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Ultimo report sull’utilizzo delle armi chimiche in Siria: vecchi e nuovi temibili scenari

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Il 24 Agosto 2016 è stato presentato davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un nuovo report sull’utilizzo di armi chimiche nella guerra che da cinque anni insanguina la Siria.

Perché questo dovrebbe attrarre la nostra attenzione? Ci eravamo già sdegnati di fronte al loro utilizzo nell’Agosto 2013, a seguito dell’attacco chimico nella città di Ghouta, che aveva provocato un numero indefinito di morti, tra le 281 e le 1729 vittime.

 

Didascalia del video: alcuni si sono domandati quale differenza vi sia tra morti provocate da armi di distruzione di massa (armi chimiche, biologiche e nucleari) e morti di massa causate da armi convenzionali. Perché nel primo caso la comunità internazionale si disgusta e nel secondo, invece, si volta dall’altra parte?

 

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Curiosità: l’utilizzo delle armi chimiche è stato bandito prima con il Protocollo di Ginevra del 1925 e poi con la Convenzione del 1993. Tuttavia, alcuni casi controversi di utilizzo sul campo di battaglia di agenti chimici non classificati come armi chimiche dalla Convenzione non sono ancora stati risolti. Un caso tra tutti riguarderebbe proprio gli Stati Uniti. In Iraq, nel 2004, durante l’operazione “Shake and Bake” venne gettato del fosforo bianco sulla cittadina di Fallujah. Lo scopo ufficiale era quello di illuminare il campo di battaglia. Il fosforo bianco non viene classificato come arma chimica, ma come incendiaria. Tuttavia, il contatto con la pelle ebbe effetti drammatici sulla popolazione

Il report allora prodotto riportava l’utilizzo massiccio dell’agente nervino sarin, ma non ne indicava il colpevole (anche se tra le righe si poteva intravedere la responsabilità del Regime). Si vennero a formare due lati contrapposti: da una parte gli Stati Uniti, seguiti da Francia e Regno Unito, chiedevano un intervento contro il Regime; dall’altra, la Russia definiva il report <<parziale>> e affermava di detenere le prove che il sarin fosse stato utilizzato dai ribelli. Nell’aria si respirava alta tensione, alcuni parlavano addirittura (come sempre in questi casi) di un ritorno alla Guerra Fredda. L’agitazione diminuì (insieme all’indignazione e all’attenzione mediatica sul conflitto) già a fine Settembre-inizio Ottobre, quando fu raggiunto un accordo tra Stati Uniti e Russia sulla distruzione dell’arsenale chimico del Regime.

Cosa ci sarebbe di nuovo, dunque, in questo report? Innanzitutto il tempismo: il nuovo report è stato presentato nella stessa settimana in cui viene ricordato il 20° anniversario dell’adozione, da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU, del Trattato Comprensivo sulla Proibizione dei Test Nucleari. A vent’anni di distanza, il trattato non è ancora entrato in vigore perché otto degli Stati interessati non l’hanno ancora ratificato. Tra questi, tre sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: Cina, Russia e Stati Uniti, segno che il Consiglio manca della capacità (volontà?) di liberare il mondo dalle armi di distruzione di massa.

Inoltre, il nuovo report – commissionato dallo stesso Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 2235, che aveva ottenuto voto unanime, il 7 Agosto 2015 – attraverso un meccanismo investigativo congiunto OPAC-ONU, ha lo scopo di identificare individui, entità, gruppi o Governi che fossero coinvolti nell’utilizzo in guerra di agenti chimici. Il report non è ancora accessibile al pubblico, ma diverse fonti ci anticipano il suo contenuto. Il sito dell’ONU spiega che dallo studio di nove casi, avvenuti tra il 2014 e il 2015, tre mostrano evidenze sufficienti per individuarne i responsabili. Di questi, due sarebbero avvenuti ad opera del Regime di Assad, uno dell’IS. Al contrario, non sono state trovate prove sufficienti dell’utilizzo – nei casi presi in esame – di queste sostanze da parte dei gruppi di opposizione. Diverse voci, tra cui l’ambasciatrice americana Samantha Power, Human Rights Watch e Al Jazeera, hanno sollecitato il Consiglio di Sicurezza a votare una risoluzione che estenda il mandato del meccanismo congiunto per proseguire le ricerche e che punisca i colpevoli.

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L’OPAC è stata fondata nel1997 con lo scopo di assicurare l’implementazione della Convenzione sulle Armi Chimiche. Secondo l’ultimo report del 2015, l’organizzazione – dall’inizio della sua attività – ha verificato la distruzione dell’87% del totale delle armi chimiche globali dichiarate, la maggior parte delle quali nelle mani di Russia e Stati Uniti

Al contrario, Russia e Siria ritengono che non vi siano sufficienti prove per individuare i responsabili. Il portavoce russo afferma che il report si basa su supposizioni e non su fatti. Ad esempio, secondo il report l’aviazione siriana sarebbe responsabile dei due attacchi perché non vi erano prove che l’opposizione avesse utilizzato elicotteri – lo strumento per diffondere gli agenti chimici – durante gli attacchi attribuiti al Regime siriano. Da queste parole, secondo Mosca, si potrebbe concludere anche che non vi siano prove che l’opposizione non abbia utilizzato elicotteri. Inoltre, le conclusioni a cui il report giunge sarebbero basate solamente sulla testimonianza delle vittime – ovvero le forze di opposizione – definite <<gruppi terroristici armati>>. Su queste premesse, la Russia non ritiene che si possa procedere con le sanzioni.

Il risultato è che, ancora una volta, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU non riesce a trovare un punto di incontro per fermare l’utilizzo di armi chimiche in Siria, che sembra diventare sempre più ricorrente, e punirne i responsabili.

Ma un altro preoccupante fatto appare nel report: esso potrebbe costituire la prima conferma indipendente dell’impiego (e, quindi, del possesso) di gas mostarda in Siria da parte del sedicente Stato Islamico. Il gas mostarda, o iprite, è un gas vescicante e letale – a contatto con la pelle produce piaghe di difficile guarigione e infiammazioni – ma anche imprevedibile: teoricamente ne basterebbe un cucchiaino di caffè per uccidere una persona, ma la realtà della Prima Guerra Mondiale ha mostrato che ne servono più di 30 kg per portare alla morte. L’ambiente in cui vengono dispersi, infatti, altera gli effetti degli agenti chimici. È necessario un buon meccanismo di dispersione, e dunque un’elevata capacità tecnica, per renderli capaci di provocare morti di massa. Per questo, a lungo gli esperti di sicurezza internazionale hanno ritenuto che vi fossero basse probabilità per un attacco terroristico chimico. Questo significa che il possesso di agenti chimici non necessariamente rende l’IS capace di compiere un attacco chimico fuori dal campo di battaglia. Tuttavia, questi nuovi sviluppi rendono ancora più urgente l’intervento del Consiglio di Sicurezza contro l’utilizzo di queste armi, che rendono la violenta guerra in Siria ancora più inumana.

Insomma, la Siria ancora una volta ci ricorda quanto sia necessario prestare più attenzione a ciò che accade alle porte dell’Europa: non solo per una questione di umanità, ma anche perché quello che succede sulle altre sponde del Mediterraneo potrebbe avere ripercussioni sul nostro Continente.

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I cinque Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: Regno Unito, Cina, Francia, Russia e Stati Uniti

 


 

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About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda. Studentessa di Studi internazionali presso l'Università degli Studi di Trento, è un'irrimediabile ottimista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente. Risiede attualmente a Londra.

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