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Un libro per ogni Regione: il Centro Italia (Seconda Parte)

Pubblicato il Pubblicato in Il consiglio del Libraio, Letteratura e Cultura, Recenti

Inizia l’Inverno: il desiderio di vagabondaggio, delle grandi partenze estive che nelle vecchie seicento non sai come ma ci fai stare trenta valigie, della fatica delle camminate, va a poco a poco perdendosi nella voglia di stramazzare sul divano vicino al termosifone con una cioccolata calda tra le mani. Ma non importa se al posto degli scarponi tenete delle comode pantofole: spesso, per viaggiare, è sufficiente un buon libro. E cosa c’è di più meraviglioso del nostro Bel Paese? Ogni regione ha romanzi, ambientazioni o autori nati nelle loro terre la cui fragranza la si può respirare in ogni pagina: alcuni sono buoni libri, altri un po’ meno. I criteri nella scelta di un titolo per ogni regione d’Italia sono del tutto arbitrari: si è cercato di scegliere a volte l’autore più famoso, altre volte un titolo molto noto, altre volte romanzi del tutto sconosciuti.

Quindi: buona lettura e buon viaggio!

 

  • TOSCANA: DANTE ALIGHIERI – “VITA NOVA”
Durante Alighiero degli Alighieri, meglio conosciuto come Dante Alighieri (1265-1321). E' considerato il padre della lingua italiana, nonché uno fra i più importanti letterati di sempre.
Durante di Alighiero degli Alighieri, meglio conosciuto come Dante Alighieri (1265-1321) è stato un poeta, scrittore e politico italiano. È considerato il padre della lingua italiana, nonché uno fra i più importanti letterati di sempre

La Toscana è la Regione per quale è difficile, quasi impossibile, scegliere un autore della letteratura da prendere a modello: si fa una carrellata dei grandi autori che si trovano su tutti i manuali e ci si chiede: chi scegliere? Poi, forse con più lucidità, ci si domanda: come non scegliere Dante? Dante Alighieri non è solo il più grande poeta e letterato toscano, ma è anche il più grande autore di cui l’Italia possa vantarsi: la vera grande corona del Trecento, che tutte le altre Nazioni ci invidiano. Il divino Poeta è ricordato soprattutto come esponente del Dolce Stil Novo, come un teorizzatore della lingua, un uomo dal naso ingombrante e innamoratissimo della bellissima Beatrice, per cui fu persino disposto ad affrontare l’Inferno.

La Vita Nova è un unicum nel suo genere per via della sua triplice composizione: prosa filosofica e prosa autobiografica si intervallano alla poesia, ai sonetti, dei quali il più famoso è Tanto gentile e tanto onesta pareTre sono essenzialmente i momenti principali che Dante narra nella sua opera: il saluto che Beatrice gli rivolge per la prima volta (gesto di salvezza) il saluto tolto (per cui Dante si addolora profondamente) e la morte dell’amata. Ma non solo fisicamente Dante vede Beatrice: la Tirannia di Amore inizia a nove anni, quando vede Beatrice per la prima volta e quando, all’età di diciotto anni, la donna gli appare in sogno mentre, tenuta in braccio da Amore, mangia il suo cuore. La Vita Nova non è solo un poema di memorie d’amore ma, come è stato notato, è un vero e proprio libretto di devozione, un atto di culto nei confronti di donna Beatrice, una «angiola giovanissima», «non figliola d’uomo mortale ma di Deo», «distruttrice di tutti li vizi e regina de le virtudi». Ed è con culto e devozione che il lettore di oggi dovrebbe approcciarsi a quest’opera.

Certamente, la Vita Nova rimane un’opera impegnata, di non facile lettura ma, non per questo (e contrariamente a quanto si potrebbe credere), noiosa: la prosa e la poesia, che imita i ritmi latini, sono ricche di suoni e lo stile è a dir poco musicale, abbellito con colti e ben pensati procedimenti stilistici: d’altra parte, il Sommo Poeta non poteva trovare mezzi migliori per cantare le lodi della sua benedetta.

