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“The Young Pope”: la serie delle contraddizioni

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte
set of "The young Pope" by Paolo Sorrentino. 08/10/2015 sc.210 - ep. 2 in the picture Paolo Sorrentino. Photo by Gianni Fiorito
Paolo Sorrentino (1970) è un regista, sceneggiatore e scrittore italiano. Nel 2014 ha vinto il Premio Oscar al Miglior Film Straniero

La sagoma di un Jude Law completamente vestito di bianco che emerge da una selva orgiastica di neonati in una Piazza San Marco oscura. Un giovane uomo che dopo la più comune delle routine procede alla vestizione dei paramenti papali. La più scandalosa e anticonvenzionale omelia mai pronunciata da un Papa. A queste tre sequenze è affidato l’impatto di Paolo Sorrentino con la televisione, con queste tre sequenze si apre The Young Pope, serie TV scritta ed ideata dal regista premio Oscar e prodotta da Wildside, Haut et Court TV e Mediapro con il finanziamento di autentici giganti come Sky, Canal+ e HBO nonché il supporto del Fondo per lo sviluppo regionale dell’Unione Europea.

Il progetto è ambizioso e non poco controverso per un Paese come l’Italia: affrontare gli intrighi che gravitano attorno al Vaticano ed alla figura di un Papa totalmente fuori dai canoni ai quali duemila anni di Chiesa romana ci hanno abituati. Già semplicemente confrontandosi con queste tre sequenze iniziali – con le quali Sorrentino mette immediatamente a dura prova la propria autodefinizione di regista non grottesco – appare chiaro quale sia l’elemento distintivo della serie: la contraddizione.

Dopo poco più di cinque minuti si son già create nello spettatore un gran numero di aspettative, impressioni ed illusioni che verranno di continuo disattese e nuovamente alimentate nel corso della serie: un continuo peregrinare della mente all’insegna della contraddizione. La stessa contraddizione, la stessa incongruenza, la medesima incapacità di essere a proprio agio nella propria vita che imperversa senza troppi misteri nella filmografia del regista napoletano e che diventa cifra distintiva di quasi ciascun personaggio di quello che ormai potremmo definire l’universo sorrentiniano. Il clero, sospeso nell’eterna condizione di indeterminatezza che lo contraddistingue da due millenni, una condizione di equilibrio instabile tra umiltà e sfarzo, tra cerimonie e misteri della fede, appare perfetto a produrre personaggi che si incastonino perfettamente in quest’universo. Facendosi strada in questa schiera di nuovi uomini dalle caratteristiche sbilanciate ed eccentriche, si erge nell’Olimpo dei personaggi nati dalla penna del regista la figura austera di Lenny Belardo: il giovane cardinale eletto per mano dello Spirito Santo, il timoniere non manovrabile della Santa Romana Chiesa, il Papa orfano che fuma Marlboro con l’ossessione di ritrovare i propri genitori, l’uomo che tenterà di attestarsi su posizioni intergraliste superate da secoli, il Pio XIII interpretato da Jude Law. Un Papa americano interpretato da un attore britannico: un’altra incongruenza.

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Papa Pio XIII, interpretato dall’attore britannico Jude Law (1972), mentre fuma una Marlboro. Questo dettaglio è nato quando Paolo Sorrentino ha scoperto che Papa Benedetto XVI (1927) fumava la medesima marca di sigarette

Rispondendo ad una delle tante domande che si susseguono nel corso della serie, è lo stesso Lenny Belardo ad inquadrarsi così:
«Io sono una contraddizione, come Dio: uno e trino, trino e uno. Come la Madonna: vergine e madre. Come l’uomo: buono e cattivo». Una frase che meglio non avrebbe potuto racchiudere il sinuoso avvicendarsi di dubbi e fede, austerità ed umanità, intrighi e sprazzi di vita comune portati in scena dalla serie. Lo spettatore viene assorbito da questo vortice contraddittorio ma inesorabile, senza però avere reali possibilità di prevedere ciò che accadrà. Le scelte di sceneggiatura rendono poi quasi totalmente inavvicinabile il protagonista: nessuna rottura della quarta parete, in assoluta controtendenza con alcune delle recenti serie di maggior successo (Mr. Robot e House of Cards ad esempio). Lenny Belardo resta imperscrutabile pur rivelandosi un personaggio mutevole, sospeso tra dubbi e fede e caratterizzato da una sottilissima ironia. Il risultato è esattamente quello che il personaggio intende quando afferma «l’assenza è presenza». L’assenza quasi totale di un filo diretto con il Papa Giovane è a lungo ciò che tiene lo spettatore incollato allo schermo ed è l’elemento che permette a Jude Law di fornire con ogni probabilità la propria miglior prova in carriera. L’attore britannico veste perfettamente l’abito d’alta sartoria che Sorrentino ha cucito per lui con un’interpretazione dalla sfaccettata ed intensa sensibilità, densa di ironia, respiri profondi, espressioni inquiete, sguardi eloquenti. Allo stesso modo a Silvio Orlando, Diane Keaton, James Cromwell e Scott Shepherd ricevono in dono dei personaggi dettagliate profondi malgrado l’enorme spazio dedicato a Jude Law, scritti nel segno di quella contraddizione che è il motore della serie. In particolar modo Diane Keaton e Silvio Orlando paiono aver trovato una seconda gioventù recitativa, con l’attore napoletano autore di una prova maiuscola, nella quale recita in un inglese denso di sfumature. Rimarchevoli poi i piccoli ma estremamente intensi ruoli ritagliati per Stefano Accorsi e Tony Plana protagonisti rispettivamente di una meravigliosa conversazione con Jude Law e di uno dei discorsi più intensi dell’intera produzione.

