orbanszidlo-e1490700142809-1024x578

To trigger or not to trigger? L’Unione Europea al bivio dell’articolo 7 in Polonia

Pubblicato il Pubblicato in Politica ed Economia, Recenti, Sguardo sul Mondo
macron merkel

Angela Merkel (1954), Cancelliera tedesca a partire dal 22 Novembre 2005, in compagnia di Emmanuel Macron (1977), neoeletto Presidente francese

Dopo un 2016 all’insegna del populismo e del sovranismo, con la vittoria della Brexit e di Donald J. Trump, il 2017 ha riservato diverse piacevoli sorprese per chi guardava con preoccupazione alle sorti dell’Unione Europea. Con le elezioni in Francia, in Olanda e nel Regno Unito, l’onda illiberale sembrerebbe essersi ridimensionata e il progetto europeo rinvigorito, con l’asse Parigi-Berlino a guida verso un’Europa a due velocità. Ma è davvero tutto rose e fiori?

L’ottimismo inizia presto a vacillare se si guarda nel dettaglio il programma elettorale delle forze mainstream che si sono sì aggiudicate la vittoria alle elezioni, ma lo hanno fatto adottando alcuni punti dall’agenda dei partiti più estremi, soprattutto in tema migratorio. Quasi svanisce se il focus si sposta dall’Europa Occidentale a quella Centrale.

Il Gruppo di Visegrád (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha fatto parlare di sé particolarmente a Settembre 2015 per il No alla proposta della Commissione Europea alla crisi migratoria ed è tornato sotto i riflettori lo scorso Giugno quando il Parlamento Europeo ha lanciato la proposta – accolta dalla Commissione – di indire una procedura di infrazione contro Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia. Questi Paesi sono, infatti, diventati il simbolo (e il capro espiatorio) della mancata applicazione del processo di ricollocamento dei migranti da Italia e Grecia nel resto dell’UE. Tale procedura ha riportato in auge il dibattito interno soprattutto a Repubblica Ceca e Polonia sulla possibilità di abbandonare il progetto europeo, a causa dell’eccessiva ingerenza europea in tematiche di politica interna. Queste Nazioni sono, infatti, state oggetto di svariate critiche in tema di eccessivo accentramento dei poteri legislativo e giudiziario sotto l’ala governativa e di indipendenza dei media nazionali che, ledendo i principi democratici, non rispettano i tre Criteri di Copenaghen che sono stati sottoscritti al momento dell’accesso all’UE.

In particolare, la Polonia merita speciale attenzione. Il Paese è stato considerato per anni la star delle Nazioni dell’ex blocco sovietico che, a partire dal 2004, sono entrati a far parte dell’Unione Europea. Tra tutti, infatti, la Polonia non solo era riuscita a ridurre il gap tra il reddito pro-capite nazionale e quello delle controparti occidentali, era anche riuscita a limitare gli effetti negativi della crisi dell’Eurozona. Tuttavia, i successi ottenuti grazie alle riforme economiche non sono stati accompagnati dallo sviluppo di un sistema partitico equilibrato. Da diversi anni, infatti, si è assistito al venir meno di partiti che rappresentassero la sinistra, mentre il dibattito politico ruota attorno a due partiti principali, esponenti della destra.

Cartina geopolitica delle ultime elezioni politiche in Polonia a ottobre 2015. A cura di Francesca La Barbera
Cartina geopolitica delle ultime elezioni politiche in Polonia a Ottobre 2015, a cura di Francesca La Barbera

Da una parte, il partito Prawo i Sprawiedliwość (PiS, trad: Diritto e Giustizia), che siede sia al Governo che alla Presidenza, è presieduto da Jarosław Kaczyński. Dopo le elezioni del 2015, la sua svolta moralista ha sollevato innumerevoli proteste nelle strade, organizzate da un movimento civile Komitet Obrony Demokracji (trad: Comitato per la Difesa della Democrazia), soprattutto in tema di aborto. Il Governo è stato costretto a fare marcia indietro su una proposta di legge che avrebbe irrigidito la già limitata tutela del diritto di aborto. Dall’altra, il partito di opposizione Platforma Obywatelska (PO, trad: Piattaforma Civica) è guidato da l’ex Primo Ministro e attuale Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, che ha spesso approfittato (abusato?) della sua posizione europea per attaccare il Governo in carica. Questa contrapposizione che appare soprattutto ideologica (Europa sì o Europa no? Diritti sì o diritti no?) e geografica, è in realtà anche un braccio di ferro politico, parte della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2019.

L’ultima trovata del Governo riguarda una serie di tre leggi che permetterebbero all’esecutivo di esercitare una forte influenza sul sistema giudiziario. La proposta prevede, infatti che – su decisione discrezionale del Governo – 15/25 giudici della Corte Suprema vengano deposti. Tra i nuovi giudici, due posti sarebbero riservati al Ministro della Giustizia e ad un rappresentante del Capo dello Stato. Il Ministro della Giustizia avrebbe anche il potere di rimuovere tutti i Presidenti e i vice-Presidenti delle Corti Comuni e di sostituirli entro i prossimi sei mesi. Tale legge verrebbe giustificata con la necessità di un cambio netto con il precedente sistema comunista e di contrastare la corruzione del sistema giudiziario. Seppur generata da preoccupazioni legittime, molti ne mettono in dubbio non solo la legalità, ma anche l’efficacia.

Nonostante le retorica fortemente populista e la limitata possibilità di avere accesso a fonti di informazione alternative, la decisione non sembra essere stata accolta favorevolmente dalla totalità della popolazione. Al contrario, migliaia di persone si sono riversate nelle strade in segno di opposizione. Ciò ha costretto il Presidente Andrzej DudaLunedì, a porre il veto a due delle tre leggi. Questa mossa ha sorpreso molti poiché Duda è stato eletto come esponente del PiS e la sua indipendenza dalle decisioni di Kaczynski è stata spesso messa in dubbio. Tra i più sorpresi ci sarebbe proprio Kaczyński, che aveva escluso la possibilità di un veto presidenziale e che sembra essere intenzionato a portare avanti le riforme nonostante i nuovi sviluppi.

Dunque, nonostante il veto, la situazione è tutt’altro che risolta. L’UE si trova adesso al bivio, con la possibilità di supportare le proteste invocando l’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea che a causa della violazione dei principi fondamentali della Comunità priverebbe la Polonia di alcuni dei sui diritti in sede delle istituzioni europee. Tuttavia, la questione non ha soluzioni semplici. Innanzitutto, l’articolo, pur facendo parte dei Trattati dal 1997, non è mai stato utilizzato perché il principio operativo fondamentale dell’UE è il consenso. Si è, quindi, cercato di evitare di mettere uno Stato membro con le spalle al muro attraverso questo strumento. Inoltre, l’attivazione dell’articolo richiede il voto all’unanimità degli altri Paesi – scenario piuttosto difficile da intravedere, con il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán che ha già annunciato la sua opposizione. Infine, nonostante il rinvigorito interesse emerso dalle recenti elezioni, l’Unione Europea rimane piuttosto indebolita, con la Brexit che incalza e la mancanza di volontà del Gruppo di Visegrád di supportare la proposta di un’Europa a due velocità, per il timore di diventare membri di classe B.

Siamo con il fiato sospeso, dunque, ad aspettare che cosa succederà allo scadere dell’ultimatum lanciato dall’UE pochi giorni fa, alla fine del quale l’articolo 7 dovrebbe essere invocato, lanciando un chiaro segnale su quali siano le regole di chi vuole far parte del gioco europeo.

L’Unione Europea manterrà la sua parola? O preferirà evitare di aprire un’ulteriore faglia pochi mesi dopo che le negoziazioni sulla Brexit sono state inaugurate?

 

 

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

About Giada Negri

REDATTRICE | Classe 1994, lombarda, studia Msc. Eurasian political economics and energy presso il King's College di Londra. E' un'irrimediabile ottimista e una convinta europeista. Appassionata di geopolitica, ama conoscere nuove culture attraverso le storie della gente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *