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“Un digiunatore” di Franz Kafka

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2009-02-03-the-anatomie-vivanteFranz Kafka, oltre agli scritti più famosi come Il castello e Il processo, pubblicò una raccolta di racconti intitolata Un digiunatore o Un artista del digiuno contenente quattro testi: Primo dolore, Una donnina, Un digiunatoreLa cantante Josefine ovvero Il popolo dei topi. Proprio del digiunatore si occuperà questo articolo.

Pensare che Kafka considerasse i romanzi sopra citati come impubblicabili e il corpus di racconti passabile fa strabuzzare gli occhi in quanto si parla di uno degli autori più considerevoli del Novecento, ma si sa che spesso gli artisti tendono a essere troppo severi nei confronti delle loro opere (come un certo Virgilio che – si dice – voleva dare alle fiamme l’Eneide…).

«In questi ultimi decenni l’interesse per i digiunatori è molto diminuito. Mentre prima meritava metter su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi quelli. Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l’interesse del pubblico; tutti volevano vedere il digiunatore, almeno una volta al giorno; e negli ultimi giorni c’erano perfino degli abbonati che sedevano intere giornate davanti alla sua piccola gabbia; anche di notte avevano luogo delle visite alla luce delle fiaccole, per aumentare l’effetto; quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all’aperto, e allora erano specialmente i bambini a cui veniva mostrato il digiunatore; mentre per gli adulti costituiva spesso solo uno spasso, a cui si partecipava perché era di moda, i bimbi lo guardavano ammirati a bocca aperta, tenendosi per precauzione per la mano».

L’incipit del racconto si riferisce alla cosiddetta arte del digiuno, praticata negli ultimi decenni dell’Ottocento in Francia, Germania e altri Paesi. Un medico, Henry Tanner, aveva stabilito un record di quaranta giorni consecutivi di digiuno e un italiano, tale Merlatti, lo aveva superato arrivando a cinquanta giorni. Quest’arte della privazione aveva ispirato Kafka che forse, in modo più generico, l’aveva intesa come metafora della propria opera letteraria: il mondo stava cambiando e vi stava nascendo qualcosa di diverso che condannava l’arte e l’individuo alla morte.

A controllare l’esercizio di privazione (leggasi anche ascesi) del digiunatore venivano posti dei guardiani scelti dal pubblico che, per ironia della sorte, erano spesso dei macellai e per l’artista non c’era nulla di peggio di questi guardiani in quanto non lo prendevano sul serio e spesso si allontanavano dalla sua gabbia per permettergli – pensavano – di mangiare o bere da qualche riserva segreta. Il digiunatore, per rispetto della sua arte, non ricorreva a trucchetti e, anzi, si metteva a cantare per dimostrare ai guardiani che non si nutriva «ma serviva a poco, perché quelli invece lo ammiravano per la sua abilità di mangiare perfino mentre cantava». A volte i guardiani stavano con l’artista e quello cercava di trattenerli a chiacchierare per tutta la notte per dimostrare che digiunava per davvero, senza trucchi e senza inganni, ma visto che nessuno mai rimaneva a controllare senza interruzioni il digiunatore, solo lui era in grado di sapere con certezza che non si nutriva.

«Egli solo sapeva – e nessuno iniziato lo sospettava – quanto fosse facile il digiunare. Era la cosa più facile del mondo. Non lo nascondeva neanche, ma non gli si prestava fede e, nel migliore dei casi, lo si riteneva modesto, più spesso avido di pubblicità o addirittura un imbroglione, a cui il digiunare certo era facile, perché sapeva renderselo tale, e aveva anche la faccia tosta di lasciarlo intendere».

