicemente approcciarsi a questo libro con la consapevolezza che si tratta di un’opera del Settecento, dunque con una prosa ridondante, a volte pesante, sicuramente desueta. Insomma, non è un libro da spiaggia, ma qua e là sicuramente qualche risata la strappa, come nella scena in cui Alfieri, accecato da un eccesso di rabbia, ferisce il suo servo Elia, colpevole di avergli tirato un po’ troppo i capelli mentre lo pettinava: inizia una vera e propria zuffa in presenza di un giovane spagnolo, di cui Alfieri nota «e lo spagnuolo appurò ch’io non era impazzito, ma che pure savissimo non era». La Vita è anche un romanzo d’amore, quello di Alfieri della letteratura in primis e quello per la contessa d’Albany poi; un romanzo che è il ritratto sincero di un uomo che visse secondo la sua regola del forte sentire e che, forse, riesce a far sentire un po’ più forte anche noi.

 

  • LIGURIA: EDMONDO DE AMICIS – “MAROCCO”
Edmondo De Amicis (1846-1908)
Edmondo De Amicis (1846-1908) è stato uno scrittore e giornalista italiano, originario della Liguria

Edmondo de Amicis evoca subito l’idea della scuola: il suo romanzo, il conosciutissimo Cuore, era infatti il romanzo della scuola italiana, pilastro educativo di una Nazione unita appena formata. E Cuore, a sua volta, evoca sentimenti diversi a seconda dell’approccio che hanno avuto i suoi lettori: piacevoli, se si è letto il romanzo volontariamente, per scelta, apprezzandolo come opera letteraria contente storie toccanti e campioni umani; sgradevoli se appartenete ancora alla generazione che ha letto Cuore sulla scia di un diktat educativo, come un manuale di buone maniere. Ma Edmondo De Amicis non è solo l’autore di Cuore, altrimenti difficilmente lo si prenderebbe a modello della cultura ottocentesca. Tra le varie – e coltissime – opere di De Amicis ce n’è una, quasi del tutto sconosciuta, che in questo periodo diventa più attuale che mai. In un’epoca di confronto tra la società occidentale e il mondo islamico, sono state diverse le iniziative editoriali che hanno voluto farci riflettere sull’Islam: con i quotidiani era stato propinato il Corano, nelle librerie Oriana Fallaci ha riscoperto una nuova fortuna. Eppure Marocco, l’opera di De Amicis in cui lo scrittore racconta del suo viaggio, nel 1876, in questa terra straniera, non conosciuto ristampe o propagande. Marocco offre una visione assolutamente personale, forse un po’ ingenua, in cui i luoghi comuni si mescolano alla novità, di una terra che seduce ma, al tempo stesso, insospettisce.

I luoghi comuni sono quelli ottocenteschi, comunissimi in realtà anche oggi, con alcune gradazioni di razzismo; così, per esempio, De Amicis si esprime riguardo a questa terra: «paese sconosciuto, al quale nulla ci lega»; al suo arrivo, un assalto in buona fede suscita nello scrittore «la paura d’uno svaligiamento e destò il terrore dei pidocchi»; il consolato di Tangeri «è il punto dove l’ultimo flutto della civiltà europea si infrange e ristagna nell’immensa acqua morta della barbarie africana»; e, d’altra parte, la loro religione è «una scienza soffocata dal Corano». Ma, allo stesso tempo, De Amicis riconosce che queste cose sono vere fino a un certo, e pure riconosce di «essere confuso da se stesso». E allora, in quei punti, i pregiudizi verso un mondo che, nell’Ottocento, era ancora creduto fortemente barbaro, lasciano il posto e un vero e proprio sogno esotico: la musica araba ricorda a De Amicis «il mormorio di una fontana», e poi i borghi arabi non sono poi tanto diversi da quelli di casa, perché «non è, in fondo, tanto spesso selvaggio il borgo natio?». In fondo, poi, ogni nuovo luogo all’inizio pare una porta chiusa e, d’altra parte «chi può saper nulla del Marocco?».

