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TTIP: legal and environmental impact. Sia fatta la volontà delle multinazionali

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Oliver-US-EU-free-tradeUnione Europea e Stati Uniti d’America sono fra i principali protagonisti del mercato e del commercio globale. Questa appare la ragione per cui, dal 2013, sono in corso delle trattative per consolidare una relazione lunga quanto le colonizzazioni. Un progetto complesso, delicato ed importante, discusso in gran segreto ed a porte chiuse. Perché? Di cosa si tratta?

 

  • COS’È IL TTIP :

TTIP, Translatantic Trade and Investment Partnership. Questo il nome, tradotto: Partenariato Transatlantico per il Commercio e per gli Investimenti. Un nome imponente tanto quanto le parti in gioco, una faccenda ancora ben poco nota fra la gente comune. Il TTIP è esattamente un trattato di liberalizzazione commerciale, o accordo di libero scambio, fra UE ed USA. Lo scopo principale è l’abbattimento o la drastica riduzione di dazi e dogane fra i due colossi economici per favorire le imprese, il mercato, il libero scambio appunto. La proposta iniziale alle trattative è arrivata da Oltreoceano, è stata esaminata dal Parlamento Europeo che a maggioranza l’ha approvata e – secondo le norme previste dal Trattato di Lisbona – l’ha poi successivamente delegata alla competenza esclusiva della Commissione Europea, unico organo dell’UE a poter negoziare i trattati. Senza apparenti grandi disaccordi, gli USA pressano per una chiusura delle trattative entro l’anno: Barack Obama se lo augura, gli esperti lo temono.

Ma come si articola il TTIP? Quali le “rivoluzioni” che intende apportare? Quali i settori colpiti e potenzialmente danneggiati in Europa? I rischi connessi ad una sua eventuale approvazione sono molteplici, fra i principali quelli legati all’ambito giuridico ed alla protezione ambientale. Vediamoli nel dettaglio e separatamente.

 

  • LEGAL IMPACT :
ISDS
ISDS, acronimo di “Investor-state dispute settlement”

Anzitutto, l’introduzione nella relazione UE-USA di due organi tecnici e bizzarri: ISDS e Regulatory Cooperation Council. Il primo, dalla pronuncia simile al ben noto gruppo terroristico (sarà un caso?), è l’Investor-state dispute settlement: un organismo di diritto internazionale col compito di risolvere le controversie fra impresa e Stato. In questo modo, un’azienda europea o americana avrebbe non solo il diritto di citare in giudizio l’altro Stato, ma avrebbe anche il privilegio di dibattere la causa a tavolino, comodamente seduti fra avvocati specializzati ed esperti del settore, pagati per fare il loro mestiere e per farlo bene. La sovranità di uno Stato verrebbe così meno quando, per esempio, introducesse norme volte a tutelare i risparmi, il lavoro, la salute e l’ambiente dei propri cittadini, vietando l’importazione nel proprio territorio nazionale di un certo prodotto, provocando così una reazione dell’azienda che proprio quel prodotto produce. Azienda che, con TTIP in vigore, metterebbe ancora una volta il profitto economico al primo posto, a discapito di tutto il resto: delle popolazioni in primis. Per intenderci: una multinazionale come Coca-Cola o P&G avrebbe più potere di Angela Merkel e di Barack Obama.

Il secondo organo, Regulatory Cooperation Council, ha il compito di valutare standard di sicurezza operativi, adeguatezza di norme al profitto da raggiungere, impatto commerciale di marchi etichette e regole, introduzione di norme di diritto del lavoro e di sicurezza sul lavoro, porre un freno al diritto industriale internazionale e lasciar che il cavallo dell’economia globale delle multinazionali continui indisturbato la sua lunga corsa. Ad affiancarlo, se e quando esso stesso riterrà opportuno, imprese, sindacati, cittadini. Che è come dire: la partecipazione pubblica sarebbe anche prevista, ma noi vi teniamo alla larga dai nostri loschi affari.

