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Trattativa Stato-Mafia: si ricomincia da qui

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«Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo».

(Paolo Borsellino)

 

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Il politico italiano Nicola Mancino (1931) a fianco del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (1925)

Si ricomincia da qui: l’udienza quirinalizia per la deposizione del Presidente della Repubblica è stata fissata per il 28 Ottobre. Riprende dunque il processo riguardante la presunta trattativa Stato-Mafia, finalizzato all’accertamento dell’ipotetica esistenza di una negoziazione sviluppatasi in seguito al biennio 1992-1993, caratterizzato da una serie di attentati ideati da Cosa Nostra e rivolti allo Stato italiano. La Procura di Palermo ha citato infatti Giorgio Napolitano tra i centosettantotto testimoni inseriti nella lista redatta dai pm Francesco Del Bene, Vittorio Teresi, Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia. E non mancano altri nomi illustri come l’ex Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, l’attuale Presidente del Senato della Repubblica Pietro Grasso, il Procuratore Generale della Corte di Cassazione Gianfranco Ciani ed infine il Giudice membro della Corte Costituzionale Giuliano Amato. Nella fattispecie, si richiede al Colle di far luce in merito allo scambio di lettere avvenuto nel 2012 tra l’ex Ministro dell’Interno Nicola Mancino ed il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio (dimessosi e morto poco tempo dopo, stroncato da un infarto), il quale temeva «di essere stato considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi» tra il 1989 ed il 1993, proprio quando Mancino ricopriva tale ruolo istituzionale. Secondo le toghe di Palermo, quest’ultimo avrebbe avallato o in qualche modo coperto dei traffici oscuri: una presunta falsa testimonianza, quindi, che ha incrinato la sua posizione al punto da spingere i PM ad esercitare l’azione penale nei suoi confronti.

Ed è qui che entra in gioco Napolitano, intercettato in una telefonata con l’amico Mancino, già Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura nel quadriennio 2006-2010. Ed è proprio questa la celebre quanto misteriosa intercettazione, venuta alla ribalta dell’opinione pubblica per via della distruzione dei nastri su ordine della Corte Costituzionale con la sentenza 1/2013, che accoglieva il conflitto di attribuzione promosso da Napolitano nei confronti della Procura siciliana.

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Salvatore Riina detto Totò (1930), soprannominato “Totò u’ curtu”, è un criminale italiano. Fu capo di Cosa Nostra dal 1982 sino al suo arresto, avvenuto nel 1993

Ma i privilegi di immunità per il Colle, in barba all’art. 90 della nostra Costituzione, non terminano qui: la Corte di Assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto, ha difatti rigettato la richiesta degli imputati Totò Riina, Leoluca Bagarella e Nicola Mancino di assistere, in videoconferenza, alla deposizione del capo dello Stato. Secondo Montalto – come già riportato da alcune testate giornalistiche – alla testimonianza del Presidente della Repubblica va seguito l’art. 205 del Codice di Procedura Penale, che così recita al primo comma: «La testimonianza del Presidente della Repubblica è assunta nella sede in cui egli esercita la funzione di Capo dello Stato». Ma poiché non esistono norme che disciplinano un iter giuridico dettagliato in tal senso, si è convenuto applicare per analogia legis l’art. 502: «In caso di assoluta impossibilità di un testimone, di un perito o di un consulente tecnico a comparire per legittimo impedimento, il giudice, a richiesta di parte, può disporne l’esame nel luogo in cui si trova, dando comunicazione, a norma dell’articolo 477 comma 3, del giorno, dell’ora e del luogo dell’esame». Ma è all’ultimo capoverso del sopracitato articolo che sorge il dilemma giuridico, nonché la fragilità di questa scelta: «Il giudice, quando ne è fatta richiesta, ammette l’intervento personale dell’imputato interessato all’esame», proprio perché i tre imputati che ne avevano fatto richiesta e dopo il sì iniziale da parte della Procura, se la son vista rigettata in quanto, stando all’ordinanza di Montalto (supportata, tra l’altro, dalla Consulta), è impedito l’accesso delle forze dell’ordine al Quirinale «con la conseguenza che non sarebbe possibile né coordinare l’accompagnamento di un detenuto con la scorta, né assicurare l’ordine come avviene durante le udienze nelle aule a ciò preposte».

Va ricordato, poi, che per i capimafia del 41 bis la legge non consente alcuna partecipazione fisica ad un processo svolto in aula ordinaria. La videoconferenza rimarrebbe quindi l’ultima chance, ma solitamente è prevista per le deposizioni in aula e non in altri luoghi. Il risultato, quindi, si delinea in un’impossibilità per i tre imputati, compreso lo stesso Mancino e i cui pareri, curiosamente, lo schierano dalla parte dei boss di mafia.

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Alfredo Montalto è un magistrato italiano. Presiede la Corte di Assise del Tribunale di Palermo

Sebbene l’arringa a cui Montalto si affida sembri non ammettere alcun spiraglio per una soluzione alternativa e sebbene i legali della difesa avranno libero accesso al Quirinale, quest’ultimi non han perso tempo nel rivendicare l’art. 178 dell’omonimo codice, che prescrive chiaramente: «l’intervento, l’assistenza e la rappresentanza dell’imputato e delle altre parti private nonché la citazione in giudizio della persona offesa dal reato e del querelante», a pena di nullità dell’intero processo. Dimenandoci dai cavilli e i singoli passaggi giudiziari, è chiaro come la fragilità con cui la Corte di Assise del capoluogo siciliano ha affrontato questa scelta sia così lampante (oltre che contrastante con quella della rispettiva Procura) al punto da mettere a serio rischio tutto il lavoro e le indagini svolti sin qui. Traspare, ancora, una sorta di canale preferenziale per la Presidenza della Repubblica, applicato già nell’Aprile di due anni or sono, quando si decise di distruggere i nastri dell’intercettazione in mano ai PM di Palermo. Gli stessi che adesso chiamano a testimoniare Napolitano su un argomento delicato e in cui dichiarò espressamente di non aver nulla da dire, ma in cui stranamente non perse tempo ad appellarsi alla Consulta, un momento dopo esser venuto a conoscenza della suddetta intercettazione.

Seguendo la logica degli anti-manettari è possibile notare come la politica, nonostante siano ormai trascorsi più di vent’anni, si ritrovi continuamente sotto scacco da parte del potere giudiziario. Ma se questa forma di vittimismo – che coinvolge tutti e nessuno – da un lato ridimensiona l’indipendenza dei nostri rappresentanti, dall’altro li esenta da ogni responsabilità interna di riassetto degli attori e di pulizia delle norme interne agli apparati partitici.

Per troppo tempo, la cultura socio-mediatica italiana ha infatti tralasciato il valore della responsabilità politica, estendendo pseudo garantismi omertosi e compiacevoli in ogni suo strato. Perché se è giusto considerare il fatto che la verità possa emergere soltanto alla fine di un processo, sarebbe altrettanto giusto non dover attendere che un magistrato riesca nel suo intento e sarebbe ancora meglio che un Partito filtrasse i suoi amministratori e parlamentari (eliminando quelle zone grigie in cui mafia e Stato si confondono), gli elettori comprendessero chi merita il voto e chi no, la società e le istituzioni cominciassero a condannare le criminalità organizzate e coloro che le perseguono, senza ipocrisie e finti moralismi di legalità e giustizia.

Il Paese deve sostenere i magistrati e tutti gli operatori giudiziari che vogliono raggiungere la verità dei fatti, apparentemente piuttosto decantata e ricercata dal popolo intero: tutelare un politico, una carica rilevante, “inventarsi” delle immunità ad personam e strappare i fatti di bocca, un pezzettino alla volta, non ci aiuteranno mai a capire realmente cosa accadde in quel tormentato biennio, in cui la Sicilia e l’Italia divennero vittime/complici di un presunto accordo (che influenzò notevolmente le decisioni politiche del tempo, tra cui la nomina del Presidente della Repubblica) e di cui, se veramente di ciò si è trattato, rinunziarne ad ogni singolo elemento diventa improcrastinabile dal punto di vista giuridico, etico, storico, culturale. Ed ecco perché rinnegare, depistare e distruggere anche il più piccolo dei tasselli si tramuta in un’offesa per i cittadini onesti nonché per i tanti caduti di mafia.

Bisogna credere nella buona giustizia, abbreviando la lunghezza dei procedimenti civili e penali, incrementando i finanziamenti da destinare alle forze dell’ordine per le indagini, affidando le scorte quando è da ritenersi necessario, non lasciando da soli i giudici che ricoprono ruoli delicati. Bisogna credere molto, infine, in questo processo: perché si possa apprendere qualcosa dagli errori e le debolezze del passato. Ed ostacolare il suo percorso, or dunque, equivarrebbe ad oltraggiare la dignità e la coscienza del nostro Paese.

Si ricomincia da qui.

 

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