 

  • LOMBARDIA: ANDREA DE CARLO – “UCCELLI DA GABBIA E DA VOLIERA”
Andrea De Carlo
Andrea De Carlo (1952) è uno scrittore, musicista, pittore e fotografo italiano, originario della Lombardia

Andrea De Carlo appartiene a quella categoria di scrittori che o si ama o si odia. Per scoprirlo bisogna leggerlo, per capirlo in fretta basta leggere questo romanzo: se vi piacerà, vi piaceranno anche tutti gli altri. Uccelli da gabbia e da voliera fu il secondo romanzo dello scrittore lombardo, pubblicato ormai negli Anni Ottanta, quello che gli garantì pubblica, e stabile, fama. Il protagonista è Fjodor Barna, il personaggio forse più antipatico della letteratura italiana, viziato, superficiale e senza alcuna voglia di fare, un’ameba. Un’ameba antipatica. Dopo un brutto incidente d’auto, il padre di Fjodor, che alleva per passione uccelli rari, si rompe le scatole del figlio nullafacente, e lo spedisce in una delle sue filiali di Milano, per fargli mettere la testa a posto. Qui, Fjodor incontra Malaidina, una ragazza bellissima e misteriosa di cui, come ovvio, il protagonista si innamora follemente. Malaidina nasconde, però, un segreto: fa parte di un gruppo terroristico, che non è proprio un segreto da nulla, tipo aver rotto il vaso di ceramica della nonna all’eta di nove anni. Vabbè, pace, per amore questo e altro: e la storia d’amore tra Fjodor e Malaidina si consuma tra continue rincorse, in un crescendo di ansia che ha l’unico pregio di far finire il libro in fretta, verso l’ormai aspettato lieto fine. E gli uccelli da gabbia e da voliera del titolo? Beh, quelli ricorrono più volte nel racconto, presenze sfumate e quasi inavvertite: ma, in realtà, ad una lettura più profonda, si nota che gli uccelli, e le voliere, ricorrono in ogni pagina, come metafora di quelle gabbie che imprigionano i sogni e i desideri.

La storia è di straordinario sentimento se amate le storie d’amore, altrimenti rimarrà solo un libro piacevole ma insignificante. Il libro è scritto terribilmente bene, con quella scrittura un po’ sentimentale tipica di De Carlo, leggera, sarcastica ma non troppo, polemica ma non troppo, seducente, rapida e precisa come le pennellate su tela. Detto questo, il romanzo ha comunque diversi difetti che lo rendono più vicino ai libri da relax, che non alla letteratura impegnata. Per prima cosa, le descrizioni paesaggistiche, soprattutto quelle ad ambientazione americana, sono genuine ed originali come le borse Louis Vuitton che vendono i cinesi nelle bancarelle in piazza: stereotipi californiani decisamente poco credibili. In secondo luogo, la critica agli Anni di piombo con i suoi intrighi terroristici è utile alla narrazione come lo è stato per la squadra portoghese Cristiano Ronaldo nelle prime due partite degli Europei 2016: se si vogliono inserire tematiche del genere bisogna anche saperle sviluppare con maestria e non lasciarle lì a boccheggiare sofferenti. Uccelli da gabbia e da voliera è il romanzo meno riuscito di De Carlo ma, se non vi dovesse piacere, non disperate: in poco tempo dimenticherete persino di averlo comprato.

 

  • VENETO: MARCO POLO – “IL MILIONE”
Marco Polo (1254-1324)
Marco Polo (1254-1324) è stato un ambasciatore, scrittore, viaggiatore e mercante italiano, vissuto nella Repubblica di Venezia

Marco Polo è il modello prediletto di ogni viaggiatore: veneziano, è celeberrimo per aver viaggiato, nel Duecento, lungo la via della seta, giungendo fino in Cina, e per aver raccolto in un libro, Il Milione, le memorie del suo viaggio. Il Milione è il libro perfetto per un viaggio immaginario: permette di ricostruire un itinerario considerato, almeno all’epoca, pericolosissimo e denso di avventure, di conoscere società, usi e costumi con cui non abbiamo contatto e che, forse, non lo avremo mai. Certo, non è una lettura semplice: la lingua è quella del Duecento e, non sembra, ma otto secoli una lingua la cambiano, eccome: oggi ci appare pesante, desuete, a volte incomprensibile senza l’ausilio delle annotazioni a piè di pagina. Per questo, consigliatissima l’edizione BUR, le migliori per quanto riguarda i classici della letteratura, con introduzioni approfondite e note precise.

Ma Il Milione si rivela un’opera complessa non solo per la lingua in cui ci tocca leggerlo; questo libro va anche interpretato come prodotto letterario estremamente unico e innovativo: non è solo una raccolta di memorie, il resoconto di un viaggio in un mondo, quello orientale, in cui la realtà si mescola con la fantasia: è il frutto di un desiderio, quello di Marco Polo, di viaggiare verso l’ignoto, di superare quelle colonne d’Ercole che l’uomo si è posto e che sono un limite non solo alla sua conoscenza, ma anche ai suoi sogni. Tra brani altamente descrittivi e, diciamocelo, un po’ noiosi, si alternano pezzi veramente curiosi e che tradiscono la vera natura di Marco Polo, quella di un osservatore attentissimo a cui non sfugge niente: nella descrizione del montaggio di una tenda mongola, l’autore si preoccupa di ricordare ogni dettaglio, persino che l’apertura deve sempre essere rivolta a mezzogiorno. Le narrazioni delle vicende belliche sono, tra loro, molto simili, quindi a volte la palpebra cala, ma l’attenzione viene subito risvegliata dai passi successivi, in cui l’autore illustra usanze di culture e popoli mai conosciuti e che, a volte, fanno restare davvero a bocca aperta. Il Milione è un testo antico estremamente affascinante, che arricchisce dentro come potrebbe farlo il più lungo e spirituale dei viaggi, dando al lettore la possibilità di cercare, e trovare, nuovi orizzonti da scoprire.