Ma c’è un’altra implicazione, dal punto di vista giuridico, che verrebbe seriamente compromessa laddove il TTIP dovesse essere approvato. Ed è il principio di precauzione. Sancito dall’articolo 191 del TFUE, il principio di precauzione crea uno dei punti di maggiore forza e stabilità dell’intera Unione Europea. <<La politica dell’Unione in materia ambientale […] è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio chi inquina paga>>. In teoria, l’art. 191 prevede un campo di applicazione ristretto alla sola materia ambientale; in sostanza, tuttavia, esso trova estensione in settori quali politica dei consumatori, salute umana, animale e vegetale, legislazione europea sugli alimenti.

Monica Di Sisto, giornalista, tra le promotrici del Movimento Stop TTIP Italia sostiene in un’intervista rilasciata per l’omonimo website: <<Tutti i settori di produzione e consumo, ma anche scuola, sanità, acqua, previdenza e pensioni, sarebbero tutti esposti a ulteriori privatizzazioni e alla potenziale acquisizione da parte delle imprese e dei gruppi economico-finanziari più attrezzati, e dunque più competitivi. Senza pensare che misure protettive, come i contratti di lavoro, misure di salvaguardia o protezione sociale o ambientale, potrebbero essere spazzati via>>. Insomma: i politici faranno il gioco delle multinazionali, mentre i cittadini vedranno calare a picco i loro diritti in cambio di profitto economico che non entrerà mai nelle loro tasche.

GP NL picProprio di implicazioni ambientali, si è iniziato a parlare maggiormente all’indomani di TTIP leaks. Da un incredibile ed encomiabile lavoro svolto dall’associazione ambientalista Greenpeace Netherlands, siamo finalmente venuti a conoscenza dei documenti secretati. Le trattative fra UE e USA nero su bianco: 248 pagine di informazioni, di pressioni americane sull’istituzione europea, di accordi presi a discapito di quel che fa dell’Europa un Continente ricco e variegato. Ricco di eccellenze da esportare in tutto il mondo e desideroso di immettere sul proprio mercato la diversità delle altre culture. L’UE aveva posto un limite a tutto ciò, culminato proprio nel principio di precauzione. TTIP leaks ha rivelato che quel limite potrebbe non esistere più, gettato via.

 

  • QUALI, ALLORA, I RISCHI DIRETTI ED INDIRETTI IN MATERIA AMBIENTALE?

 

1. Le tutele ambientali spariranno

Nonostante la COP21 di Parigi abbia promesso una tutela ambientale globale, nei fatti – e con un’eventuale approvazione del TTIP, il controllo del cambiamento climatico sarebbe pressoché impossibile. La protezione del clima, nell’accordo bilaterale USA-UE, manca.

 

2. Potere alle multinazionali= + profitto – biodiversità

Nel 1998 l’Unione Europea vietò gli ormoni nell’industria della carne. In America non soltanto quest’ultimi sono legali, ma sono anche accettati e parecchio abusati. Con il TTIP, l’Unione Europea o qualcuno dei suoi Stati nazionali perderebbe il diritto di proteggere la salute dei propri cittadini; la protezione ambientale (all’industria della carne strettamente correlata) dovrebbe farsi da parte in favore del libero scambio.

 

3. E il Regno Unito?

In una relazione consolidata e da sempre proficua e pacifica, anche l’UK ha, comunque, espresso il suo parere sui risvolti diretti ed indiretti che il Trattato produrrebbe in materia ambientale. Consapevole della diversa politica ambientale ed alimentare che segna un abisso fra UE ed USA, il Secretary of State for Business, Innovation and Skills ha presentato un documento all’House of Commons in cui si legge: <<Il Regno Unito e l’Unione Europea vogliono assicurarsi che il TTIP preveda crescita economica, progresso e protezione ambientale allo stesso tempo. Maggior commercio non deve significare svantaggi per i lavoratori e per l’ambiente>>. Insomma: scendere a patti coi cugini americani sì, farlo a costo di lavoratori, sicurezza, ambiente, alimentazione no.