L’impresario a cui era sottoposto l’artista aveva fissato il termine di quaranta giorni per il digiuno perché, oltre quel termine, la gente perdeva interesse:

«Il quarantesimo giorno la porta della gabbia inghirlandata veniva aperta, una folla di spettatori entusiasmati gremiva l’anfiteatro, una banda militare suonava, due medici entravano nella gabbia per fare le misurazioni di rito al digiunatore, con un megafono venivano diffusi tra la gente i risultati dell’esame medico, e finalmente arrivavano due giovani signore, felici di esser state designate dalla sorte, per aiutare il digiunatore a uscire dalla gabbia, scendere due scalini e arrivare sino al tavolino ove era imbandito un pranzo da malati, preparato con cura. A questo punto il digiunatore si ribellava sempre. Porgeva di buon grado, sì, le braccia scheletriche alle signore chine su di lui, che gli tendevano le mani pronte per aiutarlo, ma non si voleva alzare. Perché smettere il digiuno proprio ora, dopo quaranta giorni? Avrebbe resistito ancora a lungo per un tempo illimitato; perché farlo smettere proprio ora ch’era nel punto culminante del digiuno, anzi non c’era ancora arrivato? Perché defraudarlo della gloria di continuare ancora a digiunare, di diventare non solo il più grande digiunatore di tutti i tempi – questo, forse, lo era già – ma di superare perfino se stesso sino a un punto incredibile, perché sentiva che le sue possibilità di digiunare erano addirittura illimitate? Perché quella folla che dimostrava di ammirarlo tanto, aveva tanta poca pazienza con lui?».

Franz Kafka (1883-1924) fu uno scrittore praghese di lingua tedesca ed è considerato uno dei maggiori autori del Novecento.
Franz Kafka (1883-1924) è stato uno uno scrittore praghese di lingua tedesca, considerato uno dei maggiori autori del Novecento

Quando l’artista diventava suscettibile e qualcuno cercava, con pazienza, di spiegargli che con ogni certezza era dovuto all’astinenza dal cibo, si arrabbiava ancora di più. L’arte del digiuno non veniva più compresa, non destava interesse e il pubblico si faceva beffe di chi la praticava. Per cercare di alleggerire la situazione, l’impresario aveva pensato di portare il digiunatore in giro per Europa, ma era nata una «vera avversione per il digiuno come spettacolo», ma allora che cosa doveva fare il digiunatore? Ormai era troppo vecchio per cambiare lavoro e non poteva certo esibirsi in piccole fiere di campagna, dati i suoi fasti passati. Si unì quindi a un grande circo. Gli spettatori accorrevano numerosi dal digiunatore solo perché la sua gabbia stava vicino alle stalle degli animali. La notte era penoso stare lì per via dell’odore, del via vai dei pezzi di carne per le bestie e del ruggire che accompagnava i pasti, ma il digiunatore non si lamentava perché, dopotutto, era grazie agli animali che accorreva da lui tanta gente e qualche bambino ancora si stupiva.

Ma accadde presto che si dimenticarono di lui: nessuno lo controllava (benché continuasse a digiunare), nessuno cambiava la paglia alla sua gabbia e cambiava il numero alle tavolette che dovevano tenere il conto dei giorni del digiuno.

«Un giorno la gabbia dette nell’occhio a un custode, che chiese agli inservienti perché si tenesse lì quella gabbia ancora buona ad usarsi, senza utilizzarla, con tutta quella paglia fradicia; nessuno lo sapeva, sinché uno, col soccorso dei cartelli, non si ricordò del digiunatore. La paglia venne smossa con delle stanghe e vi si trovò il digiunatore. “Digiuni dunque ancora?” chiese il custode, “quando ti deciderai a smettere?”. “Perdonatemi voi tutti” sussurrò il digiunatore; ma soltanto il custode che teneva l’orecchio accosto alle sbarre, lo intese. “Ma certo” disse il custode, toccandosi la fronte con un dito per accennare al personale lo stato in cui si trovava il poveretto, “ti perdoniamo”. “Ho voluto sempre che ammiraste il mio digiuno” continuò il digiunatore. “E noi, infatti, ne siamo ammirati” disse condiscendente il custode. “E invece non dovete ammirarlo” replicò il digiunatore. “E allora non lo ammireremo” rispose il custode, “ma poi perché non dobbiamo farlo?”. “Perché sono costretto a digiunare” continuò il digiunatore. “Ma senti un po’” disse il custode “perché non ne puoi fare a meno?”. “Perché io” disse il digiunatore, sollevando un poco la sua piccola testa e parlando con le labbra appuntite come per un bacio proprio all’orecchio del custode, “perché non riuscivo a trovar il cibo che mi piacesse. Se l’avessi trovato non avrei fatto tante storie e mi sarei messo a mangiare a quattro palmenti come te e gli altri”. Furono le sue ultime parole, ma nei suoi occhi spenti si leggeva ancora la ferma, anche se non più superba convinzione di continuare a digiunare.