 

  • TRENTINO-ALTO ADIGE: RENZO FRANCESCOTTI – “RACCONTI DAL TRENTINO”
Renzo Francescotti (1938)
Renzo Francescotti (1938) è un poeta e scrittore italiano, originario del Trentino-Alto Adige

Renzo Francescotti è considerato uno degli autori più rappresentativi del Trentino-Alto Adige. Ha all’attivo sei romanzi scritti, più innumerevoli testi di saggistica e poesia dialettale e non. Si è dedicato a lungo alla narrazione della storia e dei problemi della sua terra: fu il primo, per esempio, negli Anni Novanta, a dedicare uno studio esclusivamente sulla prigionia dei trentini in Russia: Italianski. L’epopea degli italiani dell’esercito austroungarico prigionieri in Russia nella Grande Guerra (19141918), racconta infatti del reclutamento di quasi sessanta mila trentini nell’esercito austroungarico mandati a combattere contro la Russia zarista. Nel 2011 ha pubblicato Racconti dal Trentino, una raccolta di venti racconti, piuttosto brevi, che fissano irrimediabilmente su carta eventi e luoghi della memoria collettiva.

Pitì narra, per esempio, la vicenda della Sloi, tristemente celebre fabbrica trentina impegnata nella lavorazione del piombo tetraetile, altamente tossico e dannoso, che distrusse la salute, e a volte la vita, dei suoi operai: ancora oggi, il territorio non risulta sufficientemente sanato. Altri racconti parlano invece del male di vivere che attanaglia così tanto spesso la nostra società, avvolgendola in un’oscurità priva di sogni e speranze: nel racconto Il guardiamassi, un aspirante suicida, è costretto a ripensare alla sua vita e a quella che gli sembra una felicità negata e rubata a causa di un improvviso sciopero dei treni, che diventano così la sua salvezza piuttosto che la sua morte. In Opusina, invece, al centro dell’attenzione del Francescotti ci sono quelle strategie e iniziative sottili che sette e congreghe come l’Opus Dei mettono in atto per raccogliere quanti più ingenui adepti possibili. I racconti sono, come già ricordato, molto brevi ma, nella loro brevità, rivestono un fascino particolare, quasi sfuggente, narrando di personaggi che vivono in poche pagine mentre, per capirli, non basterebbe un libro. Il linguaggio è estremamente ricercato e ogni parola sembra scelta accuratamente e con maestria. Ogni racconto è un invito ad aprire gli occhi sul paesaggio circostante, ad ammirarlo e a goderlo, affrontando tematiche di cui non è mai sufficiente parlare, come l’amore, l’amicizia, la morte, il dolore, la bellezza, la natura, la famiglia.

 

  • FRIULI-VENEZIA GIULIA: ITALO SVEVO – “LA COSCIENZA DI ZENO”
Italo Svevo (1861-1928)
Italo Svevo (1861-1928) è stato uno scrittore e drammaturgo italiano, originario del Friuli-Venezia Giulia

La coscienza di Zeno, caposaldo della letteratura italiana, libro imperdibile del Novecento, trasposizione letteraria dell’avanguardistica teoria della psicanalisi di Sigmund Freud, è una piccola opera scritta da un piccolo autore friulano, Hector Schmitz, meglio conosciuto come Italo Svevo. Il romanzo continua il filone di quella che viene definita letteratura degli inetti, degli incapaci, dei falliti e, a conoscere meglio il suo protagonista, Zeno Cosini, non è molto difficile capire il perché.