 

  • UMBRIA: MARIO FARNETI – “IMPERIUM SOLIS”
Mario Farneti (1950) è uno scrittore e giornalista italiano. L'opera che lo ha reso celebre è "Occidente"
Mario Farneti (1950) è uno scrittore e giornalista italiano. L’opera che lo ha reso celebre è “Occidente” (2001)

Imperium solis è un romanzo che appartiene al genere della letteratura ucronica: un tipo di fantasy molto particolare in cui, prendendo le mosse da fatti storicamente avvenuti, ci si immagina una realtà alternativa. Nel romanzo, infatti, Mario Farneti cerca di immaginare cosa sarebbe successo se l’imperatore Giuliano l’Apostata, nel 363 d.C. non fosse caduto nella battaglia contro i Seleucidi ma, al contrario, fosse sopravvissuto. E tra le centinaia di possibilità tra cui scegliere, Mario Farneti ne sceglie una: se Giuliano fosse sopravvissuto avrebbe scoperto l’America. La tesi in realtà non è così sconvolgente, dato che studiosi di tutto rispetto hanno sostenuto questa teoria in opere con pretese scientifiche, portando in campo testimonianze archeologiche; è piuttosto recente, ad esempio, l’opera di Lucio Russo, L’America dimenticata, in cui si cerca di provare l’esistenza di contatti, in antico, tra Vecchio e Nuovo Mondo. Per curiosità, tra le prove portate in esame, vi è un mosaico – rinvenuto a Pompei – in cui, all’interno di un canestro di frutta, tra pere e mele, sembra sbucare un ananas, frutto che gli europei conobbero, appunto, dall’America.

Tutto questo per dire che quella di Farneti non è proprio tutta farina del suo sacco. E non è certamente questo che rende il romanzo un fantasy: in realtà, ciò che lo rende tale, sono i principali difetti dell’opera. Gli elementi soprannaturali, onnipresenti, disturbano la lettura e rendono il libro banale e molto lontano dall’essere un buon lavoro. Le incursioni fantasy sono, infatti, del tutto inutili alla narrazione e, fin dagli inizi, il lettore si trova circondato da fantasmi, divinità che si materializzano nella loro fisicità, maghi che scagliano fulmini o che, comunque, piegano la natura e le leggi della fisica a loro vantaggio. Ora, non è tanto la presenza di sacerdoti e sciamani che credono nella magia ad essere seccante quanto il fatto che, nel romanzo di Farneti, la magia funziona davvero, è utile e pura come quella di Gandalf ne Il Signore degli Anelli. A questo in fondo, si potrebbe trovare anche una giustificazione, dato che Farneti imposta il suo romanzo come una saga epica in cui, in fondo, non si può lottare contro la volontà degli dei. Ciò che è realmente fastidioso è la lingua con cui è scritto: piatta e asciutta, qua e là si risveglia con l’inserimento di parole latine, che saranno di difficile comprensione a chi non ha mai tradotto Cicerone, e che sembrano solo una vanità, uno sfoggio di cultura da parte dell’autore. Nonostante questo, il romanzo è documentatissimo e si vede che Mario Farneti, prima di prendere la penna in mano, si è informato su ciò che stava per scrivere. Rimane comunque una storia piacevole, perfetta da leggere sotto l’ombrellone.

 

  • MARCHE: GIACOMO LEOPARDI – “PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA”
Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi (1798-1837) è stato una fra le figure più importanti della letteratura mondiale. Non è stato solo poeta e scrittore, egli fu anche filosofo, filologo e glottologo,
Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi (1798-1837) è stato un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano. Fra le figure più importanti della letteratura mondiale

Giacomo Leopardi è, nell’immaginario comune, il prototipo del letterato, del secchione, dello sfigato: brutto, rachitico, con scarso, anzi scarsissimo successo in amore, dedito allo studio delle lettere antiche e ai libri, perennemente sconsolato, depresso e senza gioie nell’idea di una Natura Matrigna. A pensare alle opere di Giacomo Leopardi viene quasi tristezza, si è fisicamente pervasi da quel senso di malinconia che permea le sue opere. Così, spesso, ci si dimentica del suo ultimo lavoro, scritto a Napoli tra il 1833 e il 1837, un poemetto in ottave che vuole essere la naturale continuazione di un’opera ellenistica falsamente attribuita a Omero: i Paralipomeni della Batracomiomachia. Il poemetto appartiene al genere eroicomico, una continuazione in chiave burlesca dell’opera greca, ormai vecchia passione del primo Leopardi filologo. L’opera falsamente attribuita ad Omero, e che narra in chiave ironica di una battaglia tra rane e topi, si chiude con la disfatta dell’esercito dei roditori a causa dell’intervento degli invincibili granchi, mandati da Giove in soccorso delle rane che stavano rischiando la sconfitta e, con essa, l’estinzione.

