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Tra Brexit e Donald J. Trump: le sfide della sinistra nell’epoca dei nuovi populismi

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NEW YORK, NY - NOVEMBER 09: Former Secretary of State Hillary Clinton leaves after conceding the presidential election on November 9, 2016 in New York City. Republican candidate Donald Trump won the 2016 presidential election in the early hours of the morning in a widely unforeseen upset. (Photo by Brooks Kraft/ Getty Images)
Hillary Clinton (1947) è una politica statunitense del Partito Democratico, già senatrice e segretario di Stato. Nel 2016 ha partecipato nuovamente alle primarie democratiche: avendo conseguito il maggior numero di delegati, ha ottenuto la candidatura ufficiale per le successive elezioni presidenziali. Ma è stata sconfitta dal rivale repubblicano Donald J. Trump (1946)

Proprio quando stavamo iniziando (o quasi) a metabolizzare il terremoto Brexit, la sconfitta di Hillary Clinton alle recentissime elezioni presidenziali USA, contro il più improbabile dei candidati alla Casa Bianca, il discusso miliardario Donald J. Trump, ha gettato nel panico la sinistra e il campo progressista, tanto in America quanto in Europa. Certo, l’effetto sorpresa ha giocato un suo ruolo: la stragrande maggioranza dei giornali, televisioni, sondaggisti, opinionisti e addetti ai lavori era assolutamente convinta della impossibilità dell’elezione di Trump, non solo a sinistra.

Eppure, quest’uomo che vive in un grattacielo che porta il suo nome, che si muove con un jet privato munito di rubinetti in oro, che nelle sue molteplici attività imprenditoriali e nella sua vita privata ha spesso dato scandalo e notizie per gli esperti di cronaca giudiziaria e gossip, senza alcuna esperienza politica, avversato dalla stampa e dai media e addirittura dal suo stesso partito, con un programma elettorale tanto vago quanto farcito di luoghi comuni tipici dei peggiori bar dell’Alabama, è diventato il Presidente della prima potenza economica e militare del mondo. Ed è diventato Presidente non grazie ad un colpo di Stato, ma perché è stato democraticamente eletto dal popolo statunitense.

Una riflessione seria e approfondita, quindi, deve partire proprio dal seguente quesito: perché il popolo americano, o almeno la sua maggioranza in termini di elettori, ha scelto Trump? E per dare una risposta, altrettanto seria e approfondita, bisogna guardare i luoghi in cui si è formato il consenso per Trump, o più precisamente, quella parte di consenso che è stata decisiva. Bisogna guardare le fabbriche che chiudono, i centri rurali abbandonati, le periferie metropolitane dominate dalla criminalità. Luoghi dove si aggirano volti imbruniti dai forni delle acciaierie e mani callose. Luoghi e volti dell’America della Grande recessione, così come è stata efficacemente battezzata, anche per sancire la sua somiglianza con la Grande depressione del 1929, la drammatica crisi economica internazionale esplosa nel 2007-2008 proprio negli USA, con lo scoppio della bolla immobiliare e il fallimento del colosso bancario della Lehman Brothers. Una crisi che non accenna a finire e che ha prodotto i suoi effetti più devastanti soprattutto nei confronti della classe lavoratrice e del ceto medio, che assistono impotenti – giorno dopo giorno – all’aumento della disoccupazione, alla riduzione di salari e pensioni, al taglio delle spese per welfare e servizi sociali.

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L’avanzata degli estremisti in Europa

Contemporaneamente, i flussi migratori provenienti dai Paesi meno sviluppati verso quelli più industrializzati in crisi innescano una contorta spirale di guerra tra poveri con tutti i suoi nefasti effetti socio-culturali in termini di razzismo, xenofobia e criminalità. E la politica, incapace di gestire questa complicatissima situazione, finisce sul banco degli imputati: in tutto l’Occidente non esiste Governo, di qualsiasi colore politico, che possa dire di aver trovato ed applicato le politiche necessarie per uscire dalla crisi. Quindi la politica è inutile, o peggio ancora, complice; e i politici, non meglio identificati, sono tutti ladri, corrotti e carrieristi. Non essere un politico – come se ogni cittadino non fosse già, di per sé, uomo politico in quanto membro di una società – diventa il requisito più ricercato nel mercato politico; e, specularmente, il prodotto politico più in voga diventa quello che si presenta come non viziato dal peccato originale delle fallimentari esperienze di Governo, tanto di destra quanto di sinistra, e che per semplicità ormai tutti chiamiamo populismo.

Un populismo che si declina in molteplici tonalità, in mille forme: da quello di Beppe Grillo a quello di Nigel Farage, da quello di Matteo Salvini a quello di Marine Le Pen e Trump, tanto da rendere forse più corretto il plurale populismi, ma sempre con lo stesso minimo comune denominatore, la logica del capro espiatorio.

Una logica semplicistica ed estremizzata, ma comprensibile soprattutto da quella grande fetta di elettorato – che, non scandalizziamoci, esiste e ha un suo peso, eccome – meno scolarizzato ed informato, secondo la quale il nemico del popolo impoverito e impaurito dalla crisi è di volta in volta l’immigrato clandestino, la casta dei politici, i sempre presenti poteri forti, e così via. Tutto fa brodo per i populismi, l’importante è dare in pasto all’elettore un colpevole sul quale sfogare rabbia e frustrazione. Poco importa se poi questo nemico in realtà non ha alcuna responsabilità in merito alle ragioni della crisi: i populismi regalano un impareggiabile effetto placebo che serve per far confluire le tensioni sociali, che potrebbero degenerare in ben più pericolose manifestazioni, sempre e comunque all’interno del sistema. Ecco perché i populismi sono funzionali al sistema, e in definitiva, sempre reazionari. Non è sostituendo i cittadini alla casta dei politici, all’establishment o alle élite che si uscirà dalla crisi: il problema non è della sovrastruttura, ma della struttura.

