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Tre anni a Berlino: un bilancio di quest’esperienza

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Cupola of the Reichstag Building in Berlin
La cupola di vetro del Reichstag Building – Berlino

Si arriva ad un momento, nella vita, in cui si sente il bisogno di fare un bilancio. Sì, un calcolo costi/benefici delle scelte che si sono compiute. Per me non è una novità. Ho affrontato due spostamenti importanti negli ultimi dieci anni e ho dovuto riadattare (più volte) la mia vita a realtà sociali completamente differenti. E ogni volta mi ritrovo, dunque, a fare un bilancio. Non voglio farla troppo personale: cercherò dunque di mettere insieme un po’ di esperienze di vita e un po’ di analisi sociologica. Quella sociologia narrativa che tanto infastidiva i miei professori quantitativi: <<Quella non è scienza!>>, mi dicevano. Sì, è vero. Ciononostante, aiuta molto a far ordine nel caos del presente.

Vivo a Berlino da tre anni e ho faticato per integrarmi. Il processo è in corso e sono ben lungi dall’affermare che è concluso. Probabilmente ci vorranno ancora anni o forse non accadrà mai. Chissà. Però l’importante è la volontà di farlo. Le difficoltà sono molto più grandi che non quelle che ho affrontato, per esempio, quando a 18 anni ho fatto le valige per studiare a Milano. Non ho mai avuto piacere di rimanere ancorato in un posto per il resto della mia vita. Ho sempre avuto l’esigenza di “andare”. E la mia fortuna è stata di aver avuto chi mi ha sostenuto nelle mie idee e nei miei progetti.

Quando arrivai a Milano, nel 2005, mi trovai costretto ad adattarmi in un contesto anni luce distante da quello in cui avevo vissuto. Capite bene che passare dal vivere in un paese di cento anime e sbarcare in una metropoli è un bello shock. Ma non c’era bisogno di integrarsi: si trattava solo di adattarsi. Quando sono arrivato a Berlino, invece (nel 2012), non dovevo solo adattarmi, ma anche integrarmi. Non so se a tutti appare chiaro che queste due cose sono molto diverse. Adattarsi significa mettersi a proprio agio in un contesto che ci è estraneo. Quindi, renderlo familiare. Ma integrarsi significa diventarne parte. Di solito uno che si adatta è già parte di un sistema, deve solo smussare gli angoli. Ma se ti trovi in un sistema socio-culturale completamente differente, devi anche integrarti. Altrimenti rischi di diventare un nomade.

L’integrazione è un processo così complesso che non si ha la percezione né del suo compimento né del suo non compimento. Lo so, non sono chiaro. Ma è la sensazione che mi porto dentro: so di essermi adattato e d’aver iniziato un percorso di integrazione. Ma non è un obiettivo raggiunto. No, è un working-in-progress.

Piazza del Duomo – Milano

Per potersi dire perfettamente integrati, bisognerebbe esserlo contemporaneamente in quattro distinte dimensioni del vivere sociale: economicamente, culturalmente, socialmente e politicamente. Che cosa intendo? Significa avere un lavoro e potersi mantenere da soli, in modo autonomo. Significa conoscere gli usi e i costumi di una collettività e condividerne, per quanto possibile, i valori così come la lingua. Significa essere embedded nel tessuto sociale, avere una rete di relazioni a cui affidarsi – ciò che Mark Granovetter chiamava i legami deboli – ossia i rapporti non familiari. Un patrimonio che consente anche di accedere a posizioni lavorative migliori, se si ha la fortuna di avere i “contatti giusti”. Significa essere capaci di esprimere richieste e far parte di una collettività politica: iscriversi a un movimento, associazione o ad un partito politico. Interessarsi dei problemi della collettività e farsi promotore d’iniziative che mirino a trovare soluzioni. Votare alle elezioni locali, che per un cittadino europeo è possibile anche in Paesi terzi dell’UE. Arrivare magari anche a candidarsi dopo una lunga gavetta e dopo aver dimostrato impegno ed interesse sincero.

Ecco: questo processo, com’è chiaro, è tutto tranne che facile. Si tratta di un investimento di energie economiche, sociali, emotive e di salute psico-fisica enorme. A volte torno a casa che ho la sensazione di essere stato calpestato da una mandria di bisonti inferociti. Non scherzo. Pensate a che fatica mettere insieme tutte quelle dimensioni, cercare di svilupparle più o meno contemporaneamente. A volte mi chiedo se ci sto riuscendo o se mi sono già perso. Con tanto investimento di risorse, materiali ed immateriali, mi chiedo: ma ne vale la pena?

Non ho certo la risposta giusta. Non ho una palla di vetro da consultare e mi posso limitare soltanto  a fare un bilancio di cose fatte, cose non fatte e cosa da fare. Bisogna trovarsi anche un obiettivo di medio-lungo termine. Costruire il tuo esser parte di una comunità è un procedimento che costa fatica, ma che dà una grande soddisfazione. Ogni tappa raggiunta, ogni riconoscimento che ottieni, sai che è tutto frutto del tuo sudore. E la gratificazione che ne deriva è un’esperienza unica. Era accaduto con il lavoro, trovato in poche settimane e durato due anni. Concluso per mia scelta con lo scopo di passare allo step successivo: imparare la lingua. Poi c’è stato l’impegno politico, sia con il partito italiano che con quello tedesco ed ecco il livello più difficile dell’integrazione: quella politica.

Il bilancio che voglio fare è positivo. Si tratta di una concessione alla speranza che faccio nella convinzione che qualunque cosa accada, ciò che ho già conquistato è un bagaglio di esperienze unico nel suo genere.

Incontro quotidianamente ragazze e ragazzi italiani che rimangono folgorati da questa città. Berlino è davvero una città sui generis, ma ne vedo altrettanti che poi si disperano e si perdono. Si dedicano a ricostruire legami sulla falsa riga di quelli che avevano in Italia. Popolano giorno e notte i forum di italiani a Berlino e si dimenticano che la vita reale non è quella.

Si avvitano su se stessi e si dimenticano che la vera sfida è quella d’immergersi nella società che hanno incontrato, ma soprattutto, che niente è regalato né dovuto. Va conquistato. Va sudato.

 

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About Federico Quadrelli

COLLABORATORE | Classe 1986, di origini toscane. E' laureato in Sociologia e Ricerca Sociale. Ha collaborato con Unicef Milano come membro del gruppo organizzativo per i corsi universitari fino al 2011. Dal 2010 è socio di ECPAT Onlus, organizzazione per la tutela dei diritti dei minori e per la lotta alla pedopornografia. Ha creato e gestisce una Pagina Facebook dedicata alla Sociologia con oltre 20mila iscritti da tutto il mondo e un blog associato alla pagina. Dal 2012 vive a Berlino. I suoi interessi sono rivolti alla tutela dei diritti umani, alla cooperazione internazionale e allo studio delle dinamiche politiche. Dal Novembre 2013 è Presidente del Circolo PD di Berlino.

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