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Theresa May in cerca del plebiscito

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti
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Uno tra i (tanti) titoli sopra le righe del quotidiano britannico “Daily Mail”

In quest’ultimo anno la situazione politica britannica si è incredibilmente vivacizzata. Se prima il dibattito politico si limitava a rituali scaramucce tra i partiti maggiori (Tory Party e Labour Party) e si infiammava qualche volta per scandali (il cui oggetto del contendere era risibile rispetto agli scandali italiani), ora invece sembra aver perso la sua flemma. È l’effetto del referendum sulla Brexit che ha liberato energie latenti, ha dato la stura a ciò che il compassato e proverbiale aplomb dei britannici aveva tacitato. Anche la stampa si è adeguata. I tabloid hanno scoperto il fascino indiscreto del razzismo, dell’omofobia, del machismo e di un non più celato nazionalismo: certi titoli del Daily Mail ormai fanno concorrenza ai blog di fake news. Tali giornali sentono di interpretare un sentimento diffuso. L’accelerazione del dibattito politico, le polemiche strumentali, il pescare nel torbido delle paure e del nazionalismo britannico ha, paradossalmente, avvicinato la politica britannica a quella dei Paesi mediterranei.

Segno di questa rinnovata vivacità è stata l’ultima mossa di Theresa May sullo scacchiere politico: chiedere le elezioni anticipate. La giustificazione, palesemente falsa, è quella che i Tories necessiterebbero di una maggiore forza parlamentare perché al momento le opposizioni non gli permetterebbero di procedere con le negoziazioni per la Brexit, ma anzi ostacolano e mettono in discussione. In realtà i Tories godono già di un’ampia maggioranza nella Camera dei Comuni e le opposizioni, di fatto, non costituiscono un vero ostacolo. Lo si è visto nel voto parlamentare del 13 Marzo che ha dato carta bianca alla Prime Minister per chiedere l’attuazione dell’articolo 50 dell’Unione Europea: i Labour hanno in buona parte votato a favore! Proprio l’ambiguità, la mancanza di chiarezza e la debolezza elettorale del Labour ha fatto intravvedere alla Premier la possibilità di vincere a man bassa le elezioni e di ricevere l’ennesima carta bianca per le negoziazioni della Brexit. Il problema, infatti, non è la consistenza elettorale del consenso, ma è quello di intimorire chi, come la Scozia, continua a chiedere il referendum sull’indipendenza prima che ci sia l’uscita effettiva dall’UE. Facile, dunque, la contromossa della May che mette tutti all’angolo, visto che al momento godrebbe di un vantaggio di venti punti percentuali sui laburisti.

A loro volta i Labour, che rischiano un tracollo mai visto prima, giocano su un piano diverso, visto che sulla Brexit gli errori fatti e la persistente non chiarezza nuocciono al loro operato: rimettono al centro del dibattito la questione dei tagli allo stato sociale e in particolare la pietosa condizione in cui versa il NHS, il sistema sanitario nazionale. Ebbene per un italiano, abituato a lamentarsi a ogni piè sospinto della sanità pubblica, l’NHS appare peggiore (molto peggiore) del nostro sistema sanitario nazionale. Sarebbe lungo presentare dati e cifre, basti però pensare che nel Regno Unito non è possibile parlare con il proprio medico di base prima di un mese, a meno che non si abbiano motivi gravi e urgenza di assistenza medica. La medicina preventiva è inesistente, il numero dei dottori è inadeguato, così come quello degli infermieri, entrambe le categorie sono sottopagate. Anche le analisi specialistiche non sono facilmente disponibili; se da noi il problema sono le liste di attesa, nell’UK il problema si supera semplicemente non prescrivendole, visto che i mezzi e il personale non ci sono. Va detto che l’NHS è completamente gratuito, ma il servizio che eroga è mediocre.