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L’intero cast di “The Young Pope” ad eccezione della sola Diane Keaton (1946)

Se assolutamente nessun dubbio poteva essere riposto nella creatività in fase di sceneggiatura e sulla capacità di trarre il meglio dai propri attori di Paolo Sorrentino, destava invece molta curiosità l’adattamento del regista napoletano ai tempi ed alle immagini che la regia televisiva impone. La televisione, a lungo neanche troppo velatamente disprezzata da Sorrentino, ha paradossalmente dato la possibilità al Premio Oscar di curare alcuni aspetti della propria poetica in una maniera ancor più accurata e più facilmente digeribile per lo spettatore. L’ossessione per il tempo, verso cui il cinema sorrentiniano propende, trova pienamente sfogo nella lunghezza televisiva delle dieci puntate della serie, concedendo al regista di utilizzare la propria tecnica di accumulo di immagini barocche e quasi dadaiste in maniera calibrata ed efficace, grazie ad un’alternanza con immagini dal fine impatto ironico: d’altronde un Papa che indossa la tuta, guarda X Factor e si offre di cambiare il pannolino di un neonato non può sicuramente lasciare indifferenti. Coadiuvato da una fotografia ineccepibile capace di rendere tanto accecanti i bianchi e le luci del giorno quanto calde – quasi accoglienti – le ombre della notte, Sorrentino usa sapientemente il proprio repertorio registico, alternando inquadrature in piano medio (spesso a mezzo busto per sottolineare l’intensità dei dialoghi) e campi molto larghi che gli permettono di incastonare le proprie immagini sullo schermo con i propri ariosi movimenti di camera. Il regista partenopeo si rende poi autore di alcune sequenze che hanno già tutte le sembianze di instant classic (ad esempio la vestizione del papa sulle note di Sexy and I know it di LMFAO) e di citazioni di alcuni maestri del cinema come Spike Lee (nella particolare tecnica di inquadratura in cui Lenny viene ripreso fino al busto dando l’impressione di volare e non camminare) e Federico Fellini (nella sfilata di moda del clero). Spiccano infine alcuni piani sequenza (tecnica amatissima dal regista) che danno assoluta completezza all’opera e ci restituiscono il quadro complessivo della purissima poetica sorrentiniana di cui la serie è intrisa.

Poggiando sulle solidissime basi costituite da prove attoriali, sceneggiatura e fotografia, e coadiuvata da una colonna sonora al solito molto varia e ricercata, la regia diventa dunque il mezzo a bordo del quale lo spettatore compie un viaggio lungo dieci episodi, al cui termine (quasi) ogni dubbio verrà sciolto con estrema sensibilità, complice un montaggio che permette un graduale scioglimento dei nodi cruciali della serie, una ring composition che porta ad una perfetta quadratura tra apertura e chiusura della serie e una commovente omelia finale fondata proprio su quel concetto di contraddizione così ricorrente nel film. Poco prima della messa in onda è stata confermata la produzione di una seconda serie. Siamo già estremamente curiosi di sapere come Sorrentino si adatterà all’idea di sequel, ora che il tabù chiamato televisione è stato ampiamente sfatato. Rivoluzionaria, contraddittoria, a tratti blasfema: The Young Pope si candida già, secondo alcuni addetti ai lavori, alla scomoda etichetta di miglior serie mai prodotta in Italia.

«Scorsese mi dà sempre l’impressione di riuscire a fare cose non fattibili», disse il regista napoletano di uno dei propri modelli in un’intervista.

Stavolta è proprio Paolo Sorrentino ad essere riuscito ad ideare e dirigere una serie difficilmente proponibile, mai pensata e assolutamente non replicabile.

 

 


 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime. Primo Pianista per "NbaReligion.com".

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