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Tragedia e disperazione in Sudan del Sud

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Cartina politica del Sud Sudan
Cartina politica del Sudan del Sud

Esistono posti al mondo nei quali la guerra è di casa, al punto che la notizia dei conflitti in atto non arriva quasi più, se non sporadicamente, sui nostri giornali: non solo lo Yemen, ma anche il Sudan del Sud sta affrontando un conflitto terribile che trascina con sé la piaga della carestia e la tragedia degli sfollati. Nato ufficialmente nel 2011 dopo che l’indipendenza dal Sudan fu ufficialmente dichiarata, il giovane Stato africano – già teatro per decenni di due sanguinose guerre civili – ha visto nel 2013 il riacutizzarsi di vecchie tensioni quando lo scontro per la leadership tra il Presidente Salva Kiir Mayardit e il suo vice Riek Machar si è trasformata in un più ampio conflitto di natura etnica, tra i Dinka, fedeli a Kiir e i Nuer, seguaci di Machar. Una pace provvisoria sembrava essere stata raggiunta nel 2015, grazie anche all’interessamento delle varie organizzazioni internazionali, ma tra le due fazioni ha continuato a ribollire l’odio che, riesplodendo nell’Aprile dello scorso anno, ha dato vita alla seconda fase di quest’ennesima guerra civile.

Ad oggi i morti si contano a decine di migliaia e gli sfollati sono stimati essere quasi tre milioni (su una popolazione totale di dodici): le associazioni umanitarie sono concordi nel denunciare numerose violenze sui civili, perpetrate da entrambe le parti, pronte a considerare come un nemico chiunque appartenga ad un diverso gruppo etnico. Secondo Amnesty International vi sono stati diversi casi di stupro anche su minori e donne incinte, torture e uccisioni indiscriminate mentre ospedali, rifugi e magazzini contenenti generi alimentari per la popolazione sono stati saccheggiati e distrutti. Il Sud Sudan, inserito dall’ONU nella lista dei Paesi meno sviluppati del mondo, ha infrastrutture fragili e un’economia debole che la situazione di conflitto ha peggiorato ulteriormente; l’agricoltura – che sembrava relativamente in ripresa prima del 2013 – ha subito un crollo, dato che i contadini sono costretti a scappare e a lasciare incolte le loro terre, causando una crisi alimentare: anche se il rischio carestia sembra recentemente rientrato, secondo le Nazioni Unite la situazione rimane comunque drammatica, dato che il 50% della popolazione rimane a rischio di «insicurezza alimentare».

Rifugio di alcuni sfollati a Ganyel
Rifugio di alcuni sfollati a Ganyel – Sudan del Sud

Le mancate piogge, la persistenza dei conflitti e le razzie di bestiame da parte delle milizie ribelli hanno reso il Paese, soprattutto la contea di Unity nel Centro-Nord, dipendente dagli aiuti umanitari, resi a loro volta sempre più precari sia dall’opposizione del Governo, che sembra disposto a lasciar morire di fame i cittadini di etnia diversa da quella del Presidente, sia dagli assalti delle truppe ribelli, che hanno più volte attaccato gli operatori delle organizzazioni internazionali. Diverse testimonianze parlano di migliaia di bambini estremamente malnutriti e di adulti costretti a mangiare le foglie degli alberi e le ninfee delle paludi e a bere acqua non potabile, con il conseguente rischio di malattie intestinali gravi; è importante sottolineare che si tratta di un grave emergenza alimentare causata dall’uomo e non dalle avverse condizioni climatiche come ad esempio è avvenuto in Somalia.

L’altro grave problema è quello degli sfollati: molti sono scappati nelle Nazioni vicine, soprattutto verso l’Uganda, ma i campi sono sempre più affollati e associazioni come Medici Senza Frontiere temono epidemie di colera; le zone del Paese non colpite dalla guerra e gli Stati confinanti non sono attrezzati per dare un’adeguata assistenza a un così grande numero di rifugiati, la cui situazione, anche dopo la fuga dalle zone in cui il conflitto infuria maggiormente, rimane estremamente precaria. Il Sud Sudan è inoltre al centro di una zona politicamente delicata, confinando con Stati come la Repubblica Democratica del Congo, recentemente teatro di un’altra crisi umanitaria, l’Uganda e il Sudan, rivali tra loro e disposti a sostenere un gruppo etnico piuttosto che l’altro: l’Uganda, ad esempio, ha sostenuto attivamente Kiir, mentre Etiopia e Sudan simpatizzano per il suo vice Machar e si sono opposte all’intervento ugandese.

Intere Regioni lasciate a soffrire la fame, villaggi rasi completamente al suolo, omicidi di massa e stupri rappresentano la ricetta perfetta per un imminente genocidio, rischio ventilato già nel 2016 dall’allora Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon;  secondo gli esperti, le organizzazioni internazionali devono aprire un canale di dialogo e fare pressioni su entrambi i leader sudsudanesi.

Per giungere il prima possibile ad una soluzione e disinnescare una possibile polveriera che potrebbe riaccendere antiche tensioni nella zona dell’Africa Orientale.

 

 

Una donna in un villaggio Sudsudanese
Una donna in un villaggio sudsudanese

 

 


 

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About Maria Parenti

COLLABORATRICE | Classe 1988, emiliana. Laureata in Lettere, è appassionata da sempre alle tematiche ambientali e si sta ancora chiedendo cosa vuol fare da grande. Nel frattempo, tra un lavoro e l'altro, si è iscritta ad una specialistica in Economia e si è temporaneamente trasferita a Bruxelles. La contraddistinguono l'amore per la musica metal e per il cibo vegano.

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