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Tim Duncan: la fine dell’era del silenzio

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<<Hello darkness, my old friend
I’ve come to talk with you again
Because a vision softly creeping
Left its seeds while I was sleeping
And the vision that was planted in my brain
Still remains
Within the sound of silence>>.

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Tim Duncan (1976) è un ex cestista statunitense, tra i più grandi nella storia di questo sport

Una visione che si è compiuta nel silenzio e nell’oscurità, come cantato da Simon & Garfunkel. Questa è stata la carriera di Timothy Theodore “Tim” Duncan. Un uomo fuori dal tempo e dallo spazio, costantemente à rebours,criptico, inaccessibile, una maschera. Una vita vissuta rigorosamente alla sua velocità, con quel passo dinoccolato che lo ha portato a dominare in punta di piedi, schermato dalla luce accecante delle stelle patinate di quell’universo spettacolare che pare non appartenergli e non essergli mai appartenuto. Una carriera dedicata a quella visione silenziosa: riscrivere la storia dello sport mondiale nell’ignoranza generale, lasciandosi precedere dalle stelle di ciascuna delle tre decadi in cui ha giocato, quasi fedele all’idea ciclistica che raramente i vincitori di tappa, i velocisti, portano a casa il premio più ambito a fine competizione.

Diciannove anni di carriera, 1.510 partite giocate in regular season con la stessa canotta nero-argento, 1.072 vittorie, 71% di successi con i suoi San Antonio Spurs (record nelle major degli sport statunitensi in epoca moderna), 26.496 punti realizzati, 15.091 rimbalzi catturati, cinque titoli NBA, due MVP della stagione regolare, tre volte MVP delle finali, quindici All-Star Game, quindici volte inserito in uno dei primi tre quintetti All-NBA, primo giocatore della storia a vincere il titolo da titolare in tre decadi differenti. Possono sembrarvi cifre lusinghiere ma mai come in questo caso la materialità dei numeri offende questo monolite di sapienza cestistica. Duncan è stato di più, è stato una via alternativa percorsa da un uomo solo, è stato il più anti-hollywoodiano e al contempo il più paradigmatico dei divi. Non poteva che ritirarsi nello stesso anno in cui ha dato il suo addio a questo sport anche l’incarnazione della star NBA per eccellenza, Kobe Bryant, Kobe e Tim: lo Yin e lo Yang della pallacanestro dell’ultimo ventennio, entrambi imprescindibili, ciascuno dominante alla propria maniera. Ognuno se n’è andato a modo a modo suo: la spettacolarizzazione del ritiro più clamoroso di sempre, 60 gemme con 50 tiri, contro il silenzio, il quasi-anonimato affidato ad una breve dichiarazione. Poche parole, come quelle alle quali ci ha sempre abituato questo personaggio a metà tra il mistico e l’anacronistico.

INGLEWOOD, CA --- 5/23/99 --- The Lakers' Kobe Bryant tries to hold off the Spurs' Tim Duncan in game 4 of the Western Conference semi-finals at the Great Western Forum. ORG XMIT: DUNCAN_RH030
Tim Duncan e Kobe Bryant (1978): le due facce della NBA post Michael Jordan

L’esistenza di Tim Duncan è stata indirizzata al proprio educato dominio a più riprese da eventi che hanno segnato il destino del giovane Tim e dell’intera storia sportiva statunitense. Duncan nasce il 25 Aprile 1976 a Christiansted, sull’isola di Saint Croix nell’arcipelago delle Isole Vergini Americane e come ogni buon isolano non può non essere attratto magneticamente dall’acqua. Seguendo le sorelle maggiori Cheryl e Tricia (nuotatrice olimpionica a Seul ’88 nei 100 e 200 dorso), il piccolo Timmy è un nuotatore promettentissimo soprattutto nei 400 stile libero: domina con i coetanei e primeggia anche con i più grandi. Il punto di riferimento però è mamma Ione che scandisce i progressi dei propri figli con una filastrocca che diventa poi un motto fino ad insinuarsi nelle vene e nelle sinapsi del piccolo Duncan: <<Good, better, best. Never let it rest. Until your good is better, and your better is best>>. Tim cresce, smilzo e alto, un fisico non così comune tra i caraibici e si innamora della pellicola trash della classe ‘87 Surf Nazis must die, film cult che – leggende narrano – verrà imposto ai suoi compagni durante le trasferte.