An EU official hangs the Union Jack next to the European Union flag at the VIP entrance at the European Commission headquarters in Brussels on Tuesday, Feb. 16, 2016. British Prime Minister David Cameron is visiting EU leaders two days ahead of a crucial EU summit. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)
Il 23 Giugno 2016 i cittadini britannici, con il 52% dei voti al referendum consultivo e non vincolante, hanno deciso di lasciare l’Unione Europea

Se i populismi sono un effetto politico della crisi economica, funzionale non alla risoluzione della crisi ma addirittura al suo mantenimento, è chiaro che eliminare le ragioni della crisi economica significa anche eliminare, alla radice, le ragioni stesse dei populismi. È questa la sfida che la sinistra ha perso. No, non è un caso se, nel giro di pochi mesi, nelle più antiche democrazie occidentali (e cioè Regno Unito e USA) il popolo abbia voltato le spalle alla sinistra e alle sue misure anticrisi. E non possiamo comodamente autoassolverci, con altezzosa aristocraticità, dicendo che se gli inglesi vogliono la Brexit, rifiutando l’europeismo – uno dei punti fermi, se non addirittura un tabù, della sinistra europea contemporanea – o se gli americani vogliono Trump, di fatto bocciando otto anni di amministrazione dei democratici, la colpa è tutta degli elettori zoticoni e ignoranti. La lezione che ci trasmette questa sconfitta, che non è soltanto la sconfitta della dinastia Clinton, di Barack Obama e dei democratici americani, ma una sconfitta di tutta la sinistra, è che la sinistra, se non sarà in grado di aggredire la crisi, semplicemente si condannerà all’ininfluenza per un lungo periodo di tempo. E una sinistra ininfluente significa il rischio di una regressione della civiltà europea ed occidentale a livelli che ancora non possiamo immaginare.

Ci troviamo, politicamente, in una situazione per certi versi paragonabile a quella che la sinistra europea tutta si è trovata all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, dove sui cadaveri e sulle macerie del conflitto iniziava a soffiare il vento di altri populismi, sempre recettivi alla logica del capro espiatorio, come Fascismo, Nazismo e Franchismo. Quella sfida, come sappiamo, fu persa dalla sinistra europea, ma non inutilmente: i pionieristici tentativi di opposizione ai regimi totalitari non evitarono il loro avvento ma faranno sì che, finita la Seconda Guerra Mondiale, i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti e comunisti saranno i veri protagonisti della ricostruzione post bellica. Anche la nostra Costituzione è figlia di quella stagione. Quindi, non si è persa e non si perderà la necessità della sinistra per uscire dalla crisi. Ma per far questo, la sinistra deve trovare, fare e applicare proposte coraggiose, al limite dello shock.

Uno shock talmente dirompente da mettere addirittura in discussione gli attuali rapporti di forza all’interno dell’Unione Europea, posto che l’austerity di marca tedesca rappresenta la prima e più formidabile minaccia all’esistenza stessa dell’UE, ipotizzando – perché no – un vero e proprio cordone sanitario di Stati, tramite l’istituto della cooperazione rafforzata, previsto dai Trattati UE, in grado di arginare l’attuale strapotere di Berlino. E non bisogna andare su Marte per trovarle, queste proposte: tanto per fare qualche esempio, proprio nel Regno Unito e negli USA, il programma politico di Jeremy Corbyn e di Bernie Sanders, fatto di tassazione sulle grandi ricchezze, nazionalizzazione di settori strategici quali ferrovie ed energie, imponenti interventi pubblici nel settore delle infrastrutture e dell’edilizia popolare, gestione dei flussi migratori nel senso dell’integrazione, rafforzamento dell’istruzione pubblica e della sanità pubblica, potrebbe essere un buon punto di partenza.

Il prossimo 4 Dicembre si terrà il referendum costituzionale in Italia, con Grillo e Salvini alleati nel fronte del NO e, contemporaneamente, le elezioni presidenziali in Austria, dove uno dei due sfidanti è il candidato della destra xenofoba Norbert Hofer; mentre l’anno prossimo vi saranno le elezioni presidenziali in Francia, con una Le Pen scalpitante. Non è difficile prevedere che, in appuntamenti elettorali così ravvicinati, le forze che più o meno agitano i populismi possano beneficiare dell’incredibile spinta propulsiva della Brexit e di Trump.

Occorre allenarsi, sin da subito, come un buon pugile: incassare i colpi, senza andare al tappeto.

 

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About Danilo Ferrante

COLLABORATORE | Classe 1985, siciliano. Laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania con una tesi in materia di Diritto del Lavoro, esercita la libera professione di avvocato ed è consulente legale di numerose fondazioni e associazioni che operano nei settori del no profit e della promozione di attività culturali. Amante della letteratura e della storia, coltiva anche la passione per la politica. Da studente universitario è stato militante e dirigente di Rifondazione Comunista, partito dal quale uscirà successivamente dopo aver maturato una visione autocritica nei confronti della sinistra radicale ed extraparlamentare italiana. Oggi si definisce un libero pensatore di sinistra, che guarda al socialismo democratico europeo e, in particolare, alla socialdemocrazia scandinava. Il suo motto è «sono nato in un secolo che mi odia».

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