 

 

Siccome si tratta di una preoccupazione costante dell’opinione pubblica e il Labour ha pensato bene di cavalcarla, mettendo in secondo piano la Brexit – di cui si parla compulsivamente – ma di cui non si sa mai veramente, anche perché nessuno si è mai preoccupato di spiegare cosa se ne vuole fare. Interessante a questo proposito l’intervista di due giorni fa, 26 Aprile – tenutasi nello studio della trasmissione Breakfast sul canale BBC One Scotland – con il Ministro della Salute, il conservatore Jeremy Hunt. L’argomento era infatti il NHS, ma l’intervistato portava sempre l’attenzione sulla Brexit… Sembra che ora il miglioramento dello NHS dipenda da quale accordo la May sia in grado di avere con i negoziatori dell’Unione Europea. Inutili, o quasi, i tentativi dell’intervistatore che cercava di riportarlo a cifre e fatti del NHS. Alla fine Hunt è riuscito a dire che tutto sommato il sistema funziona e, anzi, il Regno Unito sfoggia cifre di tutto rispetto per la cura di certe tipologie tumorali. Già, peccato che la medicina dovrebbe servire a prevenire l’insorgenza delle malattie. Curare significa spendere in risorse, personale e strutture molto di più di quanto si spenderebbe in prevenzione.

Interessante comunque la strategia comunicativa del ministro Hunt, il suo battere costantemente sul dare un pieno mandato a Theresa May per le negoziazioni sulla Brexit, per avere il migliore profitto dalle trattative e quindi giovarsene per il NHS. Indirettamente, dunque, Hunt fa capire che la Brexit potrebbe non essere un buon affare per il Regno Unito, cosa che invece sembrava indiscutibile prima ai sostenitori del Leave che magnificavano le sorti dell’UK, finalmente liberi dalle catene europee. Si ammette cioè che, avvicinandosi ai termini di negoziazione concreti, la Brexit potrebbe benissimo non essere un buon affare per la Gran Bretagna. La verità è che i conservatori non sanno come uscire dal problema, che loro hanno creato con il referendum indetto da David Cameron: certo non possono tornare indietro, significherebbe perdere la faccia (e il consenso elettorale) in modo plateale. L’unica scappatoia è insistere sul mandato della May, sul darle carta bianca, per fare qualcosa che però non si dice.

In tutti questi mesi – quelli che ci separano dal referendum dello scorso Giugno – non si è mai presentata la benché minima prospettiva per la Brexit. Anche quando il Parlamento ha finalmente votato, costretto da un ricorso di un privato cittadino, il voto è stato quello di dare mandato alla May, senza che lei (o chi per lei) si sia offerta di chiarire quale sia la sua idea di Brexit. La spiegazione ufficiale di questa reticenza è che sarebbe meglio scoprire le carte in sede di trattative e non dire troppo. Ma ciò è la perfetta negazione della democrazia: chiedere il consenso ai cittadini, un’investitura, per avere le mani libere. Sembra di tornare a quando le grandi potenze geopolitiche nel passato si spartivano il mondo, tracciavano confini col righello, senza minimamente tenere in considerazione i popoli e le loro esigenze. Lo scioglimento anticipato del Parlamento ha questo significato: rafforzare la leadership della May per negoziare qualcosa che ai cittadini non è dato sapere. Le trattative si faranno nel chiuso delle stanze della diplomazia economica, e non è bene far sapere prima che cosa si chiederà. Da un lato si enfatizza il valore del voto popolare, che si è espresso per la Brexit; dall’altro però, né prima del voto, né dopo, si chiede al popolo di esprimersi o almeno conoscere in che modo si vuole tener conto della sua volontà. Un primo test per la leadership della May – e per verificare che riceva il plebiscito di cui ha bisogno – sarà il 4 Maggio, per il rinnovo di un buon numero di assemblee comunali in Scozia, Galles e Inghilterra.

Sarà una prima prova di forza dove si capiranno gli orientamenti dell’elettorato britannico a un mese dalle elezioni nazionali anticipate, fissate per il prossimo 8 di Giugno.

 

 


 

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