L’anno che cambierà per sempre la vita di quella famiglia di sportivi è però il 1989, anno in cui Tim è già parte del gruppo di nuotatori statunitensi che sta preparando la propria partecipazione alle Olimpiadi di Barcellona 1992. Ione scopre di avere un cancro al seno e il 17 Settembre l’uragano Hugo si abbatte su Saint Croix e distrugge le piscine di allenamento di Tim. Papà William allora monta un canestro, inviato a casa dalla sorella Cheryl, sul retro della casa per distrarre Tim dai nefasti avvenimenti che si sono abbattuti sulla sua vita. Il 24 Aprile 1990, il giorno prima del compleanno di Timmy, quel male incurabile porta mamma Ione per sempre via dalla sua splendida famiglia e in quel preciso momento Tim decide di smettere col nuoto. Alla morte della madre reagisce senza esternare alcune emozione: nessuna lacrima, solo una chiusura ermetica nei confronti del mondo esterno e ore passate davanti ai videogiochi. La morte di Ione porta però Cheryl a tornare a casa, in compagnia di suo marito Rick Lowery, ex giocatore alla Capital University. Si è chiuso il cerchio degli eventi che avrebbero avvicinato Duncan alla pallacanestro. Rick insegna a Timmy tutto ciò che c’è da sapere: fondamentali, palleggio, tiro e l’immancabile uso dell’inseparabile amico tabellone.

Il basket cancella dalla testa di Tim tutti i pensieri negativi di quell’infanzia interrotta troppo presto, Tim ricambierà la pallacanestro riscrivendo di proprio pugno un numero consistente di pagine della storia di questo sport. Duncan ricambierà anche suo cognato Rick, indossando per tutta la vita il numero 21 che Lowery indossava al college. In pochi mesi Duncan cresce esponenzialmente, i fondamentali del gioco ormai sono nel proprio patrimonio genetico e nell’Estate 1992, la stessa divenuta nota per il magico impatto del Dream Team su quelle Olimpiadi di Barcellona a cui avrebbe dovuto partecipare da nuotatore, Duncan sta per compiere il proprio battesimo del fuoco sul parquet. A Saint Croix arriva una giovane rappresentativa di giocatori appena approdati in NBA dalla NCAA. Duncan deve marcare la seconda scelta del Draft ’92, Alonzo Mourning: si dice che a momenti lo annichilisca sciorinando i propri fondamentali e riesca anche in un paio di occasioni a rifilargli una stoppata. Chris King, un giocatore di quella rappresentativa fa il suo nome al suo coach universitario a Wake Forest, Dave Odom che se ne innamora perdutamente. I modi gentili di Odom convincono il ricercatissimo Tim ad accettare l’università della North Carolina. Wake Forest non è una grandissima università se paragonata a Duke e North Carolina, le due università principali dello Stato, e ha sede a Winston Salem, cittadina di oltre duecentomila abitanti, ma immersa in una tranquillità del tutto ignota alle metropoli statunitensi.

E’ l’ambiente perfetto in cui Tim può crescere come giocatore e laurearsi in psicologia, come promesso a sua madre. Al primo anno rischia l’esclusione dalla squadra, ma i restanti tre anni sono – pur senza alcun successo perentorio – uno squarcio temporale in cui molti possono intravedere il nuovo, silente dominatore della NBA. Tra i molti che intravedono il suo infinito talento non c’è però il giornalista italiano Guido Bagatta che invece lo definisce <<non un fenomeno>>. Non sarà l’unico a doversi ricredere. A Wake Forest, Duncan pubblica anche su un giornale che tratta di psicologia un articolo dal titolo Blowhards, snobs, and narcissists: Interpersonal reactions to excessive egotism. Un articolo che potrebbe tranquillamente racchiudere i principi da cui rifugge, i comportamenti dai quali si scherma, una sorta di chiave per interpretare quel mondo così diverso da lui. Chiusi i quattro anni collegiali e conseguita la laurea, è l’ovvio candidato alla prima scelta assoluta del ’97. I favoriti a ricevere la prima scelta al Draft sono i Boston Celtics ma Duncan non era però così convinto della possibilità di trasferirsi in Massachusetts, un po’ per il freddo glaciale non così adatto ad un caraibico come lui, un po’per le enormi responsabilità derivanti dal dover caricare sulle proprie spalle i destini di una franchigia così gloriosa ma dal pubblico tanto esigente. Il destino indirizza però Tim verso lidi più caldi e meno pretenziosi: la scelta finisce nelle mani dei San Antonio Spurs alla quarta (e tuttora ultima) stagione perdente della propria storia. Uno scherzo del destino non da poco se si considera che gli Spurs avevano pescato nella precedente stagione conclusasi in maniera tanto negativa (esattamente un decennio prima) un altro fuoriclasse, David Robinson.