“E ora fate ordine!” disse il custode; e il digiunatore fu sotterrato insieme alla paglia. Nella gabbia fu messa poi una giovane pantera. E vedere nella gabbia sì a lungo deserta dimenarsi quella fiera fu un sollievo per tutti, anche per gli spettatori più ottusi. Non le mancava nulla. Il cibo che le piaceva, glielo portavano senza tante storie i guardiani; non sembrava neppure che la belva rimpiangesse la libertà; quel nobile corpo, perfetto e teso in ogni parte sin quasi a scoppiarne, pareva portare con sé anche la libertà; sembrava celarsi in qualche punto della dentatura; e la gioia di vivere emanava con tanta forza dalle fauci, che agli spettatori non era facile resistervi. Ma si dominavano, circondavano la gabbia e non volevano saperne di andar via».

Il cuore di questo racconto sta nelle battute tra il digiunatore e il custode: l’artista digiunava solo perché non trovava del cibo di suo gradimento! E, per assurdo, dopo la sua morte viene rimpiazzato da una vorace pantera. Esiste un finale alternativo del racconto, in cui al posto della pantera viene messo un cannibale, figura legata alla carne e alla voracità (che comunque fa da deuteragonista, come la pantera).

Oltre a voler vedere un mondo che condanna l’arte e l’artista alla morte, in questo racconto pare esserci qualcos’altro, spiegabile grazie a un accostamento non troppo ardito fra letteratura e psicanalisi freudiana. Negli anni in cui scriveva Kafka, Sigmund Freud rivedeva in modo profondo le sue precedenti teorie psicanalitiche. Kafka e altri intellettuali del tempo avevano letto il Freud pansessuale e non quello degli Anni Venti del Novecento che aveva pubblicato Al di là del principio di piacere, un saggio che sarebbe stato più vicino agli aspetti mortiferi della letteratura. Freud intuì l’esistenza di una misura di thanatos, di morte, insita nell’essere umano e forse non del tutto negativa, visto che l’evoluzione non l’aveva cancellata. Se il primo Freud sosteneva che l’uomo tendeva al piacere e al soddisfacimento dei suoi bisogni (principio di piacere), il Freud del Venti intuì che c’era qualcosa che andava al di là del principio di piacere e che questo nuovo istinto di annullamento e regressione non poteva essere volto al godimento (a meno che l’io che lo metteva in pratica non fosse masochista, ma questo è un altro discorso), ma virava verso un precedente stato di natura tendente alla morte, proprio come quei pesci che tornavano a morire laddove erano nati.

Il digiunatore del racconto sopprime i suoi istinti basilari, come quello di nutrirsi, in nome dell’arte e in Freud ciò trova corrispondenza in un individuo aggressivo che incanala i suoi istinti verso la sopraffazione, in questo caso di sé.

Oltre a Kafka, questa misura di thanatos è ravvisabile anche in Luigi Pirandello (E due!, La morte addosso), Albert Camus (Lo straniero), Samuel Beckett (Tutti quelli che cadono), per fare alcuni nomi, e tutti questi autori – lungi dal volerli ridurre a questo comune denominatore – sebbene diversi, condividono la presenza della misura mortifera che pare agire indipendente e trainante sulla persona. Gli artisti forse non erano consapevoli della misura di thanatos in senso freudiano, considerando anche che quando uscì Al di là del principio di piacere, incontrò molte resistenze nella cerchia degli psicanalisti per via della radicalità delle posizioni di Freud.

Eppure le intuizioni presenti in questo saggio non erano prive di fondamento, considerando che sia Freud sia moltissimi scrittori e artisti compresero che c’era qualcosa di sinistro che bolliva nella pentola dell’Europa novecentesca.

 

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In memoria del Professore Arrigo Stara

Docente presso l’Università di Pisa

scomparso di recente.

 


 

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About Diletta Solinas

REDATTRICE | Classe 1992, sarda. Adora la lettura, l'arte, i film, i viaggi, i programmi di Piero e Alberto Angela e guarda ancora con meraviglia il mare e la natura. Laureata in Lettere sulla via dell'antico, ora prosegue gli studi in Italianistica e per questo si sente un po' un ibrido.

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