 

4. OGM

vignettaSecondo Greenpeace International, quest’accordo rimuoverebbe immediatamente ogni restrizione UE sugli OGM. Grazie al principio di precauzione, gli Stati membri hanno impedito che cibi geneticamente modificati e dannosi arrivassero nelle nostre tavole, molti tipi di pesticidi sono stati vietati e la salute umana – che passa da ambiente ed alimentazione – è stata così tutelata. Di tutto ciò, il colosso statunitense Monsanto ne ha risentito e non poco; ma con il TTIP, il potere decisionale si sposterebbe dai Governi nazionali agli uffici delle multinazionali. OGM, carne trattata con ormoni, metodi di conservazione non approvati quali pollo con clorurati sarebbero i benvenuti nell’UE. Le negoziazioni a porte chiuse indeboliscono gli standard di sicurezza che tengono lontani gli OGM, i pesticidi dal cibo che mangiamo e le sostanze tossiche dall’aria che respiriamo. Perché? Per massimizzare il profitto di aziende private, senza curarsi delle conseguenze su popolazione ed ambiente.

 

5. Poca chiarezza

Se GP Olanda non avesse portato alla luce quelle 248 pagine, staremmo ancora qui a chiederci come concretamente stia negoziando la Commissione Europea. In sintesi: da che parte sta? In un comunicato ufficiale, la Commissaria per il Commercio Cecilia Malmström assicura che non ci sarà alcun passo indietro sulle norme per la sicurezza dei cittadini: <<Nessun accordo commerciale ad opera della UE abbasserà mai il nostro livello di tutela dei consumatori, o della sicurezza alimentare, o dell’ambiente. Non cambieranno le nostre leggi in materia di OGM, o sul nostro modo sicuro di produrre carne di manzo, o il modo di proteggere l’ambiente. Qualsiasi accordo commerciale potrà solo cambiare i regolamenti per renderli più forti>>Agricoltura sostenibile e biodiversità in cambio di agricoltura industriale, energie rinnovabili in cambio di fonti fossili, principio di precauzione in cambio di sostanze chimiche pericolose: il TTIP non mette a rischio soltanto un settore, ma li tocca praticamente tutti. Dalla sicurezza sul lavoro al commercio sicuro, dalla sovranità dello Stato alle norme giuridiche completamente capovolte, dall’interesse pubblico a quello privato.

Ancora dal blog https://stop-ttip-italia.net/, Monica Di Sisto riporta il botta e risposta fra Tom Jenkins (ETUC) e la Commissione Europea. Secondo Jenkins, con dati alla mano: <<Gli Stati Uniti non hanno ratificato diverse convenzioni e impegni internazionali ILO e ONU in materia di diritti del lavoro, diritti umani e ambiente. Questo rende, ad esempio, il loro costo del lavoro più basso e il comportamento delle imprese nazionali più disinvolto e competitivo, in termini puramente economici, anche se più irresponsabile>>. Dal suo canto, la Commissione rassicura che nel TTIP verrà previsto <<un apposito capitolo dedicato allo sviluppo sostenibile>> per monitorare impatti ambientali e sociali del Partenariato, sempre con la stretta collaborazione delle Regioni.

Ma è davvero abbastanza? È davvero e soprattutto necessario un Trattato per il libero scambio? Cosa si nasconde dietro che persino TTIP leaks non è riuscito a svelare? Intanto in tutto il mondo le proteste dei cittadini hanno dato i loro frutti, rallentando il progresso dei negoziati. Il 19 Ottobre il prossimo appuntamento.

Per firmare contro il TTIP, consulta il link seguente: https://stop-ttip.org/sign/?noredirect=en_GB

 

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About Barbara L. L. Maimone

COLLABORATRICE | Classe 1990, siciliana. È laureata in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania, con una tesi dal titolo: "Diritto e ambiente. Un'influenza reciproca?". Trasferitasi a Londra, è testarda, chiacchierona e amante dei carboidrati. Co-gestisce un blog contro gli stereotipi di genere. I diritti umani, le tematiche ambientali e la geopolitica sono fra i suoi maggiori interessi. Da cittadina del mondo, porta un po' d'Italia ovunque vada.

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