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Tra baracche e burattini: alla riscoperta della piazza, in compagnia di Serena Cercignano

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Quello dei burattini è un mondo che affascina e ha sempre affascinato adulti e bambini. Stimola la fantasia e l’immaginazione, porta il gioco nelle piazze. Ma cosa significa essere un burattinaio? Serena Cercignano, giovane trentenne pisana, racconta la sua esperienza invitandoci a conoscere il suo mondo.

 

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Serena Cercignano (1986) al Festival Internazionale del Teatro di Figura svoltosi a Pinerolo (TO), insieme alla sua colonna portante Michela Cannoletta, burattinaia e marionettista. Insieme fanno parte del gruppo Teatro a Dondolo

D: Buongiorno Sara. Affascinata dalla tua storia, ho ritenuto interessante riproporla ai curiosi lettori de “La Voce del Gattopardo”.

R: Buongiorno a tutti, sarà un grandissimo piacere narrarvela.

 

D: Il burattinaio è una figura professionale sconosciuta ai più. Puoi spiegare a noi profani in cosa consiste la sua attività?

R: Certamente. C’è da dire innanzitutto che il burattinaio non si occupa di una sola cosa alla volta, non svolge un lavoro d’ufficio. Il burattinaio è una figura artistica che costruisce con diverse tecniche e materiali (legno, cartapesta etc.) i burattini, dando loro vita e trasformandoli in veri e propri personaggi animati. Ognuno ha il proprio modo di lavorare. C’è chi passa il periodo invernale in laboratorio ad allestire scenografie e creare burattini per poi organizzare spettacoli in Estate; c’è chi si dedica al sociale e allestisce laboratori creativi per bambini, ragazzi, adulti durante tutto il corso dell’anno.

 

D: Altra componente fondamentale del tuo lavoro, oltre alla costruzione e all’allestimento di materiali, è la stesura delle trame, delle storie da raccontare: l’aspetto “letterario” del mestiere…

R: Si, così come nel teatro di prosa anche nel teatro di figura la storia è importantissima. Alcune volte si seguono storie, fiabe, racconti popolari che già esistono e a partire da queste si creano i personaggi. Altre volte invece si parte dai burattini stessi, che fin dalla loro nascita sembrano suggerirci nuove linee narrative. In ogni caso ogni spettacolo è un prodotto completamente originale, una suggestione inedita.

 

D: Quale funzione ricoprono, nel teatro di figura, la voce e la musica?

R: Sono importantissime. La musica c’è quasi sempre, come stacchetto tra una scena e l’altra oppure come accompagnamento di un’intera sequenza. Nel teatro di figura, infatti, quel che prevale è la figura, non l’attore. Spesso i personaggi sono muti e la musica dà loro vita…

 

D: E la voce?

R: Anche la voce è un fattore di rilievo. Spesso i burattinai sono da soli e si devono perciò preoccupare di muovere e dar voce a più di un personaggio in contemporanea. I burattini spesso assumono identità curiose attraverso l’utilizzo di registri linguistici diversi, di forme dialettali, di diversi timbri vocali. Poetico o buffonesco che sia, il burattino è sempre una forma di gioco.

 

D: E tu, come ti sei appassionata a questo meraviglioso gioco? Come sei entrata in contatto con questo mondo?

R: Ho iniziato ad interessarmi ai burattini collaborando con un’amica, avviata marionettista che scolpiva le sue figure con il legno. Ricordo: la differenza tra marionette e burattini consiste nel fatto che le prime si muovono dall’alto con i fili, mentre i secondi sono i pupazzi inanimati – il loro “vestito” è chiamato per l’appunto buratto – mossi da un guanto o un bastone. Dicevo, iniziammo a collaborare insieme nel 2012. Lo spettacolo si chiamava Racconti a Filo, lei muoveva le marionette e io facevo la musicante, accompagnando lo spettacolo con suoni, voci, motivetti inventati.

 

 

D: La tua formazione è data dal teatro di prosa. Dico bene?

R: Sì, a quattordici anni ho iniziato a recitare in teatro, sperimentando diverse cose. Il mio problema è che non riesco ancora ad identificarmi in nessuna arte specifica perché mi piacciono tutte: la musica, il teatro, il disegno. Amo sperimentare e il teatro di figura mi permette proprio di giocare con più cose allo stesso tempo.

 

D: Trovo l’idea del teatro di figura estremamente interessate. Richiede di esprimere se stessi, di trasmettere emozioni al pubblico attraverso figure altre che, a differenza del teatro di prosa, non coincidono con il proprio corpo. Che sensazioni crea?

R: Il fatto di potersi esprimere attraverso una figura altra da sé rappresenta, certamente, una sicurezza in più. Spesso il burattinaio non è automaticamente attore…

 

D: Il burattino, perciò, funge da maschera?

