The Zero Theorem

“The Zero Theorem”: scegliere l’ego per vivere

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The Zero Theorem
Una scena del film “The Zero Theorem” (2013)

Con l’ultima opera del visionario Terry Gilliam, The Zero Theorem (2013), bisogna riconoscere ancora una volta il valore delle intuizioni di George Orwell. In 1984 (1949) egli non si limitò a descrivere il totalitarismo passato e presente. Analizzò anche il dominio del futuro, solo che questo potere è assai più impersonale di quanto Orwell avesse previsto. Col progressivo tramonto delle autorità religiose, ideologiche, scientifiche, tale potere trova pieno appagamento nelle immagini degli schermi televisivi e non: nuovi oracoli, divinità dell’apparenza poco esigenti, le si gratificano nella maggior parte dei casi con uno dei più antichi segni di sottomissione, l’ipse dixit: l’ha detto la televisione.

Qohen (Christoph Waltz) vive in una ipotetica società distopica, fondata sull’apparenza e sull’immagine. Apparentemente una società piena di colori e individui originale, nasconde una profonda inquietudine. In realtà tutto è vietato, esiste solo il lavoro e le lusinghe di martellanti proposta di benessere spirituale e materiale. Condizionati sin nell’intimo del loro pensare, del tutto inconsapevoli di essere condizionati, vaganti tra illusioni, luccichii e menzogne, gli individui di questa società sono il soggetto politico e amorfo che Guy Debord ha definito con estrema chiarezza <<morti che credono di votare>>: una morte che è consustanziale alle immagini indistruttibili che sopravvivono assai più a lungo di ciò che rappresentano.

Il film di Gilliam mette in evidenza come nelle società avanzate il principio di simulazione ha sostituito il principio di realtà, l’immaginazione è arrivata al potere. L’hacker Qohen lavora alla programmazione del teorema zero, un algoritmo che vuole provare l’assurdità dell’esistente senza sosta e a ritmi frenetici. Aspetta che una telefonata arrivi a rivelargli il suo vero talento che gli potrà cambiare la vita. The Zero Theorem è una descrizione onirica e grottesca non soltanto della psiche di Qohen ma anche e soprattutto della società dello spettacolo, la società della Rete. Una società dove si esiste soltanto se si abita in questi spazi virtuali.

The Zero Theorem - Una scena del film
Il regista e produttore cinematografico statunitense naturalizzato britannico Terry Gilliam (1940) ha diretto il film “The Zero Theorem”

Il mondo confuso e infelice in cui viviamo con gli strumenti del fantasy e della fantascienza di un’altra epoca, dimostrando come possano ancora essere attuali. Terry Gilliam è il regista che trova il coraggio di tornare su canovacci per i più obsoleti, senescenti e uncool, come Brazil (1985) e L’esercito delle dodici scimmie (1995), e prova a realizzarne un’ulteriore appendice. Nel film la simulazione è anche il simulacro al quale i rapporti sociali vengono ridotti, è la stessa struttura politica della democrazia. Il nucleo antropologico di The Zero Theorem mantiene quindi intatto il significato tanto di Brazil quanto di L’esercito delle dodici scimmie, dell’infinita plasmabilità storica dell’essere umano e negatrice di qualunque natura della specie.

Lo spazio della droga, dello stimolo, dello spauracchio e del simbolico è l’ambito nel quale l’umano esplica le proprie esigenze più fonde, le speranze assolute, le forme delle culture e delle comunità, la sfera del senso, la potenza dei sentimenti. Infatti, dopo una prima parte descritta come martellante realtà ipnotica e irreale, nella seconda parte del film si lascia spazio alle emozioni e ai sentimenti. Grazie a una relazione con una donna, Bainsley (Mélanie Thierry), che si trasforma da amore virtuale a reale, e all’amicizia con un giovane che ancora ha una visione pura, il protagonista comincia ad uscire dal sistema.

La recitazione è asciutta, gli attori non ridono (c’è poco da ridere), non mettono in scena i loro sentimenti, sembrano apatici, afasici. Persino il rapporto con i gesti e oggetti, descritto in modo metodico e minuzioso viene costruito per far percepire agli spettatori una dimensione “spirituale” della condizione umana. I gesti vengono ripresi in dettaglio, nella loro ripetitività e ciò comunica agli spettatori un segnale di astrazione, antirealistica. Nella costruzione della sceneggiatura viene evitata la psicologia come antefatto che dovrebbe spiegare i comportamenti dei personaggi. La psicologia viene determinata dagli accadimenti e dalla loro concatenazione. Il film è come se fosse stato incentrato sul disagio di un protagonista in bilico tra il credere e la paura del nulla, con la fede come collante della sua coscienza, affrontando di petto lo smarrimento delle identità che si fa paradossale in un mondo teoricamente ossessionato dall’esibizione e moltiplicazione dell’ego nella Rete.

Le sequenze e le immagini finali del film introducono sempre in una dimensione nuova, imprevedibile, nei destini dei personaggi, già indicati in una dimensione di solitudine, di alienazione e di disperazione negli incipit.

 

 


 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, è laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema". Nel 2017 pubblica il suo secondo libro dal titolo "Birdman o (Le imprevedibili relazioni tra cinema e teatro)". Tale lavoro, frutto della rielaborazione della tesi di laurea, ha come oggetto lo studio dei rapporti tra cinema e teatro, un argomento che attiene a diversi aspetti e che suscita più di una problematica e molteplici connessioni.

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