Zeno Cosini è, per riassumerla, una nullità in campo umanoPerennemente indeciso, di ogni scelta rimpiange l’altra e questa sua attitudine la si nota già nella scelta della moglie: di quattro sorelle chiede la mano di tre, finendo per sposare Augusta, la quarta, la più brutta e insignificante, ma anche la più arrendevole. Non tarda a farsi un’amante, Carla e, delle due donne, quando è con l’una vorrebbe essere con l’altra. All’università bazzica tra le varie facoltà, non sapendo con precisione verso quale studio indirizzare la sua inettitudine; il suo ricco patrimonio, che gli permette di condurre una vita piena di elucubrazioni mentali e di non lavorare, viene amministrato dal signor Olivi, proprio perché, in fondo, Zeno Cosini non è assolutamente in grado di preoccuparsene. Ha un vizio, il nostro protagonista, quello del fumo, vissuto e accettato come una vera e propria malattia contro cui nulla può la forza di volontà e da cui, per questo, è impossibile guarire. Ha anche dei figli, nei confronti dei quali si sente assolutamente inutile e incapace come padre. Zeno Cosini è un fallito e, come se non bastasse, è anche ipocondriaco: nel sentirsi dolori immaginari e prendere farmaci reali, finché un giorno decide di aiutarsi recandosi dal Dottor S., uno psicanalista, una scienza, all’epoca, ancora da affermarsi pienamente, ma decisamente all’avanguardia. Dall’incontro con il medico prende avvio il romanzo che è un vero e proprio diario terapeutico che il dottore impone a Zeno di scrivere: è lo stesso protagonista che narra le proprie vicende e che cerca di studiare, più intimamente, se stesso. Il romanzo narra, quindi, pochi fatti e non procede per ordine cronologico, bensì per tematiche: il fumo; la morte del padre; la vita matrimoniale; l’alleanza commerciale con il marito della donna che avrebbe voluto sposare.

Nulla attira l’attenzione di Zeno Cosini e questa sua apatia si rispecchia nel linguaggio scelto per il romanzo, estremamente piatto e monocorde: a lungo giudicato un vero e proprio difetto è, in realtà, un enorme pregio e sintomo della grandezza di Italo Svevo, che smette i suoi panni di letterato per indossare quelli di un fallito. Zeno Cosini è l’antieroe per eccellenza ma il lettore, a poco a poco, riesce ad innalzarlo al di sopra della sua inettitudine, elevando al ruolo di grande personaggio pronto ad obliare i grandi eroi dei romanzi novecenteschi.

 

  • EMILIA-ROMAGNA: GIOVANNI PASCOLI – “MYRICAE”
Giovanni Placido Agostino Pascoli (1855-1912)
Giovanni Placido Agostino Pascoli (1855-1912) è stato un poeta e accademico italiano, originario dell’Emilia-Romagna

Giovanni Pascoli è, probabilmente, il poeta che rimane più impresso nei ricordi, e nel cuore, degli studenti delle scuole medie e superiori. In effetti, con la sua vita un po’ disastrata, non è difficile provare un moto di sommessa simpatia, quasi di affetto, per un uomo che ha sofferto tanto. Le tragedie, per Pascoli, iniziano quando era appena dodicenne: il padre viene ucciso per sbaglio, probabilmente per un errato regolamento di conti. L’omicidio rimase impunito e, nel giro di pochi anni, il giovane Pascoli vide la morte della madre e dei suoi fratelli. Nonostante i dolori, però, Pascoli non rimarrà immune alle ribellioni della giovinezza: si avvicina all’ideologia socialista, diventa amico di Andrea Costa e partecipa ai primi moti internazionali, partecipazione che gli costerà il carcere. Una volta uscito di prigione, sarà un uomo completamente diverso, con una convinzione sulla fatalità del male che lo accompagnerà per la vita e si rispecchierà nelle sue poesie.

La poetica di Pascoli si propone come estremamente innovativa, rompendo il lungo periodo di incontrastato dominio carducciano: tematica fondamentale delle poesie di Pascoli è la poetica del fanciullino, un invito ai poeti e non a cogliere gli aspetti più nascosti, e segreti, della realtà. La fortuna per il poeta arriva definitivamente nel 1903, con la raccolta definitiva di Myricae, la più conosciuta e amata dello scrittore. Il titolo trae spunto da un verso di Virgilio, «[…] arbusta iuvant humilesque myricae», a sottolineare l’intenzione del poeta di comporre poesie brevi, umili, piccoli quadretti di vita. Le poesie sono raccolte per tematiche e, in molte, la malinconia e il dolore prendono il sopravvento sull’incipit apparentemente sereno delle opere: tutti gli studenti ricorderanno per esempio, X agosto oppure L’assiuolo.

 

A rappresentazione della Regione, un pezzo della famosa poesia Romagna, un quadro maremmano estremamente sereno:

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l’azzurra vision di San Marino:

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta […].

 

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About Martina Zerbinati

COLLABORATRICE | Classe 1991, piemontese di accento, di lingua e di fatto. Continua gli studi con un dottorato in epigrafia greca. Il greco antico è d'altra parte la sua vera passione, perché come disse Marguerite Yourcenar: "Quasi tutto quel che gli uomini hanno detto di meglio è stato detto in greco". Dirige il sito "Hellopapers".

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