 

 

Nella piccola San Antonio, sotto la sapiente guida di Gregg Popovich, l’aspetto umano conta quanto l’aspetto tecnico, così come Wake Forest, la città Texana in cui si trovano le rovine di Fort Alamo si dimostra il luogo perfetto per Timmy. Popovich va a trovare Duncan a Saint-Croix prima del Draft, Tim lo invita ad una nuotata nell’oceano. L’acqua temperata dei mari caraibici diventa il primo collante di questo rapporto che è già nella leggenda dello sport mondiale. Duncan atterra nella lega come un asteroide: lo si vede arrivare, si sa che avrà impatto, ma nessuno può immaginare quanto forte quest’impatto sarà. Duncan e il suo rituale di abbracciare il pallone prima di ogni partita diventano per i parquet NBA un instant classic. Stradomina la corsa per il Rookie dell’anno e a fine stagione il suo illustre compagno di squadra David Robinson dirà <<È lui the next big thing. Il suo atteggiamento e la sua forza di volontà nell’allenarsi per migliorare sempre più mi rende orgoglioso>>. I due diverranno le Twin Towers, un consolato in stile antica Roma che sta per imporre il proprio controllo sulla NBA. I San Antonio Spurs vincono infatti il titolo al suo secondo anno, quello del lockout più rigido della storia NBA, il 1999. Dopo un cammino di Play-off agevole cominciato con una sfida nel giorno della festa della mamma contro i Minnesota Timberwolves di Kevin Garnett che si lascia andare ad un tristissimo <<Happy-mother’s day motherfucker>> nei confronti dell’orfano di madre Tim, San Antonio schiaccia i New York Knicks per 4-1 in finale. Una piccolissima realtà che schiaccia una metropoli, un posto del mondo veramente poco interessante benedetto dalle divinità della pallacanestro. Visto il numero esiguo di partite (50) disputate in regular season coach Phil Jackson dirà che a suo parere su quella stagione pende un asterisco enorme. Probabilmente si è ricreduto anche lui. Il miracolo nero-argento si è ripetuto quattro volte nei quindici anni successivi. Dal 2003, anno del secondo titolo e del secondo MVP, Duncan ha visto molti cambiamenti. Sono cambiati i partner, dato che Robinson ha lasciato il passo ai giovani internationals Manu Ginóbili e Tony Parker, con i quali ha costruito il trio -numeri alla mano- più vincente della storia del gioco. Inoltre Popovich ha rivisto più volte la propria idea di pallacanestro fino a sfociare nel “beautiful game” che si può ammirare tuttora all’ombra dell’Alamo ma San Antonio è sempre rimasta -sotto il silente controllo di Duncan- quella macchina di successi capace di sconfiggere le logiche di ricambio degli equilibri che impone la NBA. Tutto ciò senza che Tim abbia mai cambiato espressione, rilasciando rarissime dichiarazioni, alcune delle quali improbabili se affiancate all’immagine che da di sé: <<I’m not serious most of the time>>. Sempre al di sopra delle 50 vittorie stagionali per diciotto stagioni (ovvia eccezione il 1999), Duncan affianca ai titoli NBA del 2005 e del 2007 la gioia della nascita negli stessi anni dei suoi figli Sydney e Draven. Nel 2009 la ESPN lo elegge miglior giocatore del decennio e nell’anno della sua unica sconfitta in finale ,il 2013, si guadagna un incredibile inserimento nel miglior quintetto NBA a trentasette anni suonati.

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I San Antonio Spurs campioni NBA nel 2014

Il 2014 è l’anno in cui gli Spurs si rialzano e si prendono la rivincita contro i Miami Heat, guidati dal nuovo MVP delle Finals Kawhi Leonard. E’ l’ultimo successo, potrebbe chiudersi lì l’epopea nero-argento, un Duncan quasi zoppo per i dolori al ginocchio potrebbe già dire basta ma l’amore per il gioco è troppo profondo e allora decide di tornare assieme a Popovich, Ginobili e Parker per concedersi altri due giri sulla mirabolante giostra chiamata NBA. Ora però è davvero giunto il momento di mettere un punto fermo a questa leggenda. Duncan si è ritirato, in silenzio, senza annunci preventivi, senza farewell games, senza godersi la standing ovation dei suoi fan. I riconoscimenti di grandezza dai suoi colleghi arrivano lo stesso. David Robinson lo ammira tanto da sminuirsi definendosi <<l’altra torre>>, Shaquille O’ Neal dà voce alla diffusissima consapevolezza che Duncan sia stato <<la più grande “power forward” della storia della pallacanestro>>, un Popovich in lacrime (un Gronchi rosa per chi conosce il personaggio) lo definisce <<la persona più vera e più reale>> con la quale abbia mai lavorato. Ci lascia al clamore e ai glitter di questa NBA troppo diversa da lui, una lega che non gli somiglia ma che lui ha dominato per vent’anni.

Basta, silenzio, lasciamo che il mare temperato dei Caraibi riaccolga il suo figlio prediletto e che la NBA senta la mancanza del suo tiranno educato. Le parole, così come i numeri lo offendono. Grazie, sinceramente, Timmy. Farewell.

 

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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