L’opera di Leopardi si apre in medias res, nel vivo dell’azione della fuga dei topi che, morto il loro re in battaglia, cercano di riorganizzarsi sulla base di una monarchia costituzionale, eleggendo il primo ministro Leccafondi: le riforme liberali non piacciono per niente ai granchi vincitori e al loro retrogrado Re Senzacapo XIX. Leccafondi, nel tentativo di salvare il suo popolo e la sua capitale, Topaia, va in esilio, incontra Dedalo (unico essere umano misantropo in un mondo abitato da bestie) e, come ogni poema epico che si rispetti, scende persino all’inferno per chiedere consiglio ai topi defunti. Il consiglio è quello di chiedere ausilio al Generale Assaggiatore che Leccafondi, dopo una lunga persuasione, convince al soccorso. Il poema rimane senza conclusione dato che, con un pizzico di ironia, Leopardi informa il lettore di non aver trovato la conclusione originaria del manoscritto su cui si basa la storia. Aldilà dell’ironia tanto chiara del romanzo, si può dedurre con altrettanta semplicità la satira alla politica dei suoi tempi, che Leopardi non cerca nemmeno di nascondere: la fuga dei topi con cui si apre il poemetto viene paragonata alla fuga dell’esercito papalino di fronte ai francesi repubblicani del 1797; la tirannide esercitata dai granchi a sfavore delle riforme liberali dei topi è, invece, una chiara metafora dell’oppressione del Governo austriaco sui patrioti italiani.

I Paralipomeni della Batracomiomachia non sono soltanto un esemplare documento della politica del loro periodo, ma sono anche un’eccezionale testimonianza letteraria: l’alternanza tonale è sublime, con un continuo misto di registri comici, lirici, grotteschi e tragici.

 

  • LAZIO: ELSA MORANTE – L’ISOLA DI ARTURO
Elsa Morante (1912-1985) è stata una scrittrice, poetessa e saggista italiana. E' considerata una fra le autrici più importanti del secondo dopoguerra
Elsa Morante (1912-1985) è stata una scrittrice, poetessa e saggista italiana. È considerata una fra le autrici più importanti del secondo dopoguerra

Non era cosa facile scegliere tra i vari scrittori di questa terra uno che la rappresentasse tutta: ma uno dei libri più belli della nostra epoca è L’isola di Arturo e l’idea che, tra una carrellata di autori pieni di testosterone, ne emergesse una con più estrogeni non era male. E poi, in ogni caso, L’isola di Arturo è un libro meraviglioso. Il romanzo raccoglie le memorie di Arturo Gerace che, ormai grande, racconta le sue avventure e le sue più normali esperienze vissute sull’isola di Procida. Arturo è orfano di madre e l’affetto che il padre, Wilhelm, un bel tedesco biondo e con gli azzurri, tanto diverso dagli scuri abitanti procidani, non gli regala, Arturo se lo cerca in barca e correndo con la fedele cagnolina Immacolatella. Nonostante la rudezza e l’incapacità di rivestire il ruolo di padre, Wilhelm è, agli occhi del figlio, un vero e proprio dio, un Odino che si è rivelato proprio a lui, ad Arturo. La quiete viene distrutta dall’arrivo di Nunziata, la nuova moglie di Wilhelm, di pochi anni più vecchia del giovane Arturo, ormai adolescente. E Arturo, con la presenza di quella donna, scopre sensazioni mai provate prima: una gelosia tremenda al sentire le grida agli amplessi della donna, un terrore profondo che lei occupi, nel cuore del padre, quel piccolo angolo tutto suo, di Arturo. Ma, a poco a poco, lasciata l’infanzia e diventato un uomo, Arturo si renderà conto della natura dei suoi sentimenti e scoprirà che Nunziata, per lui, non è la madre, ma la donna, una donna di cui si è innamorato follemente: un amore disonesto, malvagio, impossibile. Il romanzo descrive la maturazione del protagonista eccezionalmente bene: è lo stesso Arturo che narra e, nella sua voce, non si avverte mai la presenza di Elsa Morante, che lascia il palco tutto al suo personaggio e, solo per questo, gli applausi sono d’obbligo. La scelta della narrazione in prima persona è sempre pericolosa, ma Arturo Gerace è un personaggio così ben riuscito che riesce a vivere una vita propria, indipendente dalla penna della scrittrice. E con Arturo anche il lettore inizia a poco a poco ad amare Nunziata, a non tollerare i pianti del fratellastro, aspetta l’arrivo di Wilhelm con sempre meno ardore.

Un romanzo riuscitissimo, che ha reso meravigliose le piccole avventure di tutti i giorni.

 

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About Martina Zerbinati

COLLABORATRICE | Classe 1991, piemontese di accento, di lingua e di fatto. Continua gli studi con un dottorato in epigrafia greca. Il greco antico è d'altra parte la sua vera passione, perché come disse Marguerite Yourcenar: "Quasi tutto quel che gli uomini hanno detto di meglio è stato detto in greco". Dirige il sito "Hellopapers".

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