R: Sì, una maschera che aiuta. Le difficoltà maggiori che un burattinaio incontra non sono quelle della scena in sé, ma tutto quel che ci sta dietro. L’oggetto (burattino) è inanimato e si muove tramite un esterno. Perciò la scommessa di in burattinaio è riuscire a far apparire vero un pupazzo, dalla sua fisicità al suo movimento.

 

D: Quindi v’è bisogno di una perfetta sincronia tra atto performativo ed esperienza artigianale…

R: Certo, la costruzione artigianale del pupazzo è una della componenti più importanti, ciò che determina la riuscita in scena. Il burattinaio è un artigiano che lavora dalla mattina alla sera. Il bello, poi, è che la perfezione assoluta non esiste: un marionetta può non essere bella, diventa bella nel momento in cui ha una sua drammaturgia, un particolare modo di atteggiarsi. Molti marionettisti, ad esempio, usano la marionetta anonima, priva di occhi e sembianze definite. Nella scena il movimento è ciò che conta di più.

 

D: E la personalità emerge nel corso di svolgimento. Nella tradizione italiana, qual è la storia dei burattini? Rappresenta una tradizione radicata?

R: Il teatro di figura c’è sempre stato, fin dall’Antica Grecia. Forse non in forma di marionetta e burattino ma di certo esisteva l’idea della maschera, del costume che si muoveva in scena, dell’uso di oggetti inanimati. Il burattino e la marionetta hanno il loro spicco nei tempi medievali. Spesso il giullare li utilizzava come espedienti per denunciare la situazione politica e sociale. Tramite l’innocenza di un linguaggio infantile e farsesco era possibile muovere critiche senza rischiare di essere puniti dalla monarchia o dai potenti.

 

D: Molto interessante, il teatro di figura come velato mezzo satirico…

R: Esattamente. In Italia, poi, la tradizione dei burattini si è tenuta viva come forma di intrattenimento popolare. Il panorama è variopinto, ogni Regione ha i propri personaggi e le proprie storie. Basti pensare ai pupi siciliani.

 

D: Parliamo ora di te. Qual è la storia che ami di più narrare e presentare al tuo pubblico?

R: Amo la Leggenda di Colapesce. Colapesce è un bambino – metà uomo e metà pesce – che nuota libero nelle acque del mare. A Re Filippo di Sicilia giunge la voce di questo bambino prodigioso. Lo fa chiamare, chiedendogli la causa di tutti quei terremoti. Colapesce non ha una risposta pronta, perciò si re-immerge per scoprire quale sia il motivo di tanta instabilità. Scopre che una delle tre colonne che regge la Sicilia, una per ogni punta dell’isola, sta per cedere. Alla notizia il sovrano si dispera. Impietosito, Colapesce si rigetta tra le acque e scompare. Si narra oggi che Colapesce non sia morto, ma che si trovi sotto Messina a sorreggere l’intera Sicilia con la forza del suo coraggio.

 

D: Favoloso…

R: È un racconto che mi è sempre piaciuto, l’idea di un piccolo bambino che si addossa il peso di una terra massacrata dai più grandi. Ogni volta che la leggo o la racconto piango.

 

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Laboratorio condotto da Teatro del Corvo al Festival “Sorrivoli dei Burattini”. Costruzione di grandi maschere in carta pesta per sfilate e parate fatte indossare a un gruppo di bambini venuti da Scampia per fare i laboratori teatrali. Sorrivoli (FC) è, per Serena, una delle esperienze più educative in quanto le permette (tramite i laboratori e gli spettacoli) di confrontarsi con grandi maestri vivendo, allo stesso tempo, in una situazione famigliare e di festa continua

D: Immagino piaccia anche ai bambini. Quale funzione sociale può avere il mondo dei burattini?

R: Innanzitutto, una funzione educativa. Il bambino, specie se il burattino se lo costruisce da sé, si identifica con l’oggetto, gli attribuisce una personalità trasmettendogli spesso caratteristiche che lui non può avere. Gli spettacoli funzionano perché i bambini si immedesimano nei pupazzi. Se due burattini litigano, i bambini fanno una scelta, scelgono chi vogliono appoggiare. Nelle piazze i bambini fanno il tifo. Se un personaggio è in cerca di qualcosa che non trova, di un tesoro perduto, i bambini lo aiutano a risolvere il mistero. Il burattino è una figura che sprona.

 

D: In un mondo in cui informazione ed intrattenimento passano per i mass media, quindi, il teatro di figura invita ad un diverso tipo di coinvolgimento, un coinvolgimento attivo. È così?

R: Sì, ad un coinvolgimento attivo che porta a riflettere. A partecipare.

 

D: Qual è l’utilità – perdona il triste uso del termine – di spegnere lo schermo della televisione e uscire in piazza ed assistere ad uno spettacolo?

R: La televisione è una scatola che non guarda chi ha davanti. Certo, ci sono cartoni animati favolosi, ma se si parla di ciò che ci viene propinato ogni giorno la televisione diventa spudorata, non guarda in faccia nessuno. Nello spettacolo di burattini sei tu che scegli di guardare.

 

D: La televisione non guarda il pubblico. Riflettendoci, la TV ci propone prodotti preconfezionati, standardizzati. Uno spettacolo invece non è mai uguale a se stesso, il burattinaio varia la propria performance adattandola al tipo di pubblico, di ambiente…

R: Esatto. Fare il burattinaio significa avere attenzione, prendersi cura della gente. Normalmente chi ha  che fare con questo tipo di arte vive con una quotidiana mentalità politica.

 

D: Politica nel senso di πόλις, di vita attiva al servizio degli altri?

R: Sì, se faccio spettacolo devo anche aver cura della persone, della natura, di tante cose. Il burattinaio non si isola nei boschi, vive nella piazza che gli permette di comunicare ampiamente quel che vuole.

 

D: Qual è la situazione dei burattinai in Italia?

R: I burattinai (maestro o apprendista) sono degli artisti. E come tutti gli artisti, attori, teatranti e musicisti faticano ad essere ufficialmente riconosciuti come veri professionisti. Purtroppo, in Italia, l’arte viene ancora troppo considerata un semplice hobby. Quello dei burattinai è un mondo nascosto e poco conosciuto, senza grandi pretese ma bellissimo, che merita di essere conosciuto. Io sto ancora studiando: non sono una burattinaia professionista, ma spero di poter raggiungere il mio posticino.

 

D: Quali sono state le difficoltà più grosse che hai incontrato, i sacrifici che devi affrontare?

R: Domandone. Il primo sacrificio è monetario. Nel lavoro del burattinaio è spesso più quel che esce che quel che entra, il costo dei materiali è molto alto. Un’altra difficoltà che spesso incontro è quella di riuscire a far capire alle persone che sono una persona normale: che quel che faccio è un mestiere tanto quanto l’avvocato, il medico, il muratore o l’ingegnere. Anche chi fa teatro deve studiare, aggiornarsi, prodursi nuovo lavoro.

 

D: Un’altra difficoltà immagino sia il “nomadismo”, il doversi spostare spesso. Dico bene?

R: C’è da dire che non esistono leggi uguali per tutti. In generale però concordo, più ci si sposta e più si impara, più si vedono cose diverse e aumenta la propria autostima. Gli spostamenti sono necessari per questo stile di vita.

 

D: Il viaggio, quindi, come elemento fondamentale di crescita nonché maturazione della propria creatività. Siamo giunte alla fine della nostra intervista. Progetti futuri? Un invito che vuoi lanciare a coloro che leggeranno quest’intervista?

R: Al momento mi sto cimentando in uno spettacolo di magia e bolle con il mago Chico, artista professionista abilissimo nei giochi di ombre e i disegni sulla sabbia. Il 14 Agosto saremo a Limone sul Garda (Provincia di Brescia). Per quanto riguarda me stessa, sto scrivendo uno spettacolo tutto mio a metà tra teatro di prosa e teatro di figura, appoggiata dal regista Italo Pecoretti, burattinaio professionista. La storia, ambientata nel 1886 – epoca in cui molto italiani emigrano in America per lavorare nelle piantagioni di caffè – narra di tre donne, imbarcate per il Brasile. Nessuna delle tre migranti vorrebbe scendere dalla nave, il desiderio di tornare in Italia è fortissimo.

 

D: Attendiamo impazienti di vederlo. Il tema dell’immigrazione: riferimenti all’attuale situazione nazionale?

R: Senza dubbio. Quando ho iniziato a scrivere lo spettacolo ero particolarmente colpita da qual che succedeva in Italia, dalla superficialità con cui si parlava di immigrazione. Le persone emigrano da sempre, per necessità. Noi stessi siamo stati sfruttati, siamo fuggiti dalla povertà del nostro Paese con la speranza di una vita migliore altrove.

 

D: Di certo un messaggio di grandi vedute. Ti ringrazio, Serena, per l’intervista interessantissima e costruttiva. Ci hai aperto un nuovo mondo: il mondo dei burattini.

R: Grazie a voi per avermi offerto quest’opportunità. Saluto i lettori de “La Voce del Gattopardo” ma soprattutto i Redattori, che danno la possibilità anche ai piccoli mondi di emergere.

 

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In strada sempre con Teatro a Dondolo. La foto ritrae Serena con gli strumenti home-made creati per lo spettacolo “Racconti a Filo”

 


 

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About Gloria Bisello

COLLABORATRICE | Classe 1993, nata in Provincia di Padova. Laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive in Regno Unito e studia Estetica e Storia dell'Arte. Spende il proprio tempo libero a visitare mostre, esibizioni, nuove città. Possiede una particolare attrazione per le arti visive. Ama viaggiare e pensare al mondo come la propria casa. Punto debole: un amore per l'Italia e la sua inviolabile bellezza.

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