Turchia

Turchia: ultimo atto di una democrazia

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Una tabella che sintetizza i poteri conferiti al capo di Stato turco dopo la vittoria del referendum costituzionale

La Turchia è stata chiamata alle urne – Domenica 16 Aprile – per decidere a favore o contro la riforma costituzionale promossa dall’attuale capo di Stato, Recep Tayyip Erdoğan. Siamo ritornati spesso – nei precedenti articoli – sulla presidenza del sultano turco e sullo stato di salute di questa Repubblica, da sempre anello di congiunzione tra Occidente e Oriente. Abbiamo analizzato come si sia giunti a questo referendum che, de factotrasforma ufficialmente la Nazione in un regime autocratico sotto le sembianze di una Repubblica Presidenziale. Il 51.3% dei 47.5 milioni di elettori si è espressa a favore dell’Evet ( in turco), a favore di un accentramento dei poteri nelle mani del capo di Stato, che d’ora in avanti godrà di pieni poteri esecutivi. Scompare la figura del Primo Ministro e il Parlamento si ritrova con poteri ridotti in termini di voce in capitolo sui disegni di legge e di procedure di impeachment, qualora il Presidente o uno dei suoi ministri e vice-ministri commettano un crimine. Tali cambiamenti che saranno effettivi dopo le elezioni parlamentari e presidenziali del 2019, quando Erdoğan si ripresenterà come candidato e segretario del suo Partito (altra novità introdotta dal referendum), l’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi, trad: Partito per la Giustizia e lo Sviluppo).

La trasformazione della Turchia da Repubblica Parlamentare -dotata di Parlamento con poteri legislativi, Governo con poteri esecutivi e Presidente della Repubblica super partes – a Repubblica Presidenziale non dovrebbe (stando ai manuali di scienza politica) comportare la sospensione delle libertà civili e, di conseguenza, la dicitura di regime autocratico. La Francia e gli Stati Uniti d’America sono Repubbliche semipresidenziali una e presidenziale l’altra, per esempio. Ma in una Turchia dove si imprigionano più di centotrenta giornalisti e si chiudono centosessanta organi di stampa (secondo quanto riportato dall’ONG Amnesty International), perché complici secondo le autorità di aver preso parte al fallito golpe dello scorso Luglio 2016, viene difficile non pensare alla morte della democrazia turca. E, soprattutto, viene da constatare come non è questo referendum ad aver reso la Turchia un’autocrazia, bensì tutte le restrizioni alle libertà civili e personali imposte da Erdoğan dal 2013, dalle proteste di Gezi Park a Istanbul.

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Risultato del referendum in Turchia: un Paese diviso tra l’Evet (trad: Sì) e il Hayir (trad: No)

«Ataturk è morto settantanove anni fa, ma noi lo abbiamo sepolto oggi» è la frase epitaffio pronunciata da quel 48.7% d popolazione che aveva votato Hayir, ovvero No a più poteri al sultano Erdoğan. No alla pugnalata mortale al cuore della Turchia. Se dovessimo tracciare un profilo dell’elettore che ha votato contro la riforma costituzionale, noteremmo la sua provenienza da una grande città, da un’area metropolitana o a maggioranza curda (dove guardano Erdoğan come fumo negli occhi), e con un’istruzione medio-alta. Infatti, in città come Smirne, Istanbul ed Ankara e nelle loro aree di influenza ha vinto in maniera netta il No. Le aree curde, quelle a confine con la Siria e fulcro della resistenza contro Bashar al-Assad e lo Stato Islamico, hanno visto nel referendum la speranza di poter sconfiggere alle urne e in maniera democratica quell’Erdoğan che ha rinchiuso parlamentari dell’HDP (Halkların Demokratik Partisi, trad. Partito Democratico dei Popoli) per cospirazione e che gioca alla caccia alle streghe con i membri del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, trad: Partito dei Lavoratori del Kurdistan), marchiati come terroristi. Chi ha votato, allora, a favore di Erdogan? Le aree interne, le non-zone di frontiera, quelle più vicine al nazionalismo misto a tradizionalismo (culturale e religioso) dell’AKP e del suo leader, le cui popolazioni hanno ricevuto giovamento dal primo decennio di presidenza Erdoğan.

Ci si interroga sulle possibili evoluzioni nei rapporti Turchia-UE. Alcuni Stati, come l’Olanda e la Germania, avevano negato ai Ministri turchi di tenere comizi a favore del referendum sul loro territorio, scatenando l’ira del Sultano che gridò al complotto. Subito dopo il risultato definitivo del referendum, organizzazioni europee come l’OSCE hanno supportato la tesi delle opposizioni secondo cui vi sono stati brogli elettorali. Si parla di schede non timbrate ma fatte passare per valide su cui compariva un voto favorevole ad Erdoğan oppure di schede contrarie al Rais fatte sparire chissà dove. Nessun leader si è espresso in maniera aperta contro tale risultato, a parte le rituali preoccupazioni esternate sia dal Governo da Berlino sia dalla Commissione Europea attraverso l’Alto Rappresentante Federica Mogherini. La UE voleva un uomo forte alla guida di un Paese con cui ha fatto un accordo sui migranti, un accordo che esprime chiaramente la volontà di affidare ad Erdoğan la gestione del flusso migratorio e, anzi, di trattenerlo nei suoi confini affinché non arrivi in territorio europeo. Gli scontri saranno solo verbali, nessun leader europeo passerà ad azioni serie. E quando Erdoğan reintrodurrà la pena di morte, come lui stesso ha dichiarato nel comizio post-elezioni,  ci saranno le solite condanne, ma mai provvedimenti. Perché la Turchia è un Paese NATO ed è fondamentale per il conflitto siriano, anche se le sue mosse da due piedi in una scarpa (prima foraggiava l’ISIS, ora Assad) per schiacciare la resistenza curda sono lampanti ed allarmanti per i futuri sviluppi del conflitto. L’UE ha le mani legate, mentre il Presidente degli USA, Donald J. Trump, si congratula per il risultato elettorale con il Sultano turco, applicando il detto: «dittatori e buoi solo se fanno gli interessi tuoi».

La Turchia ha fatto una scelta, quella meno auspicata dall’Occidente, che ora guarda con una certa apprensione ai prossimi passi che essa compirà sulla strada di una falsa Repubblica Parlamentare che conta più di centotrentamila epurati e quarantacinquemila prigionieri politici.

La democrazia in Turchia è deceduta attraverso un mezzo democratico quale il referendum: tocca alla resistenza farla resuscitare. Lo storia insegna.

 

 


 

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About Giulia Masciavè

REDATTRICE | Classe 1994, pugliese, laureata in Studi Internazionali a Trento. Attualmente vive in Germania, con cui è stato amore a prima vista, un po' come con i Pink Floyd e i Coldplay. Non ama: sessisti, razzisti, omofobi, formaggio sulla pasta e cime di rapa. Difende la libertà di espressione, ma è consapevole che essa talvolta generi idee